R E C E N S I O N E
Recensione di Aldo Del Noce
Ci si accosta con preventivi credito e stima ad ogni nuovo lavoro della pianista ed autrice sud-coreana Eunhye Jeong, di cui permangono indimenticati i lavori per piano solo Chi-da e Nolda, e più recentemente un composito lavoro in quartetto (The Colliding Beings), pur di ostica fruibilità in virtù dell’inclusione della rara arte del Pansori, cantato-recitativo tradizionale di insolito impatto rappresentativo.
Oltre alla palese formazione post-accademica, non disconosciamo della performer anche una netta dimestichezza in ambito jazz, certamente eterodosso, e ne è peculiare esternazione anche il presente vol. 2 dell’opera bipartita End of Time / KM-53 Project, intrapresa nel 2022 con una prima uscita ad eguale line-up.

Poco intuitivo come il dedicatario “KM-53” del titolo sia un orso selvatico nero coreano, che dal secondo anno di vita aveva intrapreso uno spostamento di circa 80 chilometri dal suo habitat, elemento che fornisce all’Autrice grande spunto naturalista: “Selvatici e liberi o no, siamo tutti figli della natura. E che abbiano successo o meno, le creazioni musicali nascono dalla nostra connessione con la natura, intesa sia come Madre Natura che come qualità innata di un’entità: ed io considero come tale la mia”. Solo in apparenza banale, di fatto tutt’altro che scontato, il richiamo (o monito) ai legami con la natura nelle dinamiche del processo creativo, in cui la già spiccata personalità della titolare si spende entro una regia liberista, da leader inter pares di individualità egualmente esploranti.
Di fatto l’esito sonoro è comunque e costantemente connotato da grande presa drammatica, e bisognerebbe integrarne l’ascolto con i tre passaggi strumentali costituenti il primo album, essendo tutte e cinque le tracks esito di una sessione live ripresa a The Lilypad, Cambridge (Massachussets) all’inizio del 2020, insomma all’alba della nefasta pandemia che tende ad esser rimossa dalla memoria recente. “End of Time Vol. 2 contiene due tracce di un’esibizione dal vivo registrata poco prima dei famigerati lockdown del 2020. Sono passati quattro anni, molte cose sono tornate alla ‘normalità‘ e alcune ‘nuove normalità‘ sono state introdotte nel mondo a un ritmo accelerato. Quando è nata questa creazione, non prevedevo la fine della vecchia normalità; tuttavia, la musica sembra invocare un cambiamento sovversivo e dirompente in noi e nella realtà universale in cui un tempo credevamo”.

Si noti l‘abilità ed il credito della leader nell’arruolare una line-up strumentale titolata e di peso non soltanto nominale, abile a conferire tangibile vitalità a mobili affreschi sonori, certo contributivi ad un aggiornato sentire neo-free ma efficaci nell’affrancarsi all’incasellamento di genere, connotata da concretezza di ruolo performante, la cui dominante concretezza non eclissa una dimensione onirica evolvente; al convincente esito si perviene mercé le stratificazioni dinamiche degli apporti strumentali, tali la carpenteria volitiva, frenetica e gemmante del piano, le argentee volute del cello, la forza connettiva delle corde basse, l’atto percussivo guizzante della batteria e lo spirito alitante delle ance, tutti liberamente collidenti su ‘layers’ di viscerali e speculative istanze di libera espressione, stilisticamente trans-temporali. “Ho dato avvio a questa intera creazione e riconosco che l’album è in qualche modo ‘guidato dal pianoforte’. Come leader, ho cercato di trasportare tutti i componenti dell’ensemble in un reame sconosciuto, un territorio del nostro universo in cui l’espansione dello spazio-tempo è vincolata. Il risultato, come sento in questo album, è un vortice di energie sonore, diretto a deformare il tessuto dello spazio-tempo e mirato a raggiungere un punto di vasta portata attraverso l’universo”.
Nel corso del riascolto, in specie raffrontando con le controparti pianistiche in solo, si conferma che il background ispirativo della pianista-autrice tenda a pescare ben più oltre di quanto esposto, e che la medesima coltivi una qualche propensione verso le dinamiche dell’infinito; la libera quanto drammatica narrazione sonora adombrerebbe dunque un originale misticismo post-moderno, dissimulato da esposizione laica, ma non certo impersonale, che della creativa Eunhye suggella il poderoso talento immaginativo e, non meno, le palesi vocazioni umanistiche.
Eunhye Jeong: pianoforte
Allison Burik: sax alto, clarino basso
Max Ridley: contrabbasso
Francisco Mela: batteria
Mina Kim: violoncello
Eunhye Jeong – sito ufficiale
KM-53 Project, Vol. 2 su Bandacamp
Tracklist:
01. Journey Through (21:09)
02. KM-53 (17:34)
Photo 2 © Jung-woo Kim





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