L I V E – R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore di Davide Santi
Essere trascinati in un ritmo ipnotico proveniente dal sole della Giamaica e da quello di Napoli e in un incalzare amico che ti incita a salire su un animale immaginario ed iconograficamente ancestrale che cavalca verso l’Africa per farti riscoprire la propria identità di “razza” umana, è riconnettersi al suono inconfondibile degli Almamegretta. Li riporta per noi live il Tour Sanacore 30esimo anniversario, partito il 7 Marzo dal Viper Theater di Firenze che, dopo essere passato per Torino, Milano, Napoli continuerà per altre tre date a Roma, Padova e Cesena. Ascoltarli dal vivo ha fatto rivivere a chi era lì e ad una intera generazione di cui faccio parte un viaggio dentro il nostro inconscio personale e collettivo più luminoso. Un viaggio a ritroso e nella luce di quello che eravamo e forse ancora siamo, nonostante l’oscurità dei tempi provi continuamente a sopirla, e di quella cultura dell’essere e del sentire peculiare di quel tempo, a cui attingere sempre più perché salvifica. La verità e l‘urgenza sono elementi essenziali che muovono il processo creativo ed artistico e che purtroppo sembrano mancare a molta produzione musicale, mainstream e non, contemporanea.

Gli Almamegretta sono una band che, agli inizi degli anni ’90 con il primo album Animamigrante, mossi dalle suddette spinte, generarono un’assoluta novità nell’ambito della musica alternativa italiana, per poi arrivare, proprio con Sanacore, ad essere conosciuti al grande pubblico e ben oltre i confini italiani. Ricordiamoci il concerto del 31 Dicembre del 2001 quando gli Almamegretta suonarono davanti a 70.000 persone in Piazza del Plebiscito a Napoli e le svariate ed illustri collaborazioni internazionali come quelle con Bill Laswell, Adrian Sherwood, gli Scorn e I Frequencies e nazionali con Pino Daniele e Mauro Pagani e successivamente con Count Dubulah, bassista dei Transglobal Underground e gli Zion Train fino alla scelta del regista angloindiano Tarsem Singh di includere ‘O sciore cchiù felice, nella colonna sonora del famoso lungometraggio “The Cell”. Per non menzionare le ripetute Targhe Tenco vinte dalla band. Nel frattempo che il concerto si appresta a prendere il via, ho già razionalizzato il fatto che la resa live di oggi non potrà, anche solo fisiologicamente, ricalcare l’urgenza e la carica espressiva debordante di un live degli Almamegretta di trenta o venti anni fa. Band che ha delineato senza ombra di dubbio lo spirito dei tempi di un fermento e di un’incanto generazionale e culturale in cui la musica era un linguaggio e un’espressione giovanile centrale e il luogo di evasione dell’anima in tormento e alla continua ricerca di un proprio posto nel mondo e con la spinta ancora ed ardente di desiderarne uno migliore. Aldilà di quanto appena detto, l’aspettativa è comunque molto alta e si sente il vibrare incalzante aleggiare in ogni angolo del Viper. Alla notizia di questa celebrazione, la memoria emotiva del corpo ha incendiato il mio cuore, dove il suono travolgente e la poetica degli Almamegretta risiedono indissolubilmente per chi come la sottoscritta ha amato ciecamente la commistione di suoni esotici ed incalzanti e modernissimi connotati dal loro beat, dub, raggae e funk fusi nell’unico e solo fenomeno di trip hop partenopeo nostrano. Le cui sonorità etnodub di Animamigrante attrarranno proprio i fondatori ed indiscussi maestri del genere nato nella loro Bristol, i Massive Attack, che nel 1995 chiederanno agli Almamegretta di reinterpretare Karmacoma dal loro disco Protection, dando vita ad uno dei pezzi fondamentali e più musicalmente folgoranti di quegli anni, ovvero The Napoli Trip.

