C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Sono andato con un po’ di scetticismo a vedere l’ultimo film di Gabriele Salvatores, un po’ perché mi è sempre sembrato un regista molto sopravvalutato e un po’ perché penso che tutti i suoi film, dopo Mediterraneo, inaspettatamente premiato con un Oscar (ma si vede che nel 1991 i film stranieri in concorso erano davvero miserrimi), siano stati una rincorsa al ribasso. Con Napoli-New York direi che ormai siamo arrivati alla fiction e nemmeno di buona qualità (ammesso e non concesso che esistano fiction di buona qualità).

La vicenda in sé potrebbe anche stare in piedi, ma il modo di renderla cinematograficamente non dico pregevole, ma almeno plausibile, almeno visivamente plausibile, fallisce miseramente. Celestina e Carmine sono due bambini che vivono la loro difficile infanzia in una Napoli bombardata sul finire della Seconda Guerra mondiale e, restata solo al mondo, Celestina con uno stratagemma riesce a imbarcarsi con Carmine su una nave battente bandiera statunitense in partenza da Napoli per New York, dove vive la di lei sorella, Agnese. Dopo un viaggio avventuroso in cui il comandante della nave, Domenico Garofalo prende in simpatia i due “scugnizzi” clandestini, dagli oblò spunta nella nebbia Miss Liberty che preannuncia ai numerosi migranti che popolano la terza classe e la stiva della nave, una vita migliore. A New York, dopo varie e prevedibili vicissitudini, Celestina e Carmine riescono a mettersi sulle tracce di Agnese che tuttavia sembra essere in guai molto seri per aver ucciso il marito violento e prevaricatore. Ma, in quella terra di libertà, la giustizia sarà alla fine clemente con la giovane Agnese che, con il supporto di una opinione pubblica femminile e femminista, riuscirà ad essere condannata ad una pena lieve.

Film fragile, poco convincente che strizza l’occhio a tante figure retoriche dello stereotipo dell’italiano in America e tenta di far percepire allo spettatore l’atmosfera di quei tempi, con il ricorso ad una colonna sonora accattivante ma prevedibilissima, e con una scenografia che sembra uscita dalla versione partenopea-newyorkese di un film di Wes Anderson. Nonostante il film sia tratto da un’idea mai realizzata di Federico Fellini, la narrazione filmica è modesta, stereotipata, scontata. Diciamo la verità, non ci si poteva certo aspettare di vedere il “Paisà” del XXI secolo, ma nemmeno di vedere solo una fiction (ma lì almeno c’è tanta pubblicità e si può andare a fare pipì).




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