R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Nuit Parisienne à La Havane è un album che procede senza proclami né si nasconde dietro l’autorevolezza degli esecutori. Il cinquantunenne pianista cubano Roberto Fonseca e il cinquantanovenne violoncellista francese Vincent Segal, abitano i suoni con un rispetto quasi rituale, lasciando che forme cubane, scrittura classica e improvvisazione jazz si compenetrino senza gerarchie. È una musica che sembra aver frequentato direttamente sia la solitudine che le compagnie estemporanee di avventori in piccoli locali, dove si beve e si ascoltano agrodolci serenate malinconiche in un esercizio di equilibrio formale tra sistemi musicali differenti. Fonseca e Segal, dall’alto del loro variegato bagaglio esperienziale che varia dalla musica tradizionale alla classica ed al jazz, evitano deliberatamente ogni forma di virtuosismo esibito, preferendo una scrittura che integra vaghezze popolari e riferimenti colti in un continuum controllato. La struttura dell’album procede per sequenze autonome, quasi fossero studi di orientamento timbrico, con il suono del violoncello che sembra nato per accompagnarsi al fluire armonico delle note pianistiche.

Ma chi si aspetta da questo lavoro la leggerezza e l’allegria di certa musica latina, rischia di rimanere deluso. Ciò che si ascolta, infatti, vive di un’intensa componente drammatica e nostalgica, è carica di un senso incombente che suggerisce un tempo oscuro, lontano dai colori caraibici e dalle serate spensierate nei locali cubani e/o parigini. I due strumenti si cercano come due voci nella penombra, scivolando alle volte per isteresi l’uno rispetto all’altro, tra pause di note trattenute e altre improvvisamente liberate al loro destino. In una continua dialettica di ritmi e controbalzi Segal enuncia, Fonseca ascolta, poi devia, rifrange, rilancia. L’arrangiamento rifugge dall’eccesso, pur fornendo occasionali dimostrazioni di sapienza tecnica, ad esempio in Day, e qualche momento d’insanità caotica, quasi liberatoria – vedi Free – ma si caratterizza fondamentalmente per la precisione del gesto, con dinamiche che salgono e scendono insieme e con silenzi che diventano parte integrante del discorso musicale. Il dialogo strumentale si fonda su carambole di invenzioni ritmiche, spesso robuste e talvolta, per contro, appena suggerite, affinché venga mantenuto costante il flusso dinamico. Ne risulta un’integrazione potente, non per ampiezza sonora, ma per profondità percettiva. In questo incontro essenziale Bach e Chopin si riflettono nei danzón, mentre i luoghi di Parigi e L’Avana si sovrappongono l’un l’altro come piani temporali di risonanza simbolica. Nuit Parisienne à La Havane è in definitiva un’aletheia, uno svelamento progressivo in cui la verità non si afferma, ma affiora spontaneamente, producendo un album sobrio, di una bellezza arcana, dove due artisti complementari trasformano il dialogo in forma etica prima ancora che estetica. Accenno brevemente al curriculum dei due protagonisti dell’album, con Roberto Fonseca che dal Buena Vista Social Club dei primi anni 2000 ha allargato la sua visione musicale collaborando con la cantante africana Fatoumata Diawara e incidendo oltre una decina di album da titolare. Per quello che riguarda Vincent Segal, Off Topic ne ha accennato almeno in un paio di occasioni – leggi qui e qui – ma questo violoncellista e bassista, pur avendo pubblicato poco come titolare, è noto anche per il ventaglio di collaborazioni insolite che comprendono Ballakè Sissoko, Piers Faccini, Cesaria Evora, Elvis Costello, Sting, Marianne Faithfull solo per citare i nomi più conosciuti.
L’album si apre con una sorta di preludio, una composizione di Fonseca dai forti riverberi classici. Rumbo a Tì ha un andamento mesto, con una piccola melodia portata dal violoncello e accompagnata da sgranature di accordi pianistici. Molto belle le modulazioni attraverso le diminuite e le settime di dominante che si susseguono creando un effetto potente di densità drammatica. Soul Kiss è scritta da Segal, insieme al cantante e produttore Vic Moan, e certamente si avvicina maggiormente allo spirito latino, pur essendo intinta in una radicata malinconia. Il tema impostato dal violoncello, con la corona di note di Fonseca e le sue estensioni armoniche, torna più volte all’interno di un ritmo che richiama il danzon, una delle danze cubane che deriva dalla contradanza europea mescolata a ritmi africani. Ma il clima pare avvicinarsi anche a certe atmosfere tanghere. Nuit Parisienne ha un abbrivio forte e quasi angoscioso, con l’Autore Fonseca che dinamizza sui tasti e canta anche per un breve momento con toni nostalgici. Il brano è denso di forte, sognante rimpianto abbarbicato su sequenze di accordi diminuiti. Il tema del ricordo è sottolineato dalle parole del pianista che accennano a volver, cioè a ritornare. In questa alternanza tra momenti di dolcezza e nostalgia si consuma uno tra i brani migliori dell’album. Si finisce in progressione melodica discendente ma l’ultimo accordo, quello che chiude tutto, è in tonalità maggiore, per stemperare un clima fattosi in verità un po’ incombente. Paciencia Es Lo Que Hay Que Tener (=la pazienza è ciò che devi avere) è un brano più mosso, anzi, potremmo dire che è agitato da un autentico moto ondoso sostenuto dagli arpeggi del piano e dall’archetto di Segal. L’eggregora di questa composizione, ancora di Fonseca, resta come altre all’insegna di un labirintico scavo emotivo, con immagini mentali e forme-pensiero dai colori forti e pregni.

