R E C E N S I O N E
Articolo di Monica Gullini
Conosce molto bene il ritmo e le sue declinazioni Lucrecia Dalt. Lo ha dimostrato con Ay!, bellissima prova d’esordio, lo conferma con A danger to ourselves, lo sottolinea David Sylvian, suo fiancheggiatore, padre musicale e compagno nella vita.
Sarò sincera: sentire il timbro basso del mio musicista preferito sul finale di Cosa Rara, singolo apripista dell’album, mi ha destabilizzato. Sylvian non canta da più di dieci anni, a parte qualche sporadica apparizione, e oggi presta il fianco al disco più intimo e intenso della musicista colombiana. Nel brano di esordio il ritmo cambia di continuo così come il desiderio decantato dall’inizio alla fine: la chitarra scopre luci e zone d’ombra, il dialogo tra i due amanti esplode in una pericolosa attrazione.

Amorcito caradura, travolgente bolero di poco più di un minuto, racconta la sfrontatezza e l’audacia, mentre la sussurrata No death no danger, sferzata da colpi metallici e percussioni tribali, alterna voci sovrapposte a soliloqui in cui il desiderio non si incarna appieno. Calm me divine, intona Lucrecia mentre intorno la avvolgono il bianco e il nero, poli opposti che grazie a lei diventano cuore pulsante di un lavoro emozionante e sentito. Caes è forte di due interpretazioni, quella decisa e intransigente di Camille Mandoki e quella dell’artista colombiana, il cui timbro assume sfumature delicate ed eteree. Agüita con sal è un incontro di anime, rese ancora più speciali dalle percussioni che si perdono tra suoni elettronici e metallici, a sottolineare il sapore acuto del sale e la morbidezza dell’acqua. Dalt conosce perfettamente l’amore e le sue sfumature e sa che non tutti i palati apprezzano sensazioni discordanti, perciò si abbandona alla passione più sfrenata in Hasta El final, brano che per certi versi possiede la metrica di un tango rallentato: i violini a metà traccia rompono la magia e riportano l’ascoltatore alla realtà. La voce si fa sempre più melliflua, fino a svanire totalmente, lasciando spazio a corde perse tra i synth. I quattro minuti e tredici di Divina sono una vera e propria affermazione di identità, un grido di esistenza sussurrato tra schiocchi di dita e cori sofisticati. È caduta preda di un incantesimo l’artista colombiana e lo canta a pieni polmoni, orgogliosa di essere innamorata di chi ha preso in giro la morte. La canzone ha influenze jazz, è un andirivieni di tasti, spiriti ed entità intoccabili; il suo collage bilingue si fonde nel ritualismo di Acéphale, perfettamente accentuato dalla drum loop di Alex Làzaro. Mala sangre offre nuovamente uno spaccato del tribalismo di questo lavoro, non solo a livello di percussioni ma anche di voce, poggiata sulle tonalità basse e sinuosa come solo il peccato sa essere. Abbandonarsi a pensieri reconditi è quanto di più arcaico e maledetto si possa fare, ricorda Lucrecia a ogni sussurro, mentre nel finale rimbombi ovattati incorniciano a perfezione le parole. Da uno spoken noir si passa allo straniante duetto con Juliana Molina in The common reader, per arrivare alla rarefazione cosmica di Stelliformia in cui il pericolo per sé stessa assume le sembianze di un fuoco che divampa e distrugge. Il pattern percussivo di El exceso según cs si fa vibrante lungo tutta la traccia, animata da momenti elettronici che ritornano in Covenstead blues, ballata distorta che chiude un’opera in grado di sfidare la materia sonora destrutturandone la forma.
Non c’è dubbio: Lucrecia Dalt non solo riesce nell’impresa di dare un seguito all’altezza di Ay! ma lo supera in bellezza e intensità.
Nato durante il tour del disco d’esordio, A danger to ourselves è il pericolo che si corre quando si depongono le armi, puntando su passione e sentimento: al diavolo la ragione quando la sfera che si dischiude dinnanzi all’ascoltatore possiede un’intimità così dirompente. La musicista sudamericana si affida allo spagnolo per incarnare il desiderio e lascia alla lingua inglese il duro compito di riflettere e distaccarsi, confezionando un album intimo e molto più comunicativo. Forte di una voce magnetica e di un art pop che spazia ora nell’ambient jazzy, ora nello spoken word, passando attraverso affascinanti artifizi elettronici, A danger to ourselves è una scala reale che batte ogni combinazione possibile. Perché quando una regina come Lucrecia si mette a nudo e scende a giocare, la mano è pressoché vinta.
Tracklist:
01. cosa rara (3:49)
02. amorcito caradura (1:07)
03. no death no danger (3:11)
04. caes (3:50)
05. agüita con sal (2:24)
06. hasta el final (4:18)
07. divina (4:13)
08. acéphale (2:45)
09. mala sangre (4:12)
10. the common reader (2:33)
11. stelliformia (5:44)
12. el exceso según cs (2:18)
13. covenstead blues (3:47)
Photo © Louie Perea




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