R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Boz Scaggs torna, dopo sette anni dalla pubblicazione dell’ultimo suo album Out of the Blues (2018), con questo nuovo lavoro Detour che lo vede al centro della scena come un navigato crooner d’altri tempi. Di mari, effettivamente, l’ottantunenne Scaggs ne ha solcati parecchi, tenendo presente che la sua carriera inizia negli anni ’60 come chitarrista e cantante nella Steve Miller Band. Da lì in poi ha lasciato dietro di sé una ventina di pubblicazioni e una carriera intrisa di successi tra rock, pop-soul, blues e un pizzico di jazz, a parte quel lungo periodo critico di sosta e ripensamenti vissuto negli anni’80. Detour è un’opera che raccoglie una manciata di standard e qualche altro brano di buona qualità, ma più che un omaggio al Great American Songbook questo ultimo album assomiglia ad una confessione sussurrata davanti a un pianoforte, quasi a voler tirare le somme di una vita intera trascorsa nel mondo della musica.

Per la verità non è la prima volta che Scaggs si cimenta con questa riproduzione di brani storici. Ci sono almeno due precedenti come But Beautiful (2003) e Speak Low (2008) ma forse mai, prima d’ora, si è raggiunto un livello di tale asciutta essenzialità. Questa volta non c’è la grandeur delle orchestre né la nostalgica atmosfera raffinata dei grandi hotel ma solo la sintesi riassuntiva del percorso dell’artista, immersa in un oggetto musicale di elegante finitezza formale. Il taglio si è fatto più intimo, quasi domestico. L’incontro con il pianista Seth Asarnow diventa il cuore pulsante di tutto, due vecchi amici che smontano e rimontano melodie, scavando nelle pause e mutando i tormenti amorosi di questi brani in puri momenti di stile. Le sessioni, pianoforte e voce e poco più, sono iniziate un po’ per gioco ma si sono via via trasformate in un linguaggio dialogico, ridotto ai minimi termini, alla ricerca di una dimensione comune quasi catartica. L’album si distingue così per una poetica della sottrazione con arrangiamenti leggeri, tempi dilatati e dinamiche controllate. In questo spazio rarefatto, la voce di Scaggs si è fatta più setosa, anche se presenta qualche piccola debolezza, soprattutto nei toni alti. Ciò che emerge non è la figura di un nostalgico e ingrigito cantante che si esibisca in qualche casinò di Las Vegas, bensì la misura di un interprete che rielabora il mito della canzone d’autore e dello swing americano con un leggero profumo d’ironia e un sufficiente distacco da perfetto flaneur che sa alleggerire anche i brani più malinconici. Le canzoni sembrano fluttuare in uno spazio notturno, in quelle wee small hours, le ore piccole cantate da Sinatra che volgono al primo mattino, come se ogni brano fosse appena uscito da una twilight zone tra sogno e veglia. Seth Asarnow, soprattutto, accompagna con discrezione, lasciando che Scaggs si perda nel suo micromondo fatato di amori trascorsi e malinconie senza epoca. Tutto si copre di un velo di sensualità che non ha bisogno di fuochi d’artificio per apparire perché Scaggs intreccia le frasi come se ogni nota dovesse regalare quasi il piacere fisico di essere ascoltata. Tutto è morbido, senza la tentazione dell’effetto facile. Non c’è nulla di eccessivamente artefatto in Detour, nessun subappalto di idee né alcuna forma di narcisismo, ma tutto si esprime con spontaneità, celebrando il diritto e il rovescio di un utopico mondo sentimentale, più presente nell’immaginario generale che non nella realtà. Attorno alla voce di Scaggs troviamo gli interventi strumentali del già citato Seth Asarnov al pianoforte e al basso elettrico, Jason Lewis alla batteria, Jim Cox al contrabbasso e anche al pianoforte, Jeremy Cohen al violino e alla viola e Michael Miller alla chitarra acustica.

