L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo
Conoscevo Karima dalla sua lontana partecipazione al Festival di Sanremo, era il 2009, con un brano decisamente melodico e tipico da “festival della canzone italiana”, ed in particolare ricordavo l’esibizione con Burt Bacharach, a cui successivamente lei ha dedicato un progetto importante, e Mario Biondi. L’allora ventiquattrenne cantante non era comunque al suo primo palco, avendo esordito ad appena dodici anni, ed in seguito sono state varie le esperienze artistiche in cui si è cimentata, inclusa la pubblicazione di cinque album che confesso di non avere approfondito, ma quando ho ritrovato il suo nome in un interessante quartetto jazz, la mia curiosità nei suoi confronti si è come riaccesa.
Sempre più catturata dalle proposte innovative ed emozionanti di Saul Beretta, quando ho saputo che la cantante di origine italo algerina, livornese di nascita, sarebbe stata parte del cartellone della XV edizione di Suoni Mobili, altro festival ideato da Musicamorfosi, ho immediatamente prenotato per ascoltarla dal vivo. In questa occasione ad accompagnarla erano Alberto Marsico, all’organo Hammond, e Luca Guarino, alla batteria. Mentre il primo mi era già noto – lo avevo ascoltato nello Spiritual Trio con Fabrizio Bosso ed Alessandro Minetto due sere prima e una decina di anni fa, oltreché in una lunga serata dedicata al suo strumento – il secondo un po’ meno.

Il concerto era inserito nella sezione Spiritual Jazz, dedicata alla musica cosiddetta ‘spirituale’, e pertanto i generi esplorati sarebbero stati il gospel, il soul, il jazz e ovviamente gli spirituals. Dopo l’ingresso dell’atteso trio, nell’antico santuario seregnese di stile gotico lombardo dedicato alla Madonna di Santa Valeria, per cominciare, si sono levate le potenti note R&B di Hallelujah, I Love Her So, chiaro biglietto da visita del tenore del programma che mi aspettava, che Karima, ha rivelato, eseguiva da ragazza bendandosi gli occhi per immedesimarsi più possibile nel suo autore Ray Charles. A seguire la ballad I Wish You Love, già interpretata, fra tanti altri, dalla poliedrica e raffinata cantante Nancy Wilson, ha ricordato che l’amore è anche lasciare andare quando, pur con il cuore spezzato, ci si accorge di non poter stare insieme alla persona amata. Della stessa Wilson, che si autodefiniva “stilista della canzone”, Karima ha raccontato con ammirazione che non ha mai scritto brani ma “tutto ciò che cantava portava la sua firma” ed ha eseguito anche When Did You Leave Heaven con grandissima padronanza e splendida modulazione vocale. Il timbro a tratti sottile e carezzevole, in altri momenti si alzava in lunghi vocalizzi dal sapore blues, gli occhi chiusi, tranne che per qualche lampo di comunicazione non verbale con Marsico che la sosteneva con consapevole delicatezza mentre Guarino ‘lavorava’ di spazzole.

Un paio di parentesi particolarmente allegre sono state: Hickory Dickory Dock, in passato anche nel repertorio di Etta James, una fanciullesca filastrocca stile Nella Vecchia Fattoria qui introdotta da organo, batteria e battimani generale in cui poi Karima ha alternato al canto il suono del kazoo, e Fa-Fa-Fa-Fa-Fa (Sad Song), di Otis Redding, che a dispetto del titolo non è affatto triste. L’empatica cantante, che indossava un particolarissimo abito smanicato, lungo e plissettato, bicolore verde e marroncino – pare uno strano abbinamento, ma si intonava perfettamente alla sua carnagione -, ha giocato a dirigere il pubblico in un dialogo canoro coinvolgente.
Leggermente al di fuori del tono generale, ma graditissimo, l’omaggio ad una band leggendaria con una delle sue pietre miliari: i Beatles con Blackbird, ormai uno standard suonato e cantato da innumerevoli artisti, fra cui Nina Simone ed Alicia Keys, per stare in tema vocalità, e qui impreziosito dall’arrangiamento di Alberto Marsico. A Luca Guarino, dal drumming sempre piacevolmente discreto, ma ben presente, è stata affidata l’introduzione di I Got a Woman, scritta da Ray Charles: altro R&B, avviluppato a sonorità gospel, accentuate dall’Hammond e dai battiti di mani da parte del folto pubblico, ed un testo ‘laico’ che ne hanno fatto uno dei primi brani definiti ‘soul’.

Pur amando molto il ritmo, le mie preferenze vanno quasi sempre alle ballads ed oltre a quella già citata sono stata deliziata da una meravigliosa interpretazione di Everything Must Change, altro standard soul di grande impatto emotivo, che esprime l’ineluttabilità dei cambiamenti della vita, reso indimenticabile dall’intreccio dei tre strumenti: Hammond pirotecnico, batteria moderata e voce – wow! – estesa dal sussurro languido alla malinconica dolcezza all’inclinazione tendente al pianto. In un attimo mi sono trovata in un’atmosfera da jazz club e le immagini in bianco e nero di grandi cantanti del passato attraversavano la mia mente, compagne della loro collega del presente. Altra perla l’esecuzione di Get Here, brano scritto da Brenda Russell e portato al grande successo nel 1990 da Oleta Adams, un accorato appello rivolto alla persona amata per farsi raggiungere in ogni modo possibile, basta che lo faccia. La passione è esplosa nella voce di Karima Ammar, seduta sull’alto sgabello, la gestualità accompagnava il testo, gli sguardi compiaciuti dei due sodali che si spostavano da lei al centro della scena all’uno verso l’altro, concordando tacitamente l’andamento delle frasi musicali. La conclusione è arrivata con un suo grandissimo sorriso soddisfatto e felice per l’emozione espressa, trasmessa e, direi, scambiata con i presenti. Try A Little Tenderness, super classico soul lento e romantico reso popolare da Otis Redding, è stata ulteriore occasione per apprezzare l’interplay fra i tre che si conoscono da tempo ma non avevano mai suonato insieme, a dimostrazione che professionalità e competenza, uniti ad una grande sensibilità, raggiungono sempre il risultato e l’anima di chi sa riservare la giusta attenzione.

Verso il finale le celebri canzoni My Girl e Something’s Got A Hold On Me hanno ricondotto a ritmi più ‘ballerini’ e gospel e davvero è stato impossibile stare ferma sulla panca e non canticchiare qualche verso o armonizzare a bassa voce. Con I Love The Lord, già pezzo forte di Whitney Houston, autentico spiritual introdotto dall’Hammond di Alberto Marsico, la voce di Karima ha volato altissima con decisione e limpidezza, raggiunta e sottolineata poi dalle bacchette di Luca Guarino.
Richiamati a gran voce, i “nostri tre” sono tornati per proporre His Eye Is On The Sparrow, anch’esso cantato, fra le altre, da Whitney Houston, come pure vari altri brani proposti, ricordandomi che Karima non è nuova al repertorio della sfortunata collega, avendone interpretato il ruolo in un musical.
Cosa aggiungere? Che sono soddisfatta di non essermi fatta influenzare da qualche, peraltro legittima, opinione altrui condizionata dalla visione di poche sfumature di quella ben fornita tavolozza di colori che Karima, secondo me, ha invece dimostrato di saper utilizzare in modo sorprendente, supportata da due brillanti musicisti con cui, se questo è stato il primo passo insieme, si può prevedere, ed ovviamente augurare, un lungo cammino… e quindi anche dopo questa serata la mia ‘buonanotte’ è stata con un convinto #eiovadoadormirefelice











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