I N T E R V I S T A
Articolo di Haron Dini
Nel panorama del teatro e del cinema italiano contemporaneo, il nome di Federica Rosellini si distingue per la sua poliedrica espressività e un talento che travalica le convenzioni. Attrice, autrice e performer, Federica ha saputo imporsi con ruoli di grande intensità, dimostrando una capacità rara di abitare i personaggi con profondità e audacia: in particolare nella pellicola Confidenza del regista Daniele Lucchetti, uscita nelle sale nell’Aprile 2024, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Domenico Starnone. Nel cast sono presenti anche Elio Germano e Vittoria Puccini. Abbiamo avuto modo di incontrarla a Kilowatt Festival di Sansepolcro, dove ha presentato lo spettacolo Ivan e i Cani: una fiaba nera di solitudine e violenza, ma anche un grande e inatteso amore. Federica Rosellini è sola sul palco, ma con la musica compone una partitura compatta e rugosa per evocare immagini scioccanti e una storia struggente e appassionata.

Ciao Federica! È un piacere e un onore fare questa chiacchierata con te. Come stai?
Sto bene! È un momento della vita molto positivo. Anche nel lavoro devo dire che stanno nascendo e girando diverse cose di cui curerò la regia. Sicuramente sarà un anno di progetti molto importanti, e sono contenta perché sta prendendo sempre più piede anche questa parte autoriale.
Vorrei partire proprio da qui: sicuramente il teatro, a differenza del cinema, nonostante siano simili, ha un linguaggio diverso e non è sempre facile portare avanti questa macchina organizzativa. Come forma espressiva non è immediata. Tu cosa ne pensi?
Non è solo questo, nel senso che io come interprete e attrice ho sempre lavorato tanto, ed ero molto nota per quello, mentre i miei lavori come autrice si muovevano in circuiti più off. Da un certo momento in poi gli stabili hanno cominciato a produrmi e attualmente ci sono tante realtà teatrali che si stanno avvicinando al mio lavoro. Io lo dico sempre: per una donna è sempre difficile il passaggio di essere vista da interprete ad autrice, perché per me le due cose sono parallele.
Infatti tu, Federica, non solo sei interprete ma ti occupi anche della regista e degli script.
Si, infatti in questo lavoro ‘Ivan’ sono alla regia, alle scene ma soprattutto anche nel sound design. Gran parte dei lavori in cui circolo e circolerò in questi tre anni sono così; interprete, regista ma anche, in alcuni casi, regista drammaturga. Altre volte capiterà che starò dietro e non davanti, di conseguenza è molto bello abitare diversi luoghi.
Secondo la tua esperienza, che differenza c’è nell’interpretare ruoli diversi e soprattutto come ti trovi in ogni circostanza?
Io personalmente mi trovo molto bene, nel senso che in questo momento di grande libertà per me posso scegliere certi progetti se ho voglia di abitare come autrice appunto, oppure se ho voglia di creare. Non ho mai amato le definizioni, mi fanno sentire un po’ stretta. Questo lo sarà prossimamente per lo spettacolo ‘Dracula’ di Andrea De Rosa, in cui io interpreterò proprio Dracula. Andrea mi ha chiamato e io ho aderito con grande entusiasmo. Quindi ripeto, è proprio la libertà. Non bisogna per forza precludersi, non è la mia storia. Scegliere diversi progetti, e in quei progetti capire qual è il luogo dove vorrei stare.
Sono d’accordo, poi è anche un bagaglio culturale in più.
Si, senza dubbio, credo che sia un bagaglio molto importante quando riesci a dirigere gli altri, perché come dico sempre: i registi che sono stati anche interpreti e attori hanno una sensibilità in più rispetto alla direzione dell’attore. Ci sono anche altri pro, ma sicuramente hai molto più chiaro quello che sta capitando sulla scena e cosa significa la richiesta che stai facendo. Spesso mi capita di dire agli attori con cui ho lavorato “non ti chiedo niente che io non farei, il mio corpo è sempre lì con voi”.

