L I V E – R E P O R T


Articolo di Monica Gullini, immagini sonore © Giulio Contigiani

Take a different shape, cantava My Brightest Diamond in uno degli album più belli della sua carriera, This Is My Hand. La cosa che stupisce di più dell’artista statunitense è, appunto, l’innata capacità di mutare forma. La location di stasera si presta perfettamente ad ogni cambio di scena: lei stessa si stupisce del meraviglioso Teatro Comunale di Porto San Giorgio. È uno dei ricordi più cari che porterò con me, ammette commossa. Sale sul palco dopo il set a due di Am Higgins, che incanta il pubblico con solo tastiera e batteria, ma non è sua la voce che si spande nell’aria. È Sinéad O’ Connor a raccontarci storie terribili di abusi sui minori, incitando la battaglia contro il reale nemico. La immagino strappare la foto di Wojtyla e mi incupisco pensando a quanto le è costato caro quel gesto. Lo sa bene Shara e sfoga la rabbia sulla chitarra, percuotendola e gridando, invitando alla reazione, alla coscienza civile e alla fratellanza. Il giorno in cui lei morì venne una tempesta, canta delicata per poi fermarsi con durezza sul It cut down the trees che segue. La furia degli elementi cresce direttamente proporzionale allo sdegno per aver perso una cantautrice tanto coraggiosa.

Cambio di passo con Rocket in my pocket, brano dal ritmo accattivante e ipnotico, finché Even Warriors non ammanta tutto di malinconia. Shara è energica, non si risparmia, è anima pura in un oceano di rumore che lei stessa porta in scena aiutandosi con basi campionate e chitarra. Il suo è un one woman show indimenticabile come l’abito luccicante che indossa: il talento e la voce la rendono la stella più luminosa di tutte, persino più di quel diamante dietro al quale si cela. Con Black Sheep l’artista statunitense abbandona per un momento la scaletta dell’ultimo album, si copre con un mantello e converte in immagini una delle canzoni più oscure del repertorio. “Conosco il nome dei pianeti e delle sfere e so che significato ha per me la stella cadente…”, canta mentre gli occhi guizzano sotto la visiera, incapace di rimanere immobile, ora in punta di piedi a bordo palco, ora confusa nel pubblico a cui dispensa carezze tra una nota jazz e l’altra. La meraviglia esplode con This Is My Hand e il suo mondo elettronico, accentuato a perfezione da un fuoco di luci triangolari che avvolgono e cullano una Nova danzante, sinuosa nelle movenze delle mani. “Ho immaginato tante volte l’amore e come avrebbe dovuto essere…”, confida ridendo e abbracciando nuovamente la chitarra che vibra potente della sua energia e di un rock ancestrale.

È un riff che si ripete costante quello che introduce Safe House e la protagonista racconta il desiderio che più le sta a cuore, poter costruire un luogo pronto ad accogliere tutti, un riparo sicuro dalle avversità della vita. “Scriveremo nuove regole, parleremo di ciò che ci affligge nella casa priva di pericoli…”, il sussurro diviene un grido pieno di armonia e speranza. Sì ferma a riaccordare lo strumento e parla di sovvertire le regole, specie quando si è giovani, tra un crescendo di batteria e distorsioni; improvvisamente emergono le note di Be brave, le luci colorano tutto di verde e lei incornicia la fatica e il coraggio di essere se stessi ricorrendo all’immensa estensione vocale. Una dolcissima poesia è I never loved someone, delicata come la brezza mattutina e altrettanto leggiadra è Blue Hour, presente nel corpus compositivo dell’omonimo album realizzato con i compositori Rachel Grimes, Angelica Negron, Caroline Shaw e Sarah Kirkland Snider. La musicista statunitense alza la cornetta di un vecchio telefono arancione e delizia il pubblico con parole e movenze ma è con l’omaggio successivo a Illinois di Sufjan Stevens, musical con cui ha girato in lungo e in largo il Nordamerica, che strappa alla platea un’esclamazione di stupore. Corre da una parte all’altra del palcoscenico, si rifugia sull’ultimo gradino di una scala e da lì racconta l’orgoglio di essere stata una Dambuilders e quanto sia debitrice al patron della Asthmatic Kitty.

Acclamata a gran voce dagli astanti, Nova si concede agli applausi ma il suo entusiasmo è senza freni: ecco in sottofondo bussare il rullante di Pressure ed eccola tornare scintillante come un diamante, in spalla l’inseparabile sei corde e negli occhi la meraviglia. Sullo sfondo i colori esplodono e le note di Troy, omaggio a Sinéad O’ Connor, timide fanno capolino. Il coraggio dell’artista irlandese è il filo conduttore che tiene insieme ogni brano, l’amore tormentato che Sinéad canta con la forza della disperazione è più forte di qualsiasi bugia e conduce alla rinascita. My Brightest Diamond è la fenice che risorge dalle ceneri, vibra di rabbia ma allo stesso tempo è piena di gratitudine verso colei che il mondo della musica ha largamente bistrattato. Penso a Kris Kristofferson e a come la strinse forte dopo i fischi al concerto per il trentennale di Dylan. Chissà dove è ora, se sta sentendo addosso questa carezza, se sa che non è stato tutto vano, mi chiedo mentre osservo una figura davanti agli occhi renderle la giustizia che merita. Commossa Shara saluta e si rifugia dietro le quinte, dalle quali esce per regalare una psichedelica Golden Star, impreziosita da sapienti giochi di luce. Sembrerebbe sul punto di andarsene ma concede al pubblico un’ultima perla e si affida a Nina Simone e alla sua bellissima Feeling Good. Sorride, ringrazia ancora una volta per aver potuto suonare in un teatro così bello e invita a raggiungerla nel foyer. Non ci penso due volte e la attendo emozionata per una foto, un autografo e due parole in libertà. La aspettavo da diciotto anni, confido mentre le porgo i dischi, per poi rivelare che le sue canzoni sono la mia casa sicura, quella che tutti dovrebbero avere. Ha gli occhi felici e vorrei che questo momento durasse per sempre. Sento di non desiderare nient’altro al mondo. È tutto qui, nel palmo di una mano che schiude la pietra più preziosa dell’Universo.

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