C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Immaginate una situazione in cui mostrare i capelli o avere un amore sia vietato o comunque moralmente non accettabile. Fate fatica ad immaginarvela? Non credo, poiché ancora oggi, in molti luoghi del mondo, per una donna mostrare i capelli è proibito e spesso è anche deplorevole avere una compagnia maschile. Prima che questo accada anche nel nostro mondo, e non sorridete, perché alcuni inquietanti prodromi ci sono già e sono sotto gli occhi di tutti, quindi, prima che questo avvenga, conviene non solo avere la capacità di indignarsi, ma avere anche quella di dire no, di ribellarsi. Ce lo ricorda con una minimale, soave delicatezza un gioiellino di film di due registi iraniani, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha con il loro Keyke Mahboobe Man, ovvero Il mio giardino persiano.

In concorso alla “Berlinale 2024”, dove il film non è potuto essere presentato dai suoi autori, per il semplice motivo che ad entrambi il governo di Tehran aveva ritirato il passaporto, facendo pensare ad un film dai contenuti sconvolgenti. Si tratta invece di una narrazione quasi domestica che racconta della vita piatta e grigia di Mahin (interpretata da Lily Farhadpour), donna settantenne di estrazione borghese, che vive sola nella sua casa con un grande giardino nella periferia di Tehran. Una vita fatta di abitudini quotidiane, sempre uguali, come la sporadica frequentazione di un gruppo di anziane amiche e pochissimo altro. La vita di Mahin, si anima solo quando incontra Faramarz, un taxista anch’esso settantenne. Ma quando l’invadenza pervasiva di un regime politico toglie qualsiasi libertà, tutto diventa difficile e nello stesso tempo trasgressivo. Due esseri umani che si amano sotto un regime oppressivo, potrebbero ricordare tante altre vicende cinematografiche, ma per grazia e levità Mahin e Faramaz mi hanno ricordato due altri amanti occasionali, oppressi da un regime spaventoso, Antonietta e Gabriele, i protagonisti di “Una giornata particolare” capolavoro di Ettore Scola del 1977. Certo la casa di Mahin è più intima del razionalista (e brutalista) Palazzo Federici a Roma, ma bisogna pur convenire che l’oppressione del regime talebano non è molto diversa da quella del regime fascista del film di Scola. Un film probabilmente non tanto semplice da intercettare nelle sale cinematografiche, ma che merita di essere visto.

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