L E T T U R E


Articolo di Gianni Brunoro

Le dive cinematografiche esercitano sempre un ovvio fascino sul pubblico. Se ciò è naturale perché esse sono la incarnazione della bellezza, tuttavia in certi casi esse corrispondono a personalità eccezionali, tanto da lasciare una traccia indelebile nei ricordi degli spettatori e a volte una traccia nella società. Un esempio del genere è Audrey Hepburn, che negli scorsi anni Cinquanta e Sessanta era sulla cresta dell’onda, tanto che alcuni dei più celebri film da lei interpretati, come Vacanze romane, o Sabrina, o Colazione da Tiffany, o My Fair Lady, e qualche altro, vengono passati ancora oggi dalle reti televisive, con soddisfacenti indici di gradimento.
Ma Audrey Hepburn fu una donna talmente eccezionale da ispirare la fisionomia di un personaggio a fumetti – Julia delle edizioni Bonelli – ancora oggi in edicola dopo quasi trent’anni: un prodotto nel regno della narrativa e della fantasia. Però, per riportarci alla realtà, è uscito recentemente presso le edizioni ReNoir una autentica biografia, capace di ritrarre questa attrice amatissima nei parametri della sua essenza artistica e inoltre di eccezionali requisiti umani.

Il caso vuole che poco tempo fa, contemporaneamente alla citata BIO della Hepburn venisse riproposto anche, in edizione da libreria, uno degli episodi di Julia. I quali escono mensilmente dall’ottobre 1998, sempre su testi di colui che ha inventato il personaggio, ossia Giancarlo Berardi (aiutato o sostituito talvolta da un suo collaboratore) e da un folto gruppo di disegnatori. Ma a volte i disegni sono di un Grande, un one-shot di un fuori classe. Nel caso specifico del volume in parola, si tratta di uno dei mostri sacri del fumetto italiano, Sergio Toppi che nel 1999 disegnò la storia mensile L’eterno riposo, ora ristampata in un’edizione cartonata nel formato 21×30 cm, idoneo a dare al disegno tutta quella dignità che la edizione mensile, nel suo formato volumetto “tipo Tex” di 16×21 cm, sacrifica un po’ la bellezza grafica della storia.

Qui e ora è il caso di spendere due parole su questo grande del fumetto italiano, Sergio Toppi (Milano, 11 ottobre 1932 – 21 agosto 2012). Il sé, egli è autore del fantastico, del sorprendente, del surreale, dell’insolito, dell’inatteso, dell’ultra-colto. Oggi è considerato uno dei più grandi autori mai esistiti. Si veda quanto Berardi ha scritto su di lui, rievocando il proprio primo viaggio negli USA: «Alla fine, capitai nello studio di Neal Adams, in Rockefeller Plaza, frequentato dal gotha del fumetto americano. Rimasi ospite per diverse settimane, e conobbi Alfred Andriola, Sergio Aragones e i suoi colleghi di «Mad», Dik Browne, Joe Kubert, Gray Morrow, John Cullen Murphy, John Prentice, Bud Sagendorf, Mort Walker, Al Williamson… E a tutti mostravo i numeri di Sgt. Kirk, con le copertine e alcune storie interne disegnate da Sergio Toppi. Mi piaceva osservare lo stupore nei loro occhi. Non avevano mai visto uno stile simile, non assomigliava a nessun artista conosciuto. “Oh, davvero magnifico!”, “Grande maestria grafica!”, “Che forza!”, questi i commenti entusiasti».

Dalle sue tavole così incise e così bulinate, dalla ricchezza traboccante delle sue storie misteriose e tragiche, ci viene costantemente il conforto che può esistere un uomo così responsabile, così pronto a rispettare il suo impegno. Come una religione. Il suo lavoro tende alla perfezione, per semplice senso del dovere. Significa che Toppi è un eccezionale artista – sia sul piano creativo (testi) sia su quello grafico e che merita a tutti gli effetti quella considerazione di Maestro, quale in effetti era e rimane. Eppure era disposto a rendersi disponibile anche a ogni tipo di lavoro seriale o inconsueto che gli venisse proposto.

