R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’album El Viejo Caminante, il più recente vagabondaggio artistico del novantenne bandoneonista Dino Saluzzi, celebra l’incontro di due generazioni di musicisti. Oltre alla compartecipazione del figlio José Maria alla chitarra classica, troviamo quella che sembra l’insolita presenza del norvegese Jacob Young con chitarra acustica ed elettrica, quest’ultima una Telecaster (!), strumento tra l’altro classicamente più in linea con il rock ma che in questo caso Young adatta alla circostanza riuscendo a ottenerne una timbrica decisamente più morbida. Del resto Saluzzi non è nuovo a frequentazioni con artisti nordici. A parte la lunga relazione con l’etichetta tedesca ECM iniziata nel 1983, tra i più prestigiosi approdi discografici d’una carriera cominciata agli albori degli anni ’70, vanno ricordate le collaborazioni col trombettista danese Erling Kroner (1998), con il gruppo classico tedesco dei Rosamunde Quartett (1988), col contrabbassista svedese Palle Danielsson (2003) e infine con John Surman in un album di Thomasz Stanko (1999).

Com’era lecito aspettarsi da questo trio, improntato al carattere ambivalente gioioso-malinconico della tradizione argentina, la musica prodotta è una lunga evocazione di persone e luoghi – impregnati di un mal di vivere tutto latino – che si avvicina al jazz, secondo amore di Saluzzi dopo quello per il tango e il folk della sua terra natale. Lo strumento di questo viaggio, quel mantice respirante come un essere vivente che è nello stesso tempo organo, pianoforte e piccola orchestra tascabile, è radicato nello spirito dell’Autore alla stregua di un grande Albero della Memoria. Il trio così composto si trova a creare un intreccio sonoro unico, estremamente melodioso, tra corde e sospiri, combinando tradizione e moderata innovazione alla ricerca di un’idea sentimentale che sfiori il tango per dissolversi nel jazz, evocando un’atmosfera all’insegna di una delicatezza d’approccio certamente non ordinaria. La scelta del repertorio è particolarmente interessante, oscillando tra composizioni originali, vecchie e nuove, e reinterpretazioni di standard jazz come Someday My Prince Will Come e My One and Only Love, oppure proponendo Northern Sun, un brano di un’artista coetanea di Saluzzi, la cantante jazz Karin Krog, norvegese come lo stesso Young con cui ella ha in passato collaborato. Questi brani, due dei quali così familiari, si trasformano sotto le mani dei musicisti diventando veicoli di introspezione e riscoperta. L’album, giocoforza per la sua intensità emotiva, esplora temi profondi come l’eros, l’amicizia, la terra e la nostalgia. Per farlo, viene utilizzato il linguaggio che Saluzzi e sodali conoscono probabilmente meglio, cioè quello affidato alle ali di una malinconica introspezione che permetta una discesa nel profondo della psiche procedendo lentamente, senza rischiare traumatici insight. Dice infatti Saluzzi: “…La musica è implicita in tutte le persone. È solo che i musicisti sono coloro che la tirano fuori, perché conoscono il modo di darle corpo e forma”. Potremmo discutere sul profilo di questo corpo e forma, ma sicuramente la modalità utilizzata dal trio è costruita in modo tale da realizzare un’orbita di suoni addomesticati attorno alla ionosfera del bandoneon, che resta comunque e sempre lo strumento principale. Il focus emotivo di questo album si concentra su quella cifra melodica che lavora nell’ambito di una penombra costante, tra uno scorcio di paesaggio solare e l’inevitabile opacità della dimenticanza.
