C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Quando si va a cena in un ristorante stellato, ci si va con talmente tante aspettative per cui si ragiona poi sempre in termini di stelle Michelin e si finisce per non gustare i piatti. Allo stesso modo, quando si va a vedere un film vincitore di una serie di Oscar o altri premi, si è indotti a preoccuparsi più dei premi che del film. Questo atteggiamento era più che palpabile in sala al termine della proiezione di Anora di Sean Parker. Forse agli spettatori meno attenti è sfuggito che dei cinque Oscar vinti dalla pellicola (miglior film, miglior sceneggiatura, migliore attrice), due sono stati quelli per la miglior regia e per il miglior montaggio (dello stesso Parker). Ed in questo sta proprio la chiave di volta del film, poiché purtroppo o per fortuna, il cinema non è solo fatto solo da bravi attori, belle storie o belle colonne sonore, ma anche da ritmi narrativi e dalla fotografia.

Mi viene quasi da dire “soprattutto” da fotografia e da movimento. E se il cinema è, come dicevano già i fratelli Lumière, fatto di immagini in movimento, questo film se non è un capolavoro, è certamente molto, molto ben costruito. La storia è quella di Anora, detta Ani (Mikey Madison), danzatrice e prostituta in un locale di New York che con una certa leggerezza, ma anche in buona fede e di belle speranze, si innamora di uno sbalestrato e giovane figlio di un oligarca russo, Ivan (Mark Eydelshteyn) che dedito a tutti gli eccessi con i soldi di papà, finisce per sposarla in una cerimonia-lampo di quelle che si usano a Las Vegas. Il padre e “mammina”, non avendola presa propriamente bene, gli scatenano contro una serie di “sgherri”: tutori, guardaspalle, autisti, assistenti vari, insomma tutto lo staff dedito alla tutela del pargoletto in libera uscita negli USA. Naturalmente Ivan (il terribile) finirà col tornare sui propri passi lasciando che il matrimonio venga annullato e abbandonando al proprio destino la povera Anora (con piccolo ed imprevedibile epilogo).

Il film è decisamente avvincente, scandito da un ritmo quasi infernale, molto ben sostenuto da riprese effettuate con la camera a mano che, meglio ricordarlo, sono il precipuo linguaggio visivo del cosiddetto cinéma vérité, che è stata la cifra stilistica di molto cinema “Indie”. Il tutto sostenuto dalla fotografia “sporca” quanto basta di Drew Daniel e da protagonisti ben definiti psicologicamente, non solo l’inquieta e molto spesso cinica e disincantata Anora, ma anche il giovane sbarbato Ivan, infantilmente trasgressivo così come tutti gli altri personaggi, come il grandioso Toros (Karren Karagulian) factotum del magnate, un georgiano diplomatico ma molto spesso impacciato e la guardia del corpo Igor, casto e determinato. Il film è a tratti esilarante (e questo non depone mai a favore di un film vincitore di Oscar) con molte citazioni (non so quanto volute) al grande cinema, come allo Scorsese di “Quei bravi ragazzi” e, azzardando ma non troppo, persino a qualche torbida atmosfera, alla Jim Jarmush. Nora non è certo “Pretty Woman”, ma se si guarda unicamente a quanto passa sullo schermo e non al come e al perché degli Oscar o della Palma d’oro a Cannes, il film appare crudo, avvincente ed ironico. Godetevelo come si gusta una buona cena e lasciate perdere le stelle della Guida Michelin…






Rispondi