Uno di questi (uno dei tanti) fu l’episodio citato L’eterno riposo (136 pp., 22,50 €) della omonima serie bonelliana Julia. Per tutti gli aficionados della Bonelli, Audrey Hepburn è una famosa star cinematografica d’altri tempi, la fisionomia della quale è stata voluta dal soggettista Giancarlo Berardi per la sua ben nota e amata Julia Kendall, protagonista della serie Le avventure di una criminologa. Come sanno gli aficionados della Bonelli, a volte qualche creatore di un nuovo personaggio ha suggerito ai disegnatori di ispirarsi ai tratti fisionomici di celebrità dello schermo. La prospettiva leggendaria è quella di Aurelio Galleppini – il mitico Galep – che si ispirò a Gary Cooper per dar volto al Tex Willer; per produzioni più recenti, è ben noto come Tiziano Sclavi ha “prescritto” per il suo Dylan Dog un volto che fosse il ritratto di Rupert Everett. Fra vari esempi successivi, non possiamo trascurare appunto quello sopra citato di Julia. Per lei, Giancarlo Berardi ha “preteso” il volto di Audrey Hepburn, dandone anche una tenerissima giustificazione: perché quell’attrice corrispondeva ai suoi primi amori infantili, quelli che non si dimenticano. Scelta peraltro vincente, perché Julia è in edicola dall’ottobre 1998 e ha conquistato un vasto pubblico, specie di lettrici.

Dell’episodio L’eterno riposo (136 pp., 22,50 €) è uscita ora un’edizione pregiata, “da libreria”, e il perché è presto detto: quello è l’unico fra le ormai centinaia di episodi della serie, a essere stato affidato al grande disegnatore Sergio Toppi, del quale l’editore NPE ha in corso da anni la ristampa dell’opera omnia. La pubblicazione ha al suo attivo, oltre al disegno di un così insigne collaboratore, una intro dello stesso Berardi, che con l’occasione svela certi segreti della propria arte narrativa. Dice, per esempio «il mio modo di sceneggiare privilegia la sequenza e la recitazione di tipo cinematografico. […] Questo tipo di narrazione, estremamente realistico e oggettivo, non prevede i “pensieri” e le didascalie spazio-temporali, ormai affinato da tanti anni di lavoro, è diventato anche la cifra stilistica della serie»; oppure «per Julia è stata scelta un’impaginazione molto regolare, che ricorda uno schermo cinematografico o televisivo. A parte le strisce costituite da un’unica vignetta “lunga”, che corrisponde grosso modo a una carrellata laterale».

A ciò si affiancano almeno altre due caratteristiche. La trama ruota attorno a uno spaventoso delitto avvenuto in una casa di riposo, dove uno degli ospiti viene trovato ucciso e tagliato in vari pezzi, ciascuno dei quali disperso in vari punti. La tecnica narrativa non concede respiro, mentre vengono focalizzati anche altri due elementi sociali sempre brucianti: la speculazione edilizia e la solitudine di questi ricoveri per anziani. Ma sul piano grafico è stupefacente, al solito, lo stile di Toppi; e soprattutto la sua maestria nel raffigurare Julia come Audrey Hepburn. E per Julia la notizia finirebbe qui, perché in pratica nessuno dei fans della serie conosce la “vera” storia della Hepburn.

La quale fu invece una donna “dal grande cuore”, come apprendiamo da Audrey Hepburn (320 pp., 26,00 €), una consistente biografia a fumetti, che beninteso illumina una carriera divistica ma ricca di tanto altro. Vediamo dunque i legami, sia pur tenui, caratterizzanti i due graphic novel. Benché Audrey Hepburn sia stata un’eccellente diva cinematografica pochissimi ne conoscono le complesse vicende personali. Vi provvede il graphic novel Audrey Hepburn, un cospicuo biocomic, che racconta con dovizia di dettagli la (straordinaria) vita della celebre stella di Hollywood.

L’autrice Eileen Hofer inizia la sua opera con un breve prologo dedicato proprio al momento della nascita di Audrey (anzi addirittura prima, da quando i genitori, olandesi di famiglia da ascendenze nobili, ne aspettano l’evento, il 4 maggio 1929). Seguirà un’infanzia dorata, contrassegnata però da un trauma che lei si porterà dietro tutta la vita: l’abbandono della famiglia da parte del suo amatissimo padre, definito un incapace dalla moglie nevrotica e fra l’altro infatuata dal fascismo.

Per Audrey, seguirà un avvio adolescenziale alla danza, ma ormai la guerra ne scompiglierà il destino, provocandone disagi, sofferenze e privazioni. Con difficoltà, comunque, lei fa i primi passi nello spettacolo, dopo essersi trasferita a Londra con la madre: siamo al dopoguerra, 1948, 1949. Ma nel 1951 recita a Parigi per Colette, che la introdurrà al grande mondo dello spettacolo e al primo vero trionfo: il film Vacanze romane, 1951, girato in Italia con Gregory Peck. Il film le schiude le porte di Hollywood, con l’attenzione da parte di grandi registi, la conoscenza con l’attore Mel Ferrer: ci convolerà a nozze nel 1954, dopo altri trionfi cinematografici.

Siamo appena alla metà del graphic novel: il resto è dedicato alla splendida carriera della ormai celebre diva, pur caratterialmente fragile ma determinata. Che passerà – pur attraverso trionfi professionali – alla sofferta nascita nel 1960 di un primo figlio, Sean; ma poi nel 1966 ci sarà il divorzio, l’acquisto di una “casa oasi di pace” in Svizzera, un nuovo compagno, lo psichiatra italiano Andrea Dotti; lo sposerà nel 1969 e da lui avrà nel 1970 un altro figlio, Luca; e avrà un Oscar nel 1986.

Ma gradualmente lei sarà sempre più insofferente di impersonare un mito, mentre invece sarà via via interessata a problemi sociali. Alla fine, abbandonerà la carriera, assumendo con assoluta convinzione certi onerosi incarichi umanitari. Dal 1988 farà un trionfale giro di conferenze nel mondo come ambasciatrice dell’Unicef, ma poi seguiranno altri incarichi del genere, specie per Paesi del Terzo Mondo, utilissimi grazie alla sua popolarità. Fino al 20 gennaio 1993, alla sua dolorosa fine per malattia, quando ormai era un mito consolidato.

Si capisce da questi pur scheletrici cenni, quanto la vita della Hepburn sia stata artisticamente densa e umanamente piena: descritta da parte dell’autrice in una compatta sequenza di pagine, ricchissime di riferimenti e attente anche agli sfondi storici dei vari periodi, ai dettagli descrittivi del sottobosco cinematografico, non privo di qualche pettegolezzo. Un testo capace di dimostrare, grazie anche alle nutrite didascalie, quanto il graphic novel sia in grado a volte di rivaleggiare anche con il romanzo tout court. In questo caso, nel delineare «un destino eccezionale, quello di una donna dal cuore grande».

D’altronde, la componente grafica non è da meno. Il partner dell’autrice, Christopher, fa sfoggio di un’eccellenti conoscenza tecnica sui modi fumettistici di narrare. Chi avesse fra le mani il volume, lo comprenderebbe bene. Le tavole di Cristopher spaziano dalla tradizionale sequenza di vignette a pagine dai montaggi più vari: dall’efficace dinamismo drammatico (pp.82-83) o viceversa artistico (194), a montaggi con un primo piano su uno sfondo panoramico (una quantità!, a esempio pp.50, 86, 115, 125, 170, 179, 203, 208, 234, 241 e molte altre); a pagine costituite da una singola vignetta (122, 124, 159,159, 223, 295, una tenerissima 314): queste sono pagine molto ben definite nei minuziosi ed eleganti particolari, quando si tratta di abbigliamenti. Una così copiosa serie di rimandi significa pure che, sul piano grafico, esso si configura anche come efficace “scuola dello sguardo” per giovani aspiranti fumettisti i quali volessero “capire” quanto possono essere ricchi i moduli figurativi di questo medium.

I © dei singoli disegni – qui riprodotti per documentazione – appartengono ai singoli autori

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