La Ciudad de Los Aires Buenos è il brano posto in apertura dell’album ed è stato composto da Josè Maria, ad evocare un paesaggio di urbanità interiore, in cui l’eredità della tradizione e lo spirito moderno cercano di convivere in armonia. Inizialmente c’è un passaggio tra tonalità minori a concludere su un accordo di settima che innesca un percorso sostenuto dalla melodia del bandoneon, con le chitarre a far da cornice. Poi sono le stesse chitarre, tutte acustiche al momento, che si prendono in carico il canto ed il suo sviluppo. Malinconia argentina a non finire ma a metà brano ci si orienta in una breve improvvisazione tra le due chitarre a cui viene ad aggiungersi qualche nota prolungata del bandoneon. Segue Northern Sun, tratta dall’originale brano inciso da Karin Korg con Jacob Young – il chitarrista che ora compare proprio a fianco dei Saluzzi – presente in Where Flamingos Fly (2002). Ma se il brano della Korg era orientato su ritmi da bossa-nova, qui si crea un interessante ibrido con il tango che provoca una deliziosa stretta al cuore, talmente è condotto con grazia e levità. Il bandoneon, dopo aver disegnato il tema melodico, si concede un assolo meraviglioso e frugale, a cui fa seguito quello di Young alla chitarra acustica – canale destro del sistema stereo – che viene poi replicato da un secondo assolo, questa volta di Josè Maria. Una pittura sentimentale, più che una musica, una meditazione sul nitore di giornate di sole e con cieli senza nuvole. Quiet March è opera di Young e tende ad incupire un po’ il clima con un inizio piuttosto scandito in un ostinato 2/4 quasi dall’aria funerea, con il suono della Telecaster che compare a rimarcare le note più gravi. La musica resta attraversata quasi da una sensazione plumbea che nemmeno il suono familiare di Dino Saluzzi riesce a risollevare. A metà brano, come già accaduto, inizia l’improvvisazione in cui risaltano entrambe le chitarre, quella elettrica ammorbidita e quella classica dalle venature più spagnoleggianti. In chiusura torna il tema iniziale, con il bandoneon che interpreta un bordone di note basse. Brano affascinante che tuttavia oscura un poco la visione più aperta proposta fino ad ora.

Buenos Aires 1950 è già un titolo in qualche modo esplicativo, con la sua collocazione temporale ben incisa nella memoria dell’Autore. Un ricordo degli inizi di carriera, forse, riposto nello specchio di una città che dopo oltre settantanni deve apparirgli profondamente cambiata. Un accorato catacronismo ma indubbiamente legato ai sentimenti più reconditi di chi, come Saluzzi, ha vissuto quei tempi. Mai come in questo brano il legame con il territorio è riuscito ad emergere così spontaneamente con i tre musicisti uniti da profonda empatia. My Hijo Y Yo si svolge tutto nella famiglia Saluzzi, dalla nascita della composizione stessa alla sua realizzazione a due. Un passaggio di affetti tra padre e figlio, una condivisione di vita e musica. Ma è ancora una volta la nostalgia a farla da padrone, con questo sommesso bandoneon d’aristocratica tristezza a raccontare di sé e del figlio Josè che sembra costruire attorno alla figura paterna, con la sua chitarra, un bozzolo di note premurose. Struggente è l’unico aggettivo idoneo che trovo a commento. Tiempos de Ausencias è un vecchio brano dell’Autore che uscì in un album del 1988, Volver, accreditato alla coppia Enrico Rava e Dino Saluzzi. Dopo un inizio gestito prima solo da Dino e poi con il figlio Josè, arriva la chitarra elettrica di Young che con tatto estremo e sonorità contenuta, s’immette nella gestione a tre del brano. Buona la parte improvvisata con dei guizzanti passaggi jazzati di Telecaster ma anche molto suggestiva la timbrica classica dello strumento di Saluzzi Jr. Arriva il momento del super standard Someday My Prince Will Come (Churchill-Morey) [1937]. Il bandoneon accenna le prime battute del noto tema musicale che verrà affrontato in due da padre e figlio Saluzzi. Tutto si gioca in un ambito profondamente melodico – e data la struttura del brano era quasi scontato – ma il dialogo tra chitarra e mantice si gioca ad un livello qualitativo strepitoso