Non è per nulla uno standard il brano d’apertura, It’s Raining, ma un pezzo scritto nel 1961 da Allen Toussaint sotto lo pseudonimo di Naomi Neville e portato al successo dalla cantante Irma Thomas. Poche note introduttive di pianoforte e da subito compare la voce calda e ammiccante di Scaggs che viene seguita anche da un contrabbasso essenziale nel suo ribadire poco più che le fondamentali degli accordi. La chiarezza non solo eufonica di questa traccia, leggermente rifinita con archi in sottofondo, suggerisce l’idea di quella joy of making music come affermava Chick Corea, per mezzo anche dell’incedere quasi ipnotico di una voce dalla sensibilità emotiva non comune. Angel Eyes è una canzone del 1946 di Matt Dennis e Earl K. Brent che nel tempo è stata incisa, tra i molti, da Sinatra, Ray Charles ed Ella Fitzgerald. Il suono della passione si attaglia perfettamente a questo brano sul quale Scaggs vocalizza un po’ alla Tom Waits, mentre le sottili pennellate delle spazzole sul rullante chiudono lo stringato accompagnamento. Bello e molto bluesy l’assolo di pianoforte.

Once I loved è un tocco di bossa-nova d’autore, dovuta alla penna felice di Antonio Carlos Jobim e Vinicius de Moraes, che crearono l’originale O Amor en Paz nel 1960. Il brano fu però portato al successo nel ’61 da un altro grande autore brasiliano come João Gilberto e poi anche da Elis Regina. Sulle note pizzicate della chitarra di Miller, attorno a cui piano e contrabbasso lavorano con eleganza e discrezione, si consuma un interessante matrimonio tra bossa-nova e jazz, com’è stato del resto nella grande tradizione statunitense degli anni ’60. The Very Thought of You è uno standard del 1934 composto da Ray Noble. La versione di Scaggs forse deve qualcosa a Nat King Cole e qui la voce sale di timbro, insistendo però forse troppo su certi passaggi all’insegna di un romanticismo un po’ stucchevole. Molto meglio l’assolo di piano immerso nel jazz e nel blues con grande raffinatezza. I’ll Be Long Gone è una traccia originale scritta dallo stesso Scaggs per il suo album Boz Scaggs del 1969. Non sfigura certo tra la sequenza degli standard finora presentati e la rivisitazione del brano, senza organo, fiati e cori soul, regge bene il confronto grazie alla ritmica incisiva ma non invasiva e soprattutto al pianoforte, vero padrone della situazione in concomitanza con la voce del cantante. Detour Ahead è una scrittura del chitarrista Herb Ellis insieme a Johnny Frigo e Lou Carter datata 1948, quando i tre musicisti uscirono dall’orchestra di Jimmy Dorsey per fondare un gruppo proprio. Qui l’impatto offerto dal trio musicale con la voce di Scaggs s’inceppa un poco, vuoi per la non indimenticabilità del brano o per l’eccessiva lunghezza dello stesso che caracolla zoppicando nonostante l’impegno incontestabile degli strumentisti e un fantastico, signorile assolo pianistico. I Could Have Told You è una canzone di Jimmy Van Hausen e Carl Sigman del 1954, brano ripreso da molti autori, ad esempio da Frank Sinatra ma anche più recentemente dal Bob Dylan nostalgico di Triplicate (2017). La traccia è uno slow che profuma di blues da cui assorbe le cadenze notturne e forse è il brano meglio interpretato da Scaggs, con lieve e pilotate increspature malinconiche della voce. Quasi superfluo accennare all’assolo in blues-bop di Asarnow, pulito e di gran classe come tutti i suoi interventi in questo album. The Meaning of the Blues è un sofisticato standard di Bobby Troup scritto per la moglie Julie London e proposto anche nello stesso anno da Miles Davis in Miles Ahead (1957). Compaiono gli archi in sottofondo ma sono come poco più di un respiro quasi inavvertibile. Un brano che sarebbe andato a nozze negli Smokey Lounge, dove si poteva bere e fumare tutta la notte. Con Tomorrow Night, Scaggs pare recuperare l’anima soul