C I N E M A


Articolo di Mario Grella

I film sulla memoria dell’Olocausto fanno parte di un filone cinematografico molto nutrito, come è giusto che sia, ma trovo davvero difficile collocarvi A Real Pain di Jesse Eisenberg, anche se il film tratta proprio di questo. La chiave di lettura però è originale e l’Olocausto e il suo drammatico ricordo sono, per così dire, sussurrati e mescolati alla necessità di farli convivere con altre tematiche a cominciare dalla psicologia dei due protagonisti, due cugini che vivono negli Stati Uniti, David che abita a Brooklyn con la moglie e la piccola figlia e Benji, al contrario, che abita in provincia. Mentre David è una persona metodica e anche un po’ maniacale, Benji è a momenti estroverso e a momenti malinconico ai limiti della depressione. I due intraprendono un viaggio verso la Polonia, terra di origine della comune nonna Dory scomparsa da poco, unendosi ad un piccolo gruppo che, condotto da una guida, visiterà i luoghi del ricordo di quella terrificante vicenda che fu l’Olocausto.

Il piccolo, ma variegato, gruppo visiterà tra le varie cose i resti del ghetto di Varsavia e in particolare il monumento all’Olocausto. Anche gli altri componenti del gruppo, hanno ricordi legati alla tragedia del popolo ebraico sterminato dai nazisti: i nonni di Marcia sono riusciti a fuggire negli U.S.A. prima dell’Olocausto, Eloge vive in Canada e si è convertito all’ebraismo, dopo essere sfuggito al genocidio in Ruanda, mentre i coniugi Mark e Diane hanno origini ebraiche. A condurre il gruppo è James, guida un po’ pedica e priva di smalto; insomma la vicenda sembra dipanarsi in una quasi ovvia banalità. Ma il film è fatto soprattutto di riflessioni interiori che coinvolgono prima di tutto il senso di totale spaesamento e quasi di impossibilità a rivivere pienamente, benché nel ricordo, quella immane tragedia. La “macchina del tempo” non sembra funzionare, benché i sentimenti che hanno spinto al viaggio quelle persone, e in particolare David e Benji, siano forti e genuini.

Un altro elemento di disturbo, che però si intreccia a meraviglia con la vicenda principale, è il conflitto psicologico e interpersonale fra i due protagonisti, con David protettivo nei confronti delle fragilità esistenziali di Benji. Va detto che il regista Jesse Eisenberg, la cui famiglia è di origini sia polacche che ucraine, effettuò davvero un viaggio in Polonia che gli ispirò anche un’opera teatrale, The Revisionist con debutto nel 2013 nel teatro off Broadway. È quindi inevitabile pensare a più di un legame autobiografico che lega il regista al suo film. Ricordiamo solo che David è interpretato dallo stesso Eisenberg che raggiunse la notorietà sul grande schermo, dopo aver interpretato Mark Zukerberg nel film del 2010, The Social Netwok di David Fincher. Film ironico e delicato, apparentemente semplice, ma dalle riflessioni profonde, forse con una cura dell’immagine e della fotografia non proprio indimenticabili.

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