R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Gianni Coscia si è ben meritato il privilegio di essere un artista e oggi, a 94 anni, il fisarmonicista nato ad Alessandria si mette in gioco a tutto tondo con La Violetera, il suo primo album condotto in assoluta solitudine. Come i versi di un famoso poeta inglese, le note musicali di questo album paiono scritte sull’acqua o ancor meglio sembrano perdersi nella nebbia di certe giornate autunnali, dove i ricordi, come le note stesse, vagano senza meta e senza rimedio. Eppure le vibranti melodie della fisarmonica finiranno, prima o poi, per trovare un porto sicuro nella memoria di chi le ascolta. Partendo da questa evidente povertà di mezzi, cioè dal suono solitario del suo mantice, la musica così prodotta talora accarezza e altre volte, inevitabilmente, ferisce l’animo, così come certe tracce del passato. La Violetera, però, non è un cassetto di fotografie stropicciate o solo una serie di passi che ripercorrono a ritroso il cammino di un musicista. È invece un apporto di chiaroscuri interrotti da momenti di assoluta solarità, un disinvolto bagaglio espressivo forte dell’esperienza raccolta ufficialmente in oltre cinquant’anni di carriera, accompagnandosi tra gli altri a musicisti come Enrico Rava, Renato Sellani e ad autori contemporanei come Luciano Berio e Giorgio Gaslini, nonché al fido compagno di avventure musicali Gianluigi Trovesi con cui ha costruito un solido e lungo sodalizio ricco di soddisfazioni artistiche.

La Violetera si configura quindi come un’opera di straordinario rilievo documentale oltre che estetico. Coscia, con un gesto di rara essenzialità, restituisce al suono della fisarmonica una dignità narrativa che la tradizione del jazz e della musica colta europea hanno spesso trascurato. Meno struggente del suo quasi coetaneo, il bandoneonista argentino Dino Saluzzi – vedi qui e qui –  lo accomuna lo stesso occhio aperto riguardo alla possibilità d’intervenire musicalmente in ambiti vari, passando dal folk, al jazz, alla musica classica e leggera. L’Autore s’immerge in quella sorta di opacità che paradossalmente rende alcune cose più visibili, come all’interno di una nebbia che sfumi la visione del paesaggio attorno, obbligando a concentrare lo sguardo dentro di sé. L’album si presta dunque ad una duplice lettura. Se da un lato possiamo seguire un racconto intimo che procede per tappe esistenziali, dall’altro La Violetera assume quasi una funzione enciclopedica dimostrandosi un vero e proprio archivio emotivo che raccoglie e conserva le tracce di una storia musicale, sociale e poetica altrimenti destinata alla dispersione. Coscia racconta la sua vita come un viaggio ironico, a tratti malinconico ma pieno di sorprese per cui ogni brano diventa una tappa, un incontro, un frammento di storia che si vivifica nella quotidianità. Ci sono ricordi e citazioni che non sono solo nostalgia, ma materia viva fragile e preziosa, una musica fatta per provare sentimenti durevoli e non per essere frettolosamente consumata. E anche se questi pezzi sembrano a volte vagare senza una precisa relazione gli uni con gli altri, ogni tanto inciampano in un sorriso, in un incontro, in un ricordo illuminante. La registrazione, tecnicamente raccolta quasi per caso, come raccontano le note stampa, diviene così una costruzione autobiografica inconsapevole, una cronologia musicale che testimonia non soltanto la parabola di un artista ma di un’intera stagione culturale italiana, dai richiami del Neorealismo agli echi di un viaggio immaginario intriso di nostalgica serenità e ironia. Come se La Violetera fosse una mappa stellare con gli astri a far voce ai naviganti, scie di luce ad indicare parte di ciò che resta della nostra memoria collettiva. I diciannove brani contenuti nell’album sono una miscellanea di nuove e passate composizioni di Coscia, standard jazz, melodie popolari rielaborate e vecchie canzoni di musica leggera. Tecnicamente, l’Autore è un autodidatta, uno dei pochi rimasti nell’ambito di una musica armonicamente complessa come il jazz. Raccolgo, a questo proposito, le parole dello stesso Coscia riportate da Umberto Turchi nel marzo del 2021 nell’ambito della rivista Strumenti & Musica : “…La mia prima lezione (e l’ultima) fu costituita in questo: mio padre mi ha detto “Questo è un Do!”, me l’ha fatto vedere e poi m’ha detto “adesso vai avanti tu!”. L’improvvisazione di Coscia è sempre elegante, si sviluppa senza strafare, segno indiscutibile di come questo musicista ami soprattutto suonare con altri ed ascoltarli. Aggiunge infatti lo stesso artista ai giovani musicisti, “non innamoratevi del vostro strumento. Amate la musica, amate tutta la musica in genere, il suono eccetera, ma non innamoratevi [dello strumento]…Lo strumento non è un fine, è un mezzo, e il fine è la Musica.” Il proficuo rapporto dell’Autore con la fisarmonica si è manifestato attraverso un serio lavoro di ricerca musicale, partendo dal jazz degli anni ’40 e dalle arie popolari piemontesi per arrivare al suo esordio discografico nel 1985 con L’Altra Fisarmonica, album in cui coesistevano musicisti jazz e un quartetto d’archi.

In questa ultima opera bastano le poche note del brano di apertura, Sigla 1950, per ritrovarci a passeggiare in un mattino d’ottobre lungo il sentiero che costeggia un fiume. Odori di bosco, umidità dell’aria. Le stesse impressioni che lascia Ritratto di Mio Padre, ma questa volta con una nota più sentita d’intimità rappresentata da una nostalgica introduzione che si trasforma in una specie di valzer, mescolando fra loro modulazioni che si stemperano come i colori di un acquerello. Il brano compare per la prima volta nell’album La Briscola del 1989 ed è segnato da una sovrapposizione di memorie e di sentimenti in cui diventa difficile se non impossibile tracciarne i limiti netti. Compare di seguito il primo standard, una personalissima versione di Laura, composizione di Raksin-Mercer del 1945, con una lunga introduzione sottolineata da pause e rallentamenti prima della nota sequenza del tema, che si svela in lontananza come un paesaggio emergente dalla nebbia. Tre Bimbi di Campagna è tratto dall’omonimo album del 1975 e qui l’atmosfera giocosa e spensierata viene vissuta in purezza dall’Autore piemontese che la racconta con una dinamica quasi visibile di corse, salti e risate. Adagio da Passeggiata risuona di sfumature francesi e rimanda a vagabondaggi urbani per strade semideserte e bagnate da malinconici rimandi. Il secondo standard che viene qui proposto è di Hoagy Charmichael, datato 1927, ed è il super-conosciuto Stardust. Trattato con particolare delicatezza, quasi in segno di rispetto, il brano si snoda tranquillo lungo i conosciuti binari della partitura per poi essere improvvisato con la solita raffinatezza e senso della misura, qualità universalmente riconosciute allo stesso Coscia. Valzeretto proviene dall’album Sospiri Sospesi (2018), dove oltre all’Autore c’erano anche il bandoneon di Daniele Di Bonaventura e l’armonica a bocca di De Aloe. Un grazioso ¾ tagliato su misura per la sua fisarmonica calata in una inequivocabile memoria contadina. Our Love is Here to Stay è un brano del 1938 che porta l’illustre accoppiata di firme dei fratelli Gershwin. L’interpretazione è frizzante e fresca, una delle tante aperture solari dell’album, in cui la fisarmonica insegue uno sfuggente andamento cinematico. Love For Sale è un altro standard questa volta composto da Cole Porter nel 1930. Il pezzo viene quasi completamente rivisto e riproposto secondo una modalità fortemente eclettica, tanto che alla metà brano si passa da un clima quasi marziale ad inserti boogie e valzerini, per chiudersi poi con una nota di inaspettata e sfuggente malinconia. Tema e Specchio Deformante risolve bene il titolo, trattandosi di un’iniziale melodia lineare e dal sapore popolare che nella seconda parte si muove tra accordi diminuiti, venendo appunto trasformata armonicamente. Tributo a Frumento, un ulteriore titolo estratto da L’Altra Fisarmonica, nonostante l’aria indubbiamente dal sapore campagnolo, non è un omaggio al mais ma ad un personaggio chiamato appunto Frumento, musicista che scriveva melodie popolaresche per bande da cui Coscia prende in prestito l’asse melodico di uno dei suoi valzer, naturalmente rielaborandolo a dovere. Tangoli suggerisce evidentemente il tema del tango ed è una composizione di Coscia pubblicata originariamente in C’era Una Volta, album di Gabriele Mirabassi del 1996. Tanghetti segue grosso modo una stessa linea ma il brano inizialmente assomiglia all’Amarcord di Nino Rota, anche se in fondo sempre di ricordi si tratta, pur con l’asse di riferimento spostato in questo caso più a nord ovest. Il brano viene comunque da un album registrato insieme a Lucia Minetti, Altre Spezie (2003). Per una Cabeza è un cavallo di battaglia dell’argentino Carlos Gardel, scritto in coppia con Alfredo Le Pera nel 1935. Siamo ancora all’interno del clima tanghero iniziato ufficialmente qualche brano prima e qui, in pieno territorio argentino, non si può proprio fare a meno di pensare a Saluzzi. La Violetera (= la venditrice di violette) è originariamente un’habanera creata da Josè Padilla (1914), pianista e compositore spagnolo. Un’autentica chicca espressiva, accorata, che ha conosciuto nel tempo anche versioni con testo in italiano, da Sara Montiel a Gigliola Cinquetti, da Tonina Torrielli a Milva. Garganta con Arena è del compositore argentino Humberto Vicente Castagna, detto Cacho. Un brano dalle venature drammatiche ed immerso in un profondo inchiostro nostalgico, apparso nel già citato Sospiri Sospesi. Round About Midnight, di Thelonious Monk, viene ripresa e rivisitata in maniera inusuale, per cui l’iconica melodia tematica resta preservata mentre tutt’attorno cambiano cadenze ritmiche e si succedono armonizzazioni insolite. La presenza della fisarmonica trasforma questo brano insistendo sull’oscurità e sulle pause, arrivando persino ad accreditarne velate sfumature innodiche. Dove Andranno a Finire i Palloncini è una canzone di Gorni Kramer-Garinei-Giovannini del 1956 che imperversava quando ero bambino, cantata da Renato Rascel e dalle splendide voci polifoniche del Quartetto Cetra, provocando una certa nostalgia canagliesca pure in chi scrive. Chiude un altro ricordo della mia infanzia, il medley di Donna/Prime Lacrime, sempre a firma di Kramer, Garinei e Giovannini, con in più l’apporto di Elio Di Lazzaro. Sono ambedue composizioni del 1958-59.

Anche la bellissima copertina dell’artista illustratrice Daria Petrilli completa il progetto di questo album, inserendolo in un contesto estetico stratificato a completamento del nucleo musicale offerto da Gianni Coscia. Personalmente, considero il fatto che sia un regalo non così scontato poter ascoltare quest’uomo. Il suo risalire la corrente degli anni ci porta giocoforza verso un’Italia che non c’è più, ma che ci abita ancora dentro. Nel complesso, un’occasione di meditazione e di riflessione su una memoria capace ancora di orientarsi nel Tempo.

Tracklist:
01. Sigla 1950 (2:00)
02. Ritratto di mio padre (4:28)
03. Laura (6:02)
04. Tre bimbi di campagna (2:51)
05. Adagio da passeggiata (0:55)
06. Stardust (3:37)
07. Valzeretto (3:37)
08. Our love is here to stay (2:01)
09. Love for sale (3:14)
10. Tema e specchio deformante (1:15)
11. Tributo a Frumento (4:01)
12. Tangoli (2:33)
13. Tanghetti (4:09)
14. Por una cabeza (1:13)
15. La violetera (1:31)
16. Garganta con arena (1:27)
17. Round About Midnight (2:28)
18. Dove andranno a finire i palloncini (1:33)
19. Donna / Prime lacrime (3:50)

Photo 2 © Sanzio Fusconi

Una risposta a “Gianni Coscia – La Violetera (Tǔk Music, 2025)”

  1. Avatar Paolo Rosazza P.
    Paolo Rosazza P.

    Fenomeno Gianni!!

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