I N T E R V I S T A
Intervista di Nadia Cornetti
Si parla tanto di qualità e di credibilità degli artisti nostrani, e dato che io sono una fruitrice più mossa dalla passione che dal tecnicismo, per me è importante che un artista per essere valido sia soprattutto credibile. Nel nuovo lavoro di Lamante – al secolo Giorgia Pietribiasi – a dire il vero, ho trovato entrambe le cose, qualità e credibilità: sono stata molto felice, dunque, di poterle rivolgere qualche domanda per approfondire il suo primo lavoro completo, dal titolo In Memoria di, ora arricchito da un brano inedito: Il mio risveglio.
Ciao Giorgia, congratulazioni per quello che stai facendo, trovo che la tua musica sia una delle cose più libere e vere che abbiamo la fortuna di poter ascoltare di questi tempi. A tal proposito, è ancora importante per te, ora che lo scoglio del primo disco è superato, mantenere la libertà con cui hai iniziato a fare musica?
Grazie per queste belle parole spese! Certo che si, non so cosa intendi bene tu per libertà, per me è quella linea sottile che congiunge la penna al mio inconscio, oppure avere il coraggio di scrivere l’album in un luogo che non sia Milano, farlo negli studi che vogliamo a nostro modo come il primo, in presa diretta e cuffiette dell’iPhone, dare il giusto tempo alla musica che si va creando. La libertà esiste nella misura in cui si lascia spazio alla musica, considerarla quasi fosse una persona con un corpo e una sua identità, spero di avere ancora la capacità di farlo e di ascoltarla.
In Memoria di è un disco molto intimo, ma nello stesso tempo anche molto collettivo, attivista quasi, per l’atmosfera fortemente femminista che lo permea: ti senti addosso – consapevolmente o meno – questo ruolo?
Nelle ultime settimane prima della pubblicazione dell’album mentre stavamo girando il video di Non chiamarmi bella, mi sono trovata davanti molto più chiaramente quello che avevamo fatto ed è subito spiccato agli occhi di tutti che questo sarebbe stato un album estremamente femmina, donna, con storie intergenerazionali di donne della mia famiglia. Ero consapevole quindi che avrebbe potuto prendere le veci di simbolo o manifesto anche femminista. Io sono felice di come la musica possa evolvere anche di significato mentre passa di mano in mano, è la grande sfida di quando si pubblica un album e la gioia di questo viaggio.
Hai già raccontato dei tuoi riferimenti musicali, dai CCCP di quando eri piccola, all’importanza di Motta per la tua scrittura, e in In Memoria di questi riferimenti sono sì presenti, ma mi sembra che tu sia andata “oltre” l’influenza, hai eseguito un ottimo lavoro di personalizzazione della tua musica: un lavoro tecnico, ma anche e soprattutto molto “di pancia”, è vero?
Ciò che mi ha insegnato per esempio il lavoro di Motta come cantautore è che ci si può spingere oltre i canoni linguistici e strutturali della canzone italiana se la canzone che stai facendo lo necessita, comunque facendo dei grandi pezzi, canzoni che arrivano alle persone. Alcuni miei pezzi necessitavano di un riff in più, di una determinata parola o un determinato suono perché la musica lo chiedeva. Grazie a questi grandi maestri come Giovanni Lindo Ferretti o Taketo Gohara ho capito che bisogna essere cantati, non cantare, e partendo da questo concetto non può che venir fuori un lavoro estremamente personale.

