F O T O G R A F I A
Articolo e interpretazioni visive di Riccardo Bonato (Bi.Photo)
La pelle è la soglia tra noi e il mondo: le immagini di questo festival creano un contatto incisivo tra la nostra realtà e le vite di altri. Qui la fotografia non è estetica, è responsabilità e aiuta a toccare l’altro con mano.
Il Festival della Fotografia Etica, giunto alla sua XVI edizione, porta numeri che raccontano un’urgenza: 20 mostre, oltre 150 fotografi da 40 paesi, quasi mille immagini e più di 17.000 lavori candidati al World Report Award.
La fotografia riflette un’altra realtà con difficoltà e problemi e la trasporta nella nostra per farci riflettere. Nella foto sotto riportata una bambina stringe a sé la sua bambola mentre attraversa il confine tra la Colombia a Panama con il sogno di un futuro migliore negli Stati Uniti. Quella “Barbie” -che abbiamo anche visto tra mani dei nostri figli mentre giocano nel salotto di casa- diventa un ponte tra due infanzie e tra due visioni di futuro, così vicine negli oggetti, ma così lontane nelle condizioni di vita.

(con “Un Cammino di Disperata Speranza” di Federico Rios)
Nato nel 2010 e cresciuto fino a diventare uno degli appuntamenti più significativi in Europa sul fotogiornalismo e la fotografia documentaria, il Festival mantiene saldo il suo manifesto: raccontare ciò che spesso resta ai margini, dare voce a storie scomode, costruire un dialogo tra immagini e coscienza civile. “Attraverso le immagini si raccontano questioni sociali spesso dimenticate”, ricorda il direttore Alberto Prina — e la frase sembra diventare il basso continuo di tutte le mostre diffuse tra palazzi storici, spazi industriali e giardini cittadini.
Tra gli spazi espositivi più suggestivi spicca l’ex Chiesa dell’Angelo, trasformata in un tempio laico dedicato ai quindici anni di storia del festival. Al suo interno trovano posto le fotografie vincitrici del World Report Award.

(Spazio espositivo ex Chiesta dell’Angelo)
Per il quarto anno consecutivo, Lodi ospita la mostra internazionale World Press Photo, che celebra il suo 70° anniversario. Quasi 150 scatti da 5 continenti compongono una mappa del mondo che non fa sconti. L’immagine vincitrice del premio Photo of the Year, firmata dalla fotografa palestinese Samar Abu Elouf, ritrae il piccolo Mahmoud Ajjour, sopravvissuto a un attacco a Gaza, ora in esilio a Doha.

(“Mahmoud Ajjour, Aged Nine” di Samar Abu Elouf – World Press Photo of the Year-2025)
Cuore pulsante del Festival è il World Report Award, concorso internazionale che quest’anno ha visto 1002 fotografi da 80 Paesi candidare oltre 17.000 immagini. Dai migranti che attraversano la giungla del Darién nel lavoro di Federico Ríos, al grido silenzioso delle donne eritree e tigrine ritratte da Cinzia Canneri, fino alla devastazione dell’Ucraina filtrata dallo sguardo di Diego Fedele, le sezioni Master, Spotlight, Short Story, Student e Single Shot formano un atlante dell’umanità ferita ma ancora in cammino.

(con “Un Cammino di Disperata Speranza” di Federico Rios)

(con “In the Shadow of a Deadly Sky “ di Diego Fedele)
Di particolare rilievo il lavoro fotografico di Cinzia Canneri, che reinterpreta “la resilienza non come una narrazione semplificata e positiva, ma come un processo complesso e collettivo di forza emotiva e culturale”. Le sue immagini restituiscono il dolore delle donne vittime di stupro durante i conflitti come fatto, con una potenza quasi materica, capace di generare nello spettatore una percezione quasi tattile.

(con “Women’s Bodies As Battlefields” di Cinzia Canneri)

(da “Women’s Bodies As Battlefields” di Cinzia Canneri)
Fuori dai palazzi espositivi, il festival dilaga. Non è un festival da scorrere distrattamente fra una mostra e un aperitivo. È un attraversamento, a volte faticoso, ma necessario. L’immenso lavoro di selezione curatoriale riesce a tenere insieme impatto emotivo, rigore documentario e apertura al pubblico non specialistico.
Lodi non ospita semplicemente un festival, per un mese intero diventa un laboratorio collettivo.
“La fotografia necessaria” – così la definisce il Festival – è una fotografia che non consola gli stereotipi, ma ci scuote.

(con “The Tragedy of Gaza” di Loay Ayyoub)

(con “Perilous Crossing” di David Peinado)

(con “The Price of War” di Afshin Ismaeli)






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