T E A T R O
Articolo di Damiano Verda
Scriveva J.D. Salinger, nel suo capolavoro Il Giovane Holden: “Tutti i bambini si sforzavano di afferrare l’anello d’oro, anche la vecchia Phoebe, e io avevo un po’ paura che cadesse da quel maledetto cavallo, però non dissi e non feci niente. Il fatto, coi bambini, è che se vogliono afferrare l’anello d’oro, uno deve lasciarli fare senza dire niente“.
Miles e Flora sono bambini che non hanno avuto l’opportunità di inseguire l’anello d’oro della propria infanzia, indisturbati. Sono orfani e il loro unico parente, lo zio, non ha né il tempo né l’inclinazione a occuparsi di loro. La loro vicenda, The turn of the screw, immaginata da Henry James nel 1898, è un racconto gotico, una storia di fantasmi.

Una storia che, da allora, ha visto numerosissime trasposizioni, anche sul grande e sul piccolo schermo, dall’episodio della serie “Omnibus” sulla televisione americana nel 1952 al film per la TV del 2021, passando per una versione a fumetti di Guido Crepax nel 1989.
A testimonianza di questo interesse così vasto ed eterogeneo dal punto di vista anche dei mezzi espressivi, il Teatro Nazionale e il Teatro Carlo Felice di Genova decidono di aprire la stagione 2024/2025 con uno spettacolo che, nella prima parte, rappresenta Il Giro di Vite in prosa, seguito dalla versione operistica, proposta da Benjamin Britten nel 1954, entrambe per la regia di Davide Livermore.
Proprio Livermore commenta in questo modo l’opera: “Questo testo è da portare alla gente perché con la poesia, la letteratura e il teatro ci guida all’interno del dolore, dei meccanismi che portano a queste violenze. Meccanismi mai manifesti, anzi sempre celati, o appena sussurrati, di nascosto accennati“.

E, in effetti, specialmente nella sua versione in prosa, lo spettacolo è duro, accompagnato, nei momenti in cui la verità si fa strada in tutto il suo orrore, da una colonna sonora che si fa rumore: dissonante, straziante. Alla straordinaria prova d’attrice di Linda Gennari, nel ruolo dell’istitutrice a cui vengono affidati Miles (Luigi Bignone) e Flora (Ludovica Iannetti) si affiancano le interpretazioni ben calibrate e caratterizzate da una tensione drammatica, ma mai eccessiva di Gaia Aprea, Aleph Viola e Virginia Campolucci, rispettivamente nei panni dei due spiriti (Peter Quint e Miss Jessel) e della governante, Mrs Grose. Nella traduzione e nell’adattamento di Carlo Sciaccaluga, trovano risposta, più diretta e drammatica, quesiti che nel testo di James lasciavano con un senso di inquietudine altrettanto profonda ma non altrettanto definita.
Nella versione operistica che segue, con la direzione sicura ed elegante di Riccardo Minasi, le note accompagnano, con dolcezza, i momenti più lievi, e avvolgono, come un oscuro mantello, il mistero emanato dai passaggi più delicati, dolorosi e angoscianti.
Tutti gli interpreti vocali rendono onore al proprio ruolo, in tutta la sua complessità: l’istitutrice, la protagonista, è animata dalla dolce voce di Karen Gardeazabal, mentre Marianna Mappa e Valentino Buzza interpretano con partecipazione il demoniaco ruolo degli spiriti. Flora e Miles hanno il volto di Lucy e Oliver Barlow, mentre la governante può contare sulla robusta voce di Polly Leech.

Guardare alla vicenda con due lenti diverse, e con nella memoria il racconto originale di James, permette di mettere a fuoco quanto un classico sia tale perché lascia spazio a reinterpretazioni, ma anche, forse ancor di più, di focalizzarsi sull’essenza della narrazione. Una storia di fantasmi, si diceva. Ma cosa sono i fantasmi se non la manifestazione di una paura che non può essere condivisa e compresa? Cosa sono i fantasmi se non i moti incontrollati dell’animo, alla ricerca di una spensieratezza troppo desiderata e mai goduta? Oggi come allora, parole e note ci mettono di fronte ai fantasmi di allora e di oggi: per poterli capire, e forse affrontare.


Photo © Federico Pitto




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