C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Per una volta, prima di raccontare la trama, partiamo dal giudizio. Il film della regista spagnola Isabel Coixet, tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia, è un film meraviglioso. Di certo parte del merito va ascritto alla lucida meditazione di Michela sulla morte che stava per portarla via e che la scrittrice ha affrontato con grande coraggio, ma credo anche che altrettanto merito vada anche a Isabel Coixet che con un ritmo narrativo ed introspettivo di valore assoluto, cadenzato e rigoroso, una sceneggiatura molto efficace nella trasposizione dal libro, una capacità registica smaliziata e raffinata, una fotografia suggestiva ed accurata e una grande prova degli interpreti, a cominciare da una eccezionale Alba Rorwacher nei panni di Marta, hanno reso Tre Ciotole un piccolo grande gioiello.

La vicenda di Marta, giovane docente di scienze motorie, che viene lasciata da Antonio, ristoratore romano, la successiva diagnosi di una malattia incurabile, (mentre la giovane insegnante riceve le attenzioni dell’altrettanto giovane collega prof. Ricciardi) è raccontata con un linguaggio cinematografico che sfiora le ali della poesia. In una Roma, intima e quasi famigliare, ma allo stesso tempo livida nella luce della prima primavera, Marta che ne percorre le strade in preda a sentimenti contrastanti sulla sua inseparabile bicicletta, è certamente un espediente narrativo, ma soprattutto cinematografico di grande raffinatezza e anche qualcosa di più, come sono certamente un valore aggiunto le raffinate citazioni di un’altra Roma raccontata nel cinema da Nanni Moretti.

Un film che, pur avendo come tematica centrale la scoperta del male incurabile di Marta e la conseguente presa di coscienza della fine imminente, è un inno alla vita, nostalgico e misurato, ma gioioso nella sua profonda malinconia. Grande film costruito su una storia semplice, direi quotidiana, ma dai florilegi poetici improvvisi e profondi. Da non perdere.




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