dove è difficile definire ciò che è improvvisazione da quello che non lo è. Le note di questo pezzo appaiono filtrate dal gioco commovente della distanza, un ricordo delle storiche animazioni dei Disney studios – il brano, per chi ancora non lo sapesse, fu scritto per il soundtrack del film Biancaneve e i Sette Nani (1937). Y Amo A Su Hermano è un altro pezzo di qualche anno fa che proviene da Pas de Trois – ma il titolo originale era più lungo, Y Amo A Su Hermano Hasta el Final – pubblicato nel 1985 dal trio Dauner-Mariano-Saluzzi. In questa traccia rientra la chitarra elettrica di Young ed il brano è arrangiato in modo un po’ diverso, mancando il sax di Mariano e il pianoforte di Dauner. Ma ormai il clima che si è instaurato è talmente stabile che tutto l’album potrebbe essere un unico plenum suddiviso in vari momenti, con temi diversi, ma con lo stesso mood. La title track El Viejo Caminante è stata composta dall’Autore diverso tempo fa e non mi risulta essere mai stata incisa prima d’ora. Per comprendere l’anima di Saluzzi occorre ascoltare questo brano approfittando del fatto che qui il Maestro è in completa solitudine. Suona solo il bandoneon, con quel suo contrappunto solitario, tanto che mi ha fatto pensare a certi canti corali di montagna, così pieni di solitudine e di silenzio. E tornano alla mente, acquistando più spessore, le antiche parole del discorso di Pericle agli ateniesi “…amiamo il bello con semplicità…”, pronunciate più di due millenni fa. Dino is Here è chiaramente un omaggio all’Autore scritto da Young ed è un brano diviso in due parti, una sezione iniziale in cui Saluzzi traccia il tema e una seconda parte strutturata in forma modale dove l’improvvisazione ha campo libero. Le due chitarre, più che un dialogo vero e proprio, sembrano pensare in contemporanea ed esprimersi su un unico binario comune. Niente dialettica ma un’empatia talmente evidente che i due strumenti cordofoni sembrano appartenere ad uno stessa matrice unitaria. Ancora Young è l’autore di Old House dalle linee melodiche quasi pop, o meglio dire piuttosto cantabili, con in bocca l’aroma di qualche canzone popolare ma riproposta attraverso la moderna visione musicale del trio. Il brano si caratterizza anche per la presenza di molti ritardi nelle risoluzioni armoniche creando sensazioni di tensione controllata che poi si sciolgono in fase di risoluzione. Chiude l’album la riproposizione di un altro standard arcifamoso, My One and Only Love (Wood-Mellin, 1952), ovvero quando l’amore diventa un’ossessione dolce. Forse è meno immediatamente riconoscibile rispetto allo standard precedente di Churchill-Morey ma viene rappresentato, come sempre, in una forma introspettiva con la Telecaster finale che si dedica a qualche ricamo quasi bluesy, più in linea col carattere proprio dello strumento.
Dino Saluzzi a novant’anni, sembra non conoscere riposo. La sua musica lotta contro il trascorrere del tempo, mantenendo una lucidità tale da consentire al suo strumento di gettare un ponte tra epoche ormai distanti, impegnandosi in un dialogo fitto di luci ed ombre sfumate, quindi povero di contrasti. Il crepuscolo o il tardo pomeriggio è l’ambiente ideale per un lavoro come questo, una finestra aperta su quelle anime inquiete che si fanno avvelenare dal sentimento nostalgico. El Viejo Caminante è una riflessione profonda sulla condizione umana, sul tempo che passa e sulla capacità dell’arte di trasformare anche le ferite più profonde in bellezza e significanza. Ma forse la verità più evidente di questo album è che la musica si definisce in certi frangenti come l’unica abitazione possibile, soprattutto per chi, vecchio o giovane che sia, abbia ancora il desiderio di vagabondare.
Tracklist:
01. La Ciudad de los Aires Buenos (6:14)
02. Northern Sun (5:36)
03. Quiet March (5:26)
04. Buenos Aires 1950 (4:10)
05. Mi hijo y Yo (5:18)
06. Tiempos de ausencias (4:26)
07. Someday My Prince Will Come (8:11)
08. Y amo a su hermano (7:59)
09. El Viejo Caminante (5:23)
10. Dino Is Here (5:49)
11. Old House (6:36)
12. My One and Only Love (6:24)






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