T E A T R O


Articolo di Alessandro Tacconi

Chi ha la fortuna di vedere uno spettacolo del Teatro dell’Aleph, difficilmente lo dimentica. Vuoi per l’impianto scenico, vuoi per il tipo di recitazione fisica degli attori, vuoi per il tipo di linguaggio teatrale che si pratica da loro, presso la nuova sede ad Arcore.
La compagnia ha maturato un’esperienza quarantennale nell’ambito del teatro di ricerca. Giovanni Moleri, il direttore artistico, da oltre quarant’anni si cimenta sia con il teatro di sala che con quello di piazza. Studio e determinazione per mettere alla prova le proprie conoscenze, la capacità compositiva e per cercare di superare ogni volta quello che ha appreso.
A fianco del regista, ovviamente, gli attori che hanno creduto nel suo progetto e nella sua visione. Anch’essi hanno dovuto studiare con il corpo linguaggi differenti, acquisire padronanza di vari mezzi espressivi per incidere in profondità le azioni richieste per la messa in scena.

E veniamo all’accademia di regia teatrale. Sono previste quattro sessioni in presenza. La prima s’è svolta sabato e domenica 18-19 ottobre, a seguire l’anno prossimo 17-18 gennaio, 7-8 marzo e la quarta da definire.
Oltre a questi incontri che durano dalle 10:00 alle 17:00, ce ne sono quattro online: 5 novembre, 4 febbraio, 15 aprile e l’ultimo da definire.

Temi del master:
-definizione del ruolo del regista,
-il processo di riscrittura scenica,
-direzione del team artistico e tecnico,
-metodi di lavoro con gli attori,
-esercizi di composizione scenica,
-consapevolezza del senso e dell’intenzione,
-coerenza stilistica.

Tanti attori ma quanti registi? A Milano e provincia ci sono diversi laboratori e scuole per attori, ma che siano rivolti alla regia teatrale ce ne sono davvero pochi. Il percorso è rivolto ad aspiranti registi, drammaturghi, attori e professionisti del settore.

Buio in sala. Ogni sessione inizia con la visione di uno spettacolo. In questa occasione abbiamo visto Vincent Van Gogh, l’urlo della vita. La forma del “monologo” viene intesa nel senso più ampio possibile. È a tutti gli effetti uno spettacolo teatrale, portato in scena dallo straordinario Diego Gotti.

Su di una pedana di poco meno di 2 metri per due, l’attore ci mette direttamente in contatto con il mondo interiore del celebre artista olandese, un universo fatto di dissidi, turbamenti, slanci e laceranti sofferenze.
È un corpo vivo, che continuamente agisce, che si accanisce contro un destino che vorrebbe differente, ma è segnato inesorabilmente dalla follia. Esonda l’anima, più che nelle parole, in ciò che fa il corpo dell’attore.    
Terminato lo spettacolo, il regista mostra i meccanismi sottesi alla messa in scena. Si tratta di lezioni estremamente tecniche. “Voi dovete verificare quanto vi dico. Per fare ciò, devo darvi i mezzi per farlo. Poi potrete dirmi che una cosa funziona oppure no, ma prima dovete conoscere gli strumenti di questo mestiere”.

Uno spettacolo teatrale è fatto di segni, questi si suddividono in base al vettore che viene utilizzato: la luce, gli oggetti di scena, le azioni dell’attore formato.  
La drammaturgia di uno spettacolo prevede tre attori:
-l’attore che porta se stesso, il suo fare che c’entra con il senso dello spettacolo,
-il drammaturgo che scrive il testo, pensato o meno per la scena. Se ancora vivente, dovrebbe avere anche nozioni di antropologia, teologia, mitologia, sociologia, filosofia, arte, scienze matematiche e fisiche…
-il regista che deve organizzare in una maniera organica il lavoro degli altri due e metterla in rapporto con la propria visione.

E questo solo per iniziare a introdurre il discorso sulla regia teatrale. Moltissimi gli spunti che vengono proposti in un’accademia, per imparare a gestire una messa in scena che risulti interessante per chi la esegue e soprattutto per chi la guarda.

Conoscere la prospettiva, la rete di Indra e la proporzione aurea, tecniche cinematografiche, conoscenze matematiche, fisiologia del cervello e dell’occhio… perché come spiega Giovanni Moleri: “Non faccio spettacoli per assecondare né il mio ego né quello dei miei attori, ma per il pubblico. Devo e posso suscitare nelle persone delle reazioni biochimiche che li condizionino anche a livello emotivo”. Niente paura, non si tratta di magia, ma solo di studio, tanto tanto studio. 
A chiusura della seconda giornata, viene visto una seconda volta lo spettacolo, ma alla luce di quanto è stato spiegato e sviscerato. 

Polemicuccia finale. Che cosa accade quando si frequenta un’accademia di regia come questa? Purtroppo ci si rende conto della povertà del linguaggio registico di molti colleghi.
La gestione stessa degli attori sulla scena risulta spesso scialba: l’intera performance poggia perlopiù sul testo, sull’interpretazione meramente verbale o (fintamente) emotiva, ma il corpo dell’actor resta inerte, ciondola da un punto all’altro della scena (il teatro borghese è ancora vivo e vegeto, ahinoi!).
Nessuna immagine che colpisca lo spettatore, che lo disturbi, che lo scuota nel profondo. Così lo spettacolo teatrale risulta un atto mancato.
Ed è un vero peccato, perché il teatro è vita!   

Photo © Simone Moleri 

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