C’è un brano di Vasco Brondi che mi fa pensare tanto a quella che è la tua storia, ed è Nel profondo Veneto: il tuo territorio di origine è solo sfondo dei tuoi racconti e dei tuoi pezzi o pensi che abbia influito molto sulla loro essenza?
Vasco!!! Ultimamente parlando insieme ci siamo proprio resi conto di quanto la Pianura Padana permane nella musica che facciamo. Il Veneto ha influenzato totalmente il mio lavoro, e parlo proprio del suono. È difficile da capire ma ogni luogo risuona nei nostri corpi diversamente, ci plagia la mente e il modus operandi di lavorare un disco. È incredibile, ma se senti la maggior parte degli album italiani degli ultimi cinque/dieci anni, ti accorgerai della forte polarizzazione sonora, oltre che strutturale e tematica. Perché? Perché la maggior parte di quelle canzoni nascono prima in studio che su un palco, non hanno il tempo di trasformarsi, di essere cantate e ricantate, suonate e risuonate, discusse, ascoltate. Sono fermamente convinta che In memoria di suoni diversamente dalla maggior parte della musica italiana che c’è in giro perché è stato concepito in Veneto, perché è nato prima live che in studio, perché suonato da amici e registrato in parte nelle nostre zone.
In molti tuoi brani c’è una ripetizione ossessiva quasi mantrica di espressioni, azioni o parole (“Io col rossetto mi sono sentita maleducata”, “Le mie parole non suonano bene”, “Ti mangio” e moltissime altre): forse è una forma artistica che serve per esorcizzare e metabolizzare quello di cui parli?
Poco tempo fa un mio amico mi ha detto “ragioni come un esorcista”, come se entrassi nel profondo dei miei pensieri più dolorosi e li tirassi fuori, quasi come se io fossi un cilindro, la musica la mano del mago e le canzoni una raffica di fazzoletti rossi estratti. Ovviamente mentre scrivevo le canzoni non mi stavo accorgendo che alcune di loro avevano un ruolo esorcizzante e liberatorio, non è questo il motivo che mi spinge a scrivere, però devo dire che dopo la pubblicazione dell’album mi sono sentita svuotata e risolta in parte.
Molti pezzi di In Memoria di – mi vengono in mente Ed è proprio così o La Nostra prova di danza o Ciao cari – emanano una delicatezza infinita e contemporaneamente una potenza enorme: Giorgia è più una ragazza che urla o una che sussurra?
Eeeh, con il mio compagno scherzo sempre sul fatto che alleggia in me una “contraddizione elegante”, è un’affermazione forte che a me fa molto ridere ma che per lui che mi sta vicino non penso sia così facile da vivere. Io sono entrambe le cose, le urla e i sussurri, non ne prevale una sull’altra. Sono purtroppo fatta di estremi e trovo sempre incredibile che convivano nella stessa persona quasi in armonia come nell’album.

In Prima di Te canti “Tutto si trasforma / soprattutto la verità di una donna come me”: in questo verso di apertura del pezzo, con molto candore e sincerità, esalti – anziché demonizzarla – l’incoerenza; in maniera simile in Guerra & Pace ti descrivi come un’essere umano pregno di contrasti. La verità di quello che racconti, e di cui accennavo all’inizio, è molto legata all’esaltazione dei tuoi lati estremamente umani: è stato difficile per te “tirarli fuori”?
È sempre difficile leggere ciò che ho scritto dopo aver finito un pezzo. È come se per quella giornata la mia testa con una sincerità spietata mi parlasse. Tante delle mie canzoni mi hanno fatto scoprire parti della mia persona che prima non conoscevo. Ancora adesso alcune parti del l’album parlano di me, ma sono un incognita, come se questo album in alcune parti predicesse una Giorgia che sarà. Ma non è un processo voluto, mi capita ogni volta. Un’altra parte difficile è stato sicuramente in un secondo momento portarle in giro per l’Italia, spogliarmi ogni sera davanti a centinaia di persone sconosciute vedere l’idea che si costruiscono di me, a volte non è facile accettare come alcune persone mi percepiscono.
Ci racconti la scelta di uscire adesso con il vinile di “In memoria di” con l’aggiunta di un brano inedito? Che brano è? Cosa rappresenta per te?
È stata una scelta prettamente economica, noi come progetto ci autofinanziamo, la mia etichetta siamo io e Taketo Gohara, quindi dopo un anno di tour finalmente abbiamo avuto le finanze per stampare i vinili. Poi c’è sicuramente un fatto simbolico, mi sembrava di dover chiudere con qualcosa di materiale questo 2024, regalare alle persone che mi ascoltano qualcosa da poter toccare oltre che ascoltare, da portarsi fino a casa. L’ultimo brano è un augurio di speranza a tutti. Mi piace molto giocare con i titoli e tracciare una linea di significato con loro. Per me dopo Ciao Cari che sembrava quasi un addio, chiudere gli occhi, mi sembrava doveroso dire e dirmi, ora puoi riaprirli, andare avanti, creare qualcosa di nuovo, ri-svegliarmi.




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