Lo spettacolo “Ivan e i Cani” di che cosa parla?
Ivan e i cani è il testo di una drammaturga inglese contemporanea che si chiama Hattie Naylor e tradotto da Monica Capuani. Ho deciso di lavorare o su testi che ho scritto io oppure su testi di drammaturghe. Ho scientemente scelto di lavorare su testi di drammaturghe note soprattutto all’estero, ma che sono cresciute in Italia e Hattie è una di queste. Ivan e i Cani parla di questa storia realmente accaduta, tratto da una storia vera di questo bambino nella Russia degli anni 90. Viene abbandonato dai genitori e viene cresciuto da una muta di cani randagi, infatti questo bambino viene poi battezzato come il ‘“’Mowgli Siberiano’. Quando ho letto il testo, nella sua tenerezza e violenza, ho pensato che questa storia in qualche modo parla a tutti noi. Per me è molto importante anche il tema dell’interspecie, di una maternità antispecista, quello di raccontare famiglie lontane dall’occhio comune e dal pregiudizio. Per me è stato fondamentale raccontare un certo tipo di maternità e lo faccio anche in una maniera molto particolare: mentre leggo il testo compongo e faccio sound design. Creare atmosfera sonore, miscelando vari stimoli ma soprattutto mettendo in sottofondo la voce di mia madre.
Quanto è durata questa gestazione?
Quando ho cominciato a praticare questo testo, all’inizio l’ho portato in un paio di piazze ma per il semplice fatto che dovevo capirlo. Piano piano, anche grazie a collaboratori che lo hanno amato e hanno dato modo di spingere questo progetto, ho cercato di renderlo musicalmente più complesso. Mi porterò sempre nel cuore il significato di questo batterista nella neve, ma soprattutto questo mondo di neve.
Mi piacerebbe molto parlare anche della tua esperienza cinematografica dell’anno scorso, ovvero il film “Confidenza”. Come è stato a lavorare con persone del calibro di Elio Germano e Vittoria Puccini e il regista Daniele Lucchetti?
È stata una bellissima esperienza. Daniele è un regista splendido, di grande dirigenza e sensibilità, e lascia molto spazio ha i suoi interpreti e questa è una cosa che io amo molto. Ama costruire con loro, per certi versi sembrava quasi una jam session, sembrava di suonare jazz sia con Daniele alla camera, ma soprattutto con Elio Germano, visto che ho girato tantissime scene con lui. Quindi è stato bello, divertente e le scene non erano scritte o fossilizzate in quello che erano, ma abbiamo lavorato moltissimo prima d’improvvisazione ho avuto anche modo di portare pezzi del mio mondo cercando di far combaciare il tutto con il personaggio che interpretavo, Teresa. La cosa particolare è che le scene cambiavano spesso ad ogni ciak, a volte inventavamo anche ed è stato un dono.
La cosa interessante del film è che mette in risalto un certo tipo di psicanalisi che anche lo spettatore, alla fine, è portato a fare.
Certo, la cosa appunto molto interessante è che quello che accadeva a noi, in qualche modo accadeva anche al pubblico, immagino. Spoiler: non essendoci questa confidenza, questo interrogava molto chi lo vedeva e chi lo abitava. Il film gira tutto intorno a questa confidenza imperdonabile, ciascuno di noi, spettatori compresi, rispondiamo in una maniera diversa. È molto importante perché si avvicina ad un linguaggio anche teatrale, e questa cosa personalmente la ricerco molto perché tende a mantenere anche il pubblico attivo. La situazione pone anche un quesito: che esseri umani siamo? Penso che sia il cinema che il teatro abbiano questo dovere di interrogare.
Tra l’altro le musiche in questo film sono state composte da un certo Thom Yorke (ride ndr).
Anche questa è stata un’esperienza meravigliosa. Pensa, Thom scriveva le musiche mentre noi giravamo, e ad un certo punto mentre giravamo l’ultima scena della corsa tra le macchine a Torino, Daniele mi ha fatto sentire proprio il brano che si appoggiava a questa scena e mi ha detto “ecco! Pensa mentre corri che ci sarà questo brano”. Per me la musica sarà sempre una parte fondamentale che smuove la mia sensibilità. È stato molto bello perché ci influenzavamo a vicenda tra noi e Thom Yorke. È stato un bel gioco di squadra, non soltanto con Thom ma anche con tutti gli altri.


Photo © Luca Del Pia





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