R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Nel mondo mutevole dell’avant-jazz europeo, gli Spinifex hanno costruito in vent’anni un territorio musicale abitato da pochi, un luogo dove la disciplina formale convive con l’urgenza dell’improvvisazione, e dove la complessità non è un ostacolo ma una leva per accedere a un’altra dimensione dell’ascolto. Maxximus, il nuovo disco che celebra il loro ventennale, non si limita ad ampliare l’ensemble, ma ne ridefinisce l’equilibrio interno, trasformando l’energia incandescente degli anni passati in una materia più porosa, stratificata, sorprendentemente acustica. È il gesto di una band che non usa l’anniversario per guardarsi indietro, ma per immaginare un possibile futuro.

L’ossatura storica – Klein, Maris, Dikeman, Stadhouders, Almeida, Moser – si rafforza con tre presenze che non aggiungono solo colori, ma cambiano la grammatica stessa del gruppo: il vibrafono di Evi Filippou, il violoncello di Elisabeth Coudoux, la viola di Jessica Pavone. L’ingresso degli archi e di un vibrafono quasi narratore, insieme al passaggio di chitarra e basso all’acustico, suggerisce una svolta cameristica che però non addomestica la furia del collettivo, semplicemente la orienta altrove, le concede un’altra forma.

Il brano d’apertura, Smitten, svela questa mutazione. Si tratta di una ballata in penombra, con armonie che sembrano scolpite nell’aria, finché arriva un’accelerazione improvvisa che spinge la musica verso un free bop febbrile, dove il vibrafono si lancia in un assolo che apre fenditure tra fiati e archi. Qui la distinzione tra partitura e improvvisazione evapora: gli Spinifex lavorano proprio in quel varco, in quella tensione che permette alla forma di deformarsi senza perdere coerenza.
Rispetto al precedente Undrilling the Hole, si avverte l’assenza della chitarra elettrica, che aveva firmato alcuni dei momenti più abrasivi. Ma ciò che si perde in elettricità si riconquista in profondità timbrica. Gli archi non decorano né ammorbidiscono, incidono, occupando lo spazio con una partecipazione piena, a volte preponderante, e la loro presenza altera il metabolismo del gruppo, spingendo la musica verso territori più ampi, più narrativi, più ricchi di sfumature.
Le sei tracce – tutte generose, tutte costruite come capitoli autonomi – mostrano una band che continua a reinventare il proprio suono senza mai smarrire il nucleo identitario costituito da ritmi ciclici che affiorano dalla memoria delle tradizioni turche e indiane, da un’improvvisazione feroce con asperità punk e da discipline compositive degne della nuova musica europea. A tratti sembra davvero di ascoltare il preludio a ciò che potrebbe essere la musica d’arte del XXII secolo, un ecosistema in cui la materia sonora non conosce più gerarchie tra istinto e intelletto.

Maxximus richiede attenzione, e la merita. Non si concede subito, ma si rivela lentamente, con una pazienza che appartiene solo ai lavori più maturi. A ogni ascolto emergono dettagli nuovi, slittamenti impercettibili, piccoli attriti che illuminano retrovie insospettate. È uno dei progetti più completi degli Spinifex, un’opera che conferma la loro capacità di interrogare la tradizione mentre la attraversano, di rinnovare il linguaggio mentre lo incendiano. Per chi cerca un jazz che non si limiti a riformare i codici, ma a ripensarli radicalmente dalle fondamenta, Maxximus è un viaggio necessario. Un anniversario trasformato in visione.

Spinifex:
Tobias Klein – bass clarinet/alto sax
Bart Maris – trumpet
John Dikeman – tenor sax
Jasper Stadhouders – guitar
Gonçalo Almeida – double bass
Philipp Moser – drums
Jessica Pavone – viola
Elisabeth Coudoux – cello
Evi Filippou – vibraphone, percussion

Tracklist:
01. Smitten (10:17)
02. Sack & Ash (13:57)
03. Phoenix (11:16)
04. Springend (10:24)
05. Annie Golden (14:31)
06. The Privilege of Playing the Wrong Notes (9:35)

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