C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Quando Harrison Lee Van Buren, magnate americano e futuro committente di una sorta di mausoleo dedicato alla madre, scopre le creazioni dell’architetto ungherese László Tóth, questi gli rivela di essere stato un allievo del Bauhaus. Nel film però Tóth non dice se al Bauhaus sia stato promosso o bocciato, perché a vedere cosa costruisce, anzi quale mostruosità riesce a progettare e costruire, sembra proprio che la prestigiosa scuola di Dessau non gli sia servita granché. Se è difficile vedere un film che abbia come protagonista un architetto (o almeno è difficile vederlo su un architetto nell’esercizio delle sue funzioni), è ancora meno probabile vedere un film in cui il coprotagonista sia un’opera architettonica, in The Brutalist diretto da Brady Corbet, candidato ad una decina di Oscar, tutto questo avviene ed è per questo che il nesso tra la nota scuola di architettura e di design e la corrente “brutalista” che dà il titolo al film, non possa essere considerata cosa di secondo piano.

Il problema è dunque che questo film nasce su un inganno e cioè quello di indurre il pubblico a pensare (o almeno il pubblico più sprovveduto) che il razionalismo architettonico della Bauhaus sia il Brutalismo, mentre così non è. Per fortuna (o per sfortuna), il film si occupa anche di molte altre cose, direi un po’ troppe, tanto da farlo tracimare ben oltre le tre ore di proiezione, un’ora delle quali assolutamente non strettamente necessaria, se non proprio apertamente superflua. Il tutto per raccontare della fuga, dall’Ungheria agli USA, del povero László Tóth che, dopo aver trovato lavoro nelle miniere di carbone e nell’edilizia, proprio grazie all’incontro fortuito con Harrison Lee Van Buren, riesce finalmente a darsi all’architettura. Dentro al film però deve entrarci, non solo la concezione architettonico-progettuale dell’architetto, ma anche la sua vita sregolata. László è anche tossicomane, un po’ pervertito e leggermente alcolista e ha una moglie, Erzsébet, in carrozzella, a causa di una grave forma di osteoporosi da denutrizione contratta in Ungheria, che è sempre accompagnata e assistita dalla nipote Zsofia, con la quale raggiungerà il marito in America.

Mettiamoci pure il cugino Attila che lo accoglie a New York e ci ritroviamo con un bel po’ di carne da mettere sul fuoco. Quando si mette, però, troppa carne al fuoco c’è il rischio che si bruci o si cuocia male, ed è quello che avviene in questo film dalle grandi ambizioni che in parte si realizzano e in parte no. Il film presenta una diversa fisionomia tra la prima parte, più pensata e dove i prolegomeni della dottrina architettonica di László Tóth vengono espressi anche con una certa chiarezza, come quando pone la domanda esiziale “Perché l’architettura?” e dove le allusioni o le citazioni visive sono acute ed intelligenti, e una seconda parte dove tutto precipita in una centrifuga di sentimenti, pulsioni, vizi, manie, invidie, malvagità ed intrighi che risultano di difficile digestione e mal si amalgamano con gli intenti, anche un po’ divulgativi, della prima parte. Ad una America che sembra quella dipinta da Charles Sheeler, all’inizio e da Lyonel Feininger dopo, sembra contrapporsi, nella seconda parte del film, un’immagine da “Neue Sachlichkeit”, quasi “grosziana”, che riserva passaggi anche molto belli e suggestivi da un punto di vista visivo, come la visita alle cave di marmo di Carrara e la festa all’interno di una di esse, con atmosfere che evocano quell’Italia un po’ vera e un po’ immaginata alla Paolo Sorrentino. Posticce, false e inguardabili invece le sequenze finali del film ambientate alla Biennale di Architettura a Venezia, con il prevedibile ed inutile omaggio all’architetto Tóth diventato famoso. Insomma Brady Corbet mette in piedi un film molto ambizioso, senza però sapere con esattezza a che cosa ambire.




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