L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Riccardo Bonato (Bi.Photo)

Terza edizione del Grato Cuore Fest: al Covo la scena emo italiana canta e guarisce

La pioggia di fine novembre non ferma nessuno. Fuori dal Covo di Bologna la fila è fatta di cappotti larghi, capelli colorati, magliette e felpe di vecchi tour. Dentro, il terzo anno del Grato Cuore Fest si conferma per quello che è già diventato: uno dei momenti centrali della scena emo italiana, un piccolo rito collettivo più che un semplice concerto.

Ad aprire la serata è Orlando, progetto di Eleonora Busato. Solo voce e chitarra, affiancata da Elia Guglielmi, costruiscono un folk intimo che tiene insieme Vicenza, Parigi e camerette senza finestre. Gli arrangiamenti sono ridotti all’osso: corde pizzicate, pochi accordi, linee melodiche che si rincorrono, lasciando tutto lo spazio alle parole. Le canzoni di Orlando parlano di alberghi lontani, ritorni improbabili, amori che fanno attrito. In sala si ascolta in silenzio, ogni tanto qualcuno prova a seguire i ritornelli sottovoce, quasi a non voler rompere l’equilibrio fragile che si è creato.

Dopo una breve pausa, il palco resta alla stessa famiglia artistica ma cambia pelle. Giovanni Pedersini prende il centro della scena con un secondo set dedicato ai suoi brani, sostenuto da batteria, basso e sax che, tra un pezzo e l’altro, si sporca anche di effetti e piccoli interventi da mixer. Il risultato è un impasto più fisico e dinamico, dove la scrittura emotiva di Giovanni trova una veste quasi rock, attraversata da fiati e groove lenti ma incisivi. Se Orlando aveva trasformato il Covo in una stanza buia in cui confessarsi sottovoce, il set di Pedersini apre le finestre e fa entrare aria: i pezzi oscillano tra confessione e esplosione, preparando il terreno perfetto per ciò che succederà con i Quercia.

Quercia, casa emo
Quando i Quercia salgono sul palco il Covo è ormai pieno. Il progetto nato a Iglesias nel 2016 è diventato, nel frattempo, uno dei punti di riferimento del nuovo emo italiano, capace di passare dall’EP d’esordio “Non è vero che non ho più l’età” al primo album “Di tutte le cose che abbiamo perso e perderemo” fino all’ultimo lavoro “Dove si muore davvero”, uscito nel 2023.

Questa festa organizzata da Grato Cuore è la loro casa: lo si capisce dallo sguardo del pubblico appena parte il primo pezzo. In sala ci sono tanti ventenni che hanno trovato nei loro dischi un manuale emotivo per sopravvivere a relazioni finite male, città ostili e lavori precari. Ma ci sono anche fan della prima ora, quelli che hanno visto i primi live in piccoli centri sociali e oggi si riconoscono nella stessa nostalgia, solo con qualche anno in più sulle spalle.

Grato Cuore è un booking nato dal basso, con l’idea dichiarata di riempire un vuoto nella circuitazione emo italiana e di essere, più che un’agenzia, un prolungamento delle band quando si tratta di portarle sul palco.

Il fest è costruito proprio su questa idea di casa condivisa: due sere nello stesso club, con il day 1 affidato a Cabrera, Amalia Bloom, Trauma Glow e Morning Views e il day 2 che passa il testimone a Quercia, Giovanni Pedersini e Orlando. In questi tre anni il progetto è cresciuto a piccoli passi, guidato da due motti semplici e molto concreti – “excel e gentilezza” e “crescita lenta ma costante” – e dalla voglia di umanizzare un lavoro che troppo spesso viene raccontato solo in termini di numeri, cachet e incassi.

Il Covo ha riconosciuto subito questo modo di fare e ha scelto di accogliere il fest fin dalla prima edizione, perché si rispecchiava nel suo approccio. Dietro al club ci sono le persone – Marco, James, Enrico, Lorenzo e Gaia – così come dietro a Grato Cuore ci sono Davide, Andreas, Mattia e Carolina: è da questo intreccio di volti e relazioni, più che di ruoli, che nasce il clima di familiarità che si respira durante il fest.

Un palco senza confini
Con l’ingresso dei Quercia sul palco, la distanza tra band e pubblico dura forse un minuto. K (Luca Fois), voce e frontman, si sporge da subito sul sottopalco, microfono stretto tra le mani, e l’idea di “spettacolo” lascia posto a qualcosa di più simile a un abbraccio agitato. Nelle prime file si canta ogni parola, le strofe vengono urlate in faccia a K, che a sua volta le restituisce scegliendo di volta in volta un volto tra la folla.

Il concerto diventa presto un corpo unico: c’è chi sale sul palco a condividere il microfono, chi si lancia in crowd surfing, chi piange e ride nello stesso ritornello. I brani scorrono come piccoli ex-voto: pezzi presi dall’ultimo disco e dal repertorio storico si alternano senza soluzione di continuità, ognuno agganciato a un ricordo preciso nella testa di chi è sotto.

La canzone, per i Quercia, è un atto di esorcismo. Non è solo racconto di un dolore, ma tentativo di trasformarlo in qualcos’altro, di consegnarlo a una comunità che lo può reggere insieme. Lo si vede quando K abbassa il microfono verso la prima fila e lascia che sia il pubblico a chiudere il ritornello; lo si sente quando certi passaggi diventano così corali da coprire l’impianto. In quei momenti il canto non appartiene più a chi sta sul palco, ma a chiunque in sala abbia un ricordo che brucia allo stesso modo.

Memoria condivisa
L’empatia che i Quercia riescono a creare non è solo questione di presenza scenica. I testi – fatti di immagini quotidiane, di strade di provincia, di frasi che sembrano rubate a un diario – lavorano su una leva emotiva potente: riportano indietro nel tempo chi ascolta, collegano adolescenze passate e presente incerto, danno un nome alle ferite che molti non hanno ancora saputo chiamare.

Nel pubblico si vedono abbracci che durano un intero brano, amici che si scambiano sorrisi complici su una strofa, facce che si voltano verso il palco proprio nel momento in cui una frase colpisce più forte. È come se ogni pezzo aprisse una scatola di ricordi e la mettesse in mezzo alla stanza, invitando tutti a guardarla insieme.

Un centro di gravità per la scena emo
Il terzo anno del Grato Cuore Fest conferma la sensazione che questa non sia solo una data in più nel calendario dei live, ma un punto di raccolta: un luogo in cui la scena emo italiana si vede, si riconosce, misura quanto è cresciuta e quanto ancora ha bisogno di spazi così.

Orlando, con il suo folk delicato e ferito, e Giovanni, con un set più fisico e stratificato, hanno costruito insieme la cornice perfetta per l’esplosione emotiva dei Quercia. La band sarda, dal canto suo, ha trasformato il Covo in un coro continuo, dimostrando ancora una volta come le canzoni possano essere un gesto che unisce: una pratica condivisa di esorcismo, capace di far convogliare ricordi, paure e desideri in un unico, gigantesco respiro.

Quando le luci si accendono e il pubblico esce in strada, resta addosso la sensazione di aver partecipato a qualcosa che somiglia più a una festa di famiglia che a un concerto. Una famiglia strana, rumorosa, piena di fantasmi e di promesse, che ogni anno torna al Grato Cuore Fest per ricordarsi che certe ferite non si chiudono da sole: si curano cantandole insieme.

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