In un Viper gremito di generazione X, su un incipt ritmico dub, fa la sua entrata in un palco allestito con il solo logo della band in forma scultorea ed etnosimbolica, con un’eleganza molleggiata, Raiz. E subito un boato lo accoglie. Raiz che in spagnolo significa fonte, radice, origine. Dopo i passati tre anni di reunion di ogni tipo, di cui la maggior parte esanimi operazioni di profitto, in me nasce una spergiuro inconsapevole che quello che ci accingeremo ad ascoltare non sia una didascalica reinterpretazione dell’album a trent’anni dalla sua creazione. La speranza tradita ne esalterà la forte matrice seminale e consacrazione a pietra miliare indiscussa della musica italiana degli ultimi 50 anni e la sottile percezione durata lungo un po’ tutta l’esibizione sarà confutata dal ripetuto incalzare del loro groove e suono scarno e sincopato. Il concerto comincia con un lento Ammore nemico che fa da apripista a O’ sciore cchiu felice, uno dei pezzi più belli ed amati del disco e che ci ricorda che “il fiore più felice è il fiore senza radice, corre come un cane senza fune, il fiore senza padrone”. La band si presenta con solo tre dei musicisti della formazione originaria, caratterizzata sin dagli inizi da continuo mutamento dei membri, sia attraverso il decennio ‘90 che nei due decenni successivi e l’assenza-presenza del grande soundman, dubmaster e creatore del marchio sonoro della band, Stefano Facchielli in arte D.RaD mancato prematuramente nel 2004, risuonerà nel teatro rock in lungo e in largo. Segue Maje che apre al trip hop e al ritmo più febbrile, per cui vedo intorno a me scaldarsi l’irrefrenabile anima pogatrice dei presenti e dei giovani italorasta sottopalco. Dai corpi di un pubblico adorante echeggia Pe’ dint’ ‘e viche addò nun trase ‘o mare e poi Fa’ ammore cu’ mme, primo estratto dall’album Immaginaria del 2001 fino a Water di Garden che arriva invece da Senghe del 2022 e a The Cheap Guru dell’album 4/4 del 1999 in una linea stilistica imperturbabile e coerente.

I ritmi sono sempre coinvolgenti e i suoni elettronici riempiono lo spazio di questo qui-e-ora-futuro 2.0.2.5 in cui siamo catapultati. Il coro di bambini di Ruanda, uno dei pezzi che ha retto più egregiamente gli anni, mi risveglia dal vagare nel tempo e nel corpo a ricercare quella adrenalina iniettata nel cervello dai suoni che roteavano per tutto il Tenax durante il loro memorabile concerto del 2000. A intervalli mi guardo intorno per intercettare gli umori della gente presente in adorante ascolto e a brevi tratti scettica, perché forse e similmente, la memoria del mio e loro corpo sublima e completa il momento presente. Animamigrante stacca come un razzo in ascesa con il suo inconfondibile taglio strumentale che ha connotato l’anima della band dai primordi. Hard kora dub, estratto da un EP, Sanacore 2.0.2.5 Reloaded, fatto uscire dalla band a Febbraio prima che partisse il tour, sale di progressione introducendo la fragorosa ‘O bbuono e ‘o malamente e la più coivolgente in questa versione Catene, già di per sé dance e dalle sonorità arabeggianti tanto care agli Almamegretta. Attraversiamo tutti questi stadi nell’attesa del pezzo che sublimerà tutta la serata ovvero il già citato The Napoli Trip, che rimane in maniera indiscussa il brano dal più lungo ed inalterato respiro, in una versione dilatata e a luci spente che esalta la folla e la lancia nella parabola ascendente della parte finale del concerto. Segue brillantemente Figli di Annibale contaminata di strofe di War di Bob Marley & The Wailers che si uniscono al ritornello della canzone in un unisono pirotecnico da brivido. Sanacore non può che incrementare il calore che ribolle oramai nelle vene del pubblico, picco dove l’osmosi si è innescata e la voce e i suoni sono finalmente limpidi e lubrificati. Nun te scurdà, l’inedito Unforgettable dub e Tempo chiudono magistralmente la serata in cui Raiz, con il suo timbro di voce profondo, tagliente e profetico sovrappone alle note che scorrono in loop, rime che entrano nel petto, mentre il corpo rimane esaltato dal crescendo del finale, congedandoci con il desiderio che “la musica arrivi nella vita reale sotto forma di amore come antidoto“, perché “we don’t neeeed, no more trouble” e “nessuno di noi può correre più veloce del proprio cuore come ci chiedono e rimanere umano…”

Almamegretta:
Raiz – voce
Pier Paolo Polcari – tastiere, programming
Gennaro “T” Tesone – batteria
Paolo Baldini – basso, programming
Fefo Forconi – chitarra
Albini D’Amato – live engineering





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