Un Homme Qui Dort, di Segal, si orienta tra forma classicheggiante e jazz, con una prima parte sostenuta dalla struggenza naturale del violoncello suonato con l’arco. Ma nella seconda porzione della traccia, Segal abbandona l’archetto per pizzicare il suo violoncello. Ed è qui, in questa componente ritmica ed emotiva profondamente mutata, che s’affaccia un jazz sofisticato e melodico con un escaping di Fonseca che s’anima momentaneamente di bebop. Day parrebbe incanalarsi nella collaudata strada del neoclassicismo ma l’intervento ritmico in 2/4 del pianoforte scuote il tono generale, con Segal che s’avventura nei registri più acuti mentre Fonseca offre più dinamismo attraverso un solismo swingante e tecnicamente molto pulito. Violoncelle Pointe Noire è una prova di abilità solista di Segal, con un brano lungo meno di un minuto dal sapore chitarristico, ma che pare spinto da una archetipica forma di energia. Free, come annuncia la parole stessa, è improvvisazione pura o quasi. Un po’ caotica, attraversata qua e là da una frase tematica che appare all’inizio e torna ripetutamente, quasi per un inconscio richiamo all’ordine formale. Tuttavia mi sembra essere il pezzo meno riuscito dell’album. La Mar Quieta,Tù,Yo Pensando ondeggia su una coppia di accordi sulla parte bassa della tastiera di pianoforte, mentre la mano destra costruisce una bella sequenza di momenti melodici. All’orizzonte si fa vivo il violoncello che rinforza la stessa melodia ad animare un’armonia rigorosamente modale. Il brano procede poi con insolita lentezza, favorendo la meditazione dell’Autore – in questo caso Fonseca – che sembra trovare tra le pause degli accordi la linearità dei suoi meditati pensieri. Interludio Piano Silence Sound è anche questo una sorta di frammento di corta durata, sotto forma di una romantica jazz ballad condotta esclusivamente dal pianoforte. Te Extrano (M.C.A) è la chiosa dell’album che riassume in sé parte delle idee dei due musicisti. Un cominciamento divorato dal languore si trasforma via via in un brano più tonico, grazie alla linea ritmica fortemente arpeggiata di Fonseca e ai riff circolari di violoncello. Anche qui ritroviamo un po’ di quell’anima jazz-latina ma sempre comunque mescolata, oltre che con la tradizione geografica di provenienza, con elementi classici che in questo caso ricordano autori come Brahms o Dvorak. L’abbondanza di note ribattute del pianoforte sottolinea l’andamento ritmico del brano. La seconda parte dello stesso riprende i temi di cui sopra con un assolo modale di Fonseca, finendo in un clima simil sinfonico.
In Nuit Parisienne à La Havane accade poco che possa essere definito spettacolare, dato che i due Autori preferiscono lavorare in forma sostanziale per mirare profondamente al cuore dell’ascoltatore. In effetti questo evento musicale non coincide con l’affermazione di un tema o con l’esibizione di qualche competenza tecnica, ma con il modo in cui due identità sonore imparano a coesistere nello stesso spazio acustico. Il jazz, la scrittura classica e la memoria afro-cubana, più che una vera e propria fusione, sono chiamate ad una coesistenza in tensione controllata, lasciando che siano le variazioni dinamiche, l’articolazione delle note e il timbro a produrre la maggior parte del significato. Evidentemente, in un caso come questo, l’improvvisazione è un metodo di negoziazione, un modo per testare, in tempo reale, i limiti dell’altro e del materiale stesso. Fonseca e Segal sembrano ricordarci che la musica è un linguaggio e quindi anche una modalità di relazione, un esercizio di attenzione reciproca che si concretizza praticando insieme una parte di tempo condiviso. Si tratta di abitare il suono finché questo non riveli la propria necessità. Poi, la scelta di vivere un clima spiritualmente più drammatico che leggero, com’è il caso di questo album, può essere una decisione conforme alla complessità dell’unione di due anime, una latina ed una europea, che mostrano sfaccettature ambivalenti e profili caratteriali non omologati.
Tracklist:
01. Rumbo a Tí (2:39)
02. Soul Kiss (4:11)
03. Nuit Parisienne (4:37)
04. Paciencia Es Lo Que Hay Que Tener (2:59)
05. Un Homme Qui Dort (5:03)
06. Day (4:31)
07. Violoncelle Pointe Noire (0:52)
08. Free (2:58)
09. La Mar Quieta, Tú, Yo Pensando (5:00)
10. Interlude Piano Silence Sound (0:55)
11. Te Extraño (M.C.A) (6:12)
Photo: © Johann Sauty






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