L I V E – R E P O R T
Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Natascia Caronte
Wunderhorse al Magnolia: un live tra rabbia trattenuta e grande rock, ma senza abbracci
Il Circolo Magnolia di Segrate ha ospitato ieri sera, 11 giugno, una delle tappe più attese del circuito indie-rock europeo: il ritorno dei Wunderhorse in Italia, questa volta da protagonisti. Dopo l’ottima impressione lasciata lo scorso novembre all’Alcatraz, in apertura ai Fontaines D.C., Jacob Slater e compagni si sono presi il centro del palco milanese davanti a un pubblico accorso numeroso — e caloroso — per un concerto sold out sul palco piccolo del Magnolia.
L’atmosfera era quella tipica di una serata d’estate: birre in mano, zanzare sopportabili, e una comunità di fan fedeli, ben più che semplici curiosi. In apertura, gli Overpass, giovanissima band indie/alternative da Birmingham, che si è fatta notare per un’energia in crescita e una performance coinvolgente. Brani come Union Station hanno scaldato l’ambiente, lasciando presagire che di loro sentiremo ancora parlare.

Poco prima delle 21:30, un momento sospeso: le note dolci e nostalgiche di Wouldn’t It Be Nice dei Beach Boys riempiono l’aria, in un sentito omaggio a Brian Wilson, la cui scomparsa era stata annunciata poche ore prima. Una scelta non scontata ma perfettamente centrata per l’universo emotivo dei Wunderhorse, che subito dopo entrano in scena con Midas, title track dell’ultimo album. La chitarra affilata e il cantato controllato di Slater ci catapultano immediatamente lontano: da una spiaggia californiana a un vicolo plumbeo di una metropoli americana.
Il loro set è un’alternanza di profondità e potenza, tra sfumature grunge e malinconia folk. Butterflies arriva come un pugno di velluto: scura, intensa, inevitabilmente figlia dei ’90. Poi Emily, Girl e Girl Behind the Glass, tre brani che rappresentano bene l’anima duplice della band: dolcezza acida, riff chirurgici, e un songwriting che sa emozionare senza urlare.
Tecnicamente, la band è impeccabile. Slater — ex frontman dei Dead Pretties e attore nella serie Pistol di Danny Boyle — guida il gruppo con una voce pulita, potente, a tratti quasi troppo trattenuta. Le chitarre di Harry Fowler e Oscar Browne, il basso di Seb Byford (nuovo innesto al posto di Peter Woodin) e la batteria solida di Jamie Staples creano un muro sonoro compatto ma dinamico. Brani come Cathedrals e Leader of the Pack infiammano la folla, Arizona e Purple avvolgono come deserti notturni, The Rope convince con un piglio più duro e metallico.

Eppure, qualcosa manca. Non nella musica, ma nella connessione. Poche parole, quasi nessun momento di dialogo con il pubblico. Solo rapidi “thank you”, sussurrati tra un brano e l’altro, e poi via, senza alcuna concessione emotiva. Una scelta consapevole? Forse. Ma in un live così atteso, con una fanbase partecipe e affettuosa, l’assenza di un abbraccio – anche solo verbale – pesa più delle distorsioni.
Il concerto si chiude dopo circa un’ora con Rain, un brano cupo e struggente che inizia in punta di voce e cresce fino a esplodere in un intreccio chitarristico degno dei migliori live rock. Tutti restano fermi, convinti che ci sarà un encore. Ma passano dieci minuti, le luci si accendono, parte la musica registrata, e nessuno rientra sul palco. Delusione? Un po’. La sensazione è che mancasse ancora qualcosa da dire — o da suonare.
I Wunderhorse sono una delle poche realtà britanniche recenti a non suonare per nulla “british”. Il loro immaginario sonoro è americano fino al midollo: richiami a Counting Crows, The National, i Nirvana più melodici, e una poetica che rifiuta le pose per abbracciare paesaggi interiori fatti di dolore, amore, dipendenze, rinascite. Slater canta con l’urgenza emotiva di chi ha vissuto, e non solo letto, ciò che racconta.
Nel loro secondo album Midas, la band ha consolidato una formula capace di muoversi tra introspezione folk e rock ruvido, senza mai cadere nel manierismo. E brani come Silver, Teal o Superman dimostrano quanto il gruppo sappia costruire tensione anche nei momenti più pacati. Ma questa coerenza formale, dal vivo, rischia di sfiorare l’autocompiacimento. Tutto funziona, ma manca il guizzo: l’imprevisto, l’errore, l’urlo liberatorio.

Il concerto dei Wunderhorse al Magnolia è stato un piccolo gioiello di precisione e intensità emotiva. Ma come un bel film visto in silenzio, ha lasciato addosso una sensazione di distanza. È come se la band avesse detto tutto — ma solo attraverso la musica. E questo, in un live, può non bastare.
Che abbiano scelto deliberatamente una postura più schiva o che si tratti di inesperienza da headliner, resta il fatto che il talento è innegabile. Ma per arrivare fino in fondo, serve anche il coraggio di mettersi a nudo, oltre la canzone. Il pubblico era lì per ascoltarli, ma anche per sentirli. E in parte, questo incontro è rimasto incompleto.
Setlist:
01. Wouldn’t It Be Nice (Beach Boys, intro)
02. Midas
03. Butterflies
04. Emily
05. Girl
06. Girl Behind the Glass
07. Cathedrals
08. Leader of the Pack
09. Arizona
10. Purple
11. The Rope
12. Teal
13. Silver
14. Rain














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