R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Non si ritorna mai completamente indietro nel Tempo, ma piuttosto si rilegge il passato sotto una luce più contemporanea. Affermazione che potrebbe essere il sottotesto non dichiarato di Welcome Back, l’ultimo capitolo discografico di Fabrizio Bosso e del suo Spiritual Trio. Arrivati alla quinta pubblicazione dopo circa quindici anni dall’esordio come formazione a tre elementi, il cuore pulsante di questo gruppo è il suo impianto strutturale, idoneo alla rielaborazione delle componenti tradizionali senza limitarsi a ripetere quanto già scritto. Infatti, laddove molti rischierebbero di cadere in una sterile operazione nostalgica, lo Spiritual Trio sceglie di attraversare il passato con arrangiamenti evoluti che aprono la strada a interessanti miscellanee, tra nuovi brani e standard iconici con una visione che è insieme rigorosa e spontanea. L’opera si presenta non tanto come un album di solo jazz ma piuttosto come un incrocio di suggestioni, un luogo dove la tradizione gospel, soul e spiritual, si fonde con la personalità interpretativa di questo trio.

La seria preparazione artistica di ciascun elemento sorvola sul rischio di un’esagerata semplificazione o, per contro, di un eccesso di sussiego nei confronti di un patrimonio musicale da sempre gestito in primis da artisti neri. Quindi non si troveranno, in un album come questo, pedisseque e scontate riproposizioni di hit del passato né, per contro, segni di sabotaggi pretestuosi delle strutture melodiche più conosciute. Dice infatti Fabrizio Bosso : “…devi avere rispetto della melodia, perché chi l’ascolta la deve riconoscere…” [Fonte: Paolo Marra per All About Jazz, 27/12/2019]. Fin dalle prime battute, Welcome Back si configura come sostenitore di una grammatica universalizzata, una vera e propria scuola di formazione per diversi stili musicali, non ultimo proprio il jazz che paga da sempre il suo tributo a queste radici. L’album si nutre di un incastro profondo tra le voci strumentali, ognuna portatrice di una propria anima sonora. Ad esempio, la tromba di Bosso – su questo musicista troverete nell’ambito di Off Topic almeno una ventina di recensioni, tra album e concerti dal vivo – si fa alter-ego di una matericità vocale che richiama lo spirito del gospel sapendo di andare oltre, verso una nuova dimensione lirica che accoglie e rielabora la tradizione. Bosso dimostra ancora una volta l’abilità di essere un interprete di rara intensità e di eccezionale livello tecnico, facendo emergere la sua tromba come voce guida e sostenendo una narrazione cantabile capace di evocare suggestioni a portata di cuore. Alberto Marsico – vedi qui e qui – dal canto suo, non si limita a fungere da semplice accompagnamento, il suo organo è evidentemente un co-protagonista, un demiurgo che cesella atmosfere dense di rilievi emotivi, organizzando una trama armonica di riverberi mistico-carnali com’è tradizione della musica nera, persino quella più spiritualizzata. A completare il trio, la batteria di Alessandro Minetto – leggi qui e qui – che si fa veicolo di un ritmo tanto pulsante quanto discreto, modellato su misura per ogni istante dell’album. Non c’è dubbio che questo batterista possieda la necessaria sensibilità ritmica per dialogare con gli altri due strumenti, plasmandoli con eleganza e leggerezza nel difficile gioco prospettico di costruirvi attorno i chiaroscuri necessari ad una opportuna tridimensionalità sonora. L’album naviga su una rotta musicale che interroga il presente attraverso una sintassi correttiva, perché non torna indietro – come suggerito all’inizio di questa recensione – solo per riproporre il passato, ma soprattutto per trasformarlo. Un’ultima osservazione di carattere esclusivamente psicologico-estetico riguarda la piacevolezza e il buon umore innescato da questa musica. Potrebbe sembrare, per alcuni, un effetto dovuto ad un poco di autoindulgenza ma credo che in realtà ciò che muove queste esecuzioni sia la loro sofisticata leggerezza, quel modo di interpretare e tradurre in jazz ciò che inizialmente lo era solo in nuce.
Ed è appunto la tilte track Welcome Back che apre le danze, in modo direi decisamente laico. Un arpeggio d’organo e la tromba squillante sono il biglietto da visita dell’album, immettendosi in un brano che regala qualche veloce coordinata di quello che sarà l’ascolto dell’intero lavoro. Marsico fa subito intendere che il suo strumento non ha un ruolo secondario rispetto alla tromba di Bosso. Il respiro caldo della sua tastiera, con quei bassi tenebrosi, si sviluppa puntando ad un groove r&b efficace su cui lo strumento a fiato si trova a praticare un assolo a curvature strette immettendo fiamme jazzate in un substrato funky. Spirito Libero è una piacevole melodia, molto orecchiabile e con sentori di arie popolari, che prende il volo su un ritmo reggae. Tra simulazioni di percussioni caraibiche, New Orleans e ovviamente la presenza della tromba di Bosso, il brano s’accende di vapori estivi e fascinosi paesaggi tropicali. Il primo balzo verso l’alto si realizza con You Are So Beautiful che molti ricorderanno per la sofferta versione di Joe Cocker. Si tratta di un pezzo composto dal cantante e polistrumentista Billy Preston in coppia con Bruce Fisher, presente nell’album The Kids & Me pubblicato nel 1974. Questo brano è fortemente indicativo di un singolare incrocio polisemico. Essendo una melodia che si svolge lentamente in una classica forma soul-ballad, evoca da una parte il ricordo di certi flirt sentimentali e dall’altra una parziale solennità quasi devozionale, insomma il diavolo vicino all’acqua santa, accoppiamento tutt’altro che raro nella musica afro-americana. La tromba di Bosso segue quasi disciplinatamente l’andamento lineare del brano, concedendosi un assolo volontariamente entro le righe ed altrettanto si comporta Marsico con la timbrica Hammond, riesumando sulla sua tastiera un clima già di per sé profumato fine anni ’70.

Thank You Lord è un classico, consacrato tema gospel del cantante e compositore Walter Hawkins – fratello del forse più celebre Edwin, il cantante e arrangiatore del brano Oh Happy Day – che in questo caso è supportato dal Castagnole Community Choir frutto della partecipazione di settanta voci impegnate a ringraziare Dio in piena sintonia religiosa con l’intenzione del canto gospel. Il coro è possente e regala brividi aggiuntivi che si verticalizzano tra gli strumenti del trio. Theme for Taxi Driver è firmata dal compositore americano Bernard Hermann, morto l’anno prima dell’uscita ufficiale del film (1976). Nell’ambito di una scorrevole jazz ballad, si fondono atmosfere notturne con l’umanissima voce della tromba, in grado di esprimere il dissociativo senso di solitudine trasmesso dal protagonista all’interno dell’opera del regista Scorsese. Il suono morbido adottato da Bosso ha il colore dell’incombente oscurità cittadina. Sottolineerei inoltre l’azzeccata scelta percussiva di Minetto che sembra seguire i passi senza meta del protagonista del film. Soul Song è un brano di Shirley Scott, una delle poche organiste jazz e proviene dal suo omonimo album del 1968. Classico momento di jazz-soul dove la relazione tra gli strumentisti raggiunge forse qui la punta massima d’efficacia. Aumenta la responsabilità di Minetto alla batteria mentre Bosso impugna a tratti la sordina, incrementando la disponibilità di colore per il suo assolo. Ottimo anche l’organo, con la sua timbrica robustamente piena di un senso naturale del groove. Upstairs si contrae maggiormente attorno ad una sensazione swingante, condotta con molte parentesi umbratili che s’alternano a momenti d’improvvisazione bluesy innescati soprattutto dall’organo di Marsico che è anche l’autore del pezzo. Il brano procede così, tra momenti più introvertiti ed altri più solari. Crossroads è il manifesto di una certa voluttà hard bop che in questo frangente si evidenzia con tutta la tecnica possibile di Bosso, in un’ode quasi gillespiana alle possibilità di fraseggio della tromba. Ma questo è anche il brano in cui la batteria di Minetto si esprime a quei livelli superiori che gli competono. Chi ha avuto il piacere di seguire questo trio dal vivo avrà sicuramente notato la discrezione di questo batterista che però, al momento opportuno come in questo caso, mostra tutto il suo potere tecnico ed espressivo. Per altro verso sono interessanti anche quei momenti in cui tromba ed organo si muovono all’unisono, soprattutto verso la seconda metà della traccia. The Preacher è una sorta di dixie-march composta dal pianista Horace Silver nel 1955 e che si può recuperare nell’album Horace Silver Quintet vol.II, in tutto lo splendore Blue Note. Bosso ne mantiene intatte le qualità originali e sforna un’efficace tromba sordinata. L’organo lavora in un clima piuttosto tranquillo discorrendo spesso con lo strumento aerofono, restando in un mid-tempo scandito a tratti dal rullante bandistico di Minetto. Stupid Lullaby, di Marisco, si colloca più vicino ad un canto chiesastico che non ad una vera e propria ninna-nanna. Si tratta di un gospel intenso che chiude degnamente la sequenza dei brani dell’album.
In questa prova dello Spiritual trio ci si esprime anche a simboli, un invito a riscoprire quel luogo interiore dove convivono l’enigma e la definizione, il passato e il presente, la divinità e la difficile quotidianità del reale. Tutto però viene affrontano col sorriso e direi anche con gioia, di modo che ogni musicista controlli col proprio talento – decisamente fuori scala – quella che è evidentemente la natura originaria del jazz. Perché questo si è formato da una storia che include blues, r&b, gospel, spiritual, e tutto ciò che di celebrativo è presente nella natura umana. E in fondo poco importa che questa musica sia un ipostasi divina o una pura rappresentazione proiettiva di quanto di meglio ci sia nell’animo umano, purché serva a regalare, in fin dei conti, quel poco di serenità che funga da antidoto contro la povertà etica di questi ultimi anni.
Tracklist:
01. Welcome Back (03:37)
02. Spirito libero (03:20)
03. You Are So Beautiful (06:42)
04. Thank You Lord (03:26)
05. Theme From Taxi Driver (05:18)
06. Soul Song (04:27)
07. Upstairs (05:01)
08. Crossroads (04:10)
09. The Preacher (04:22)
10. Stupid Lullaby (02:26)
Photo © Roberto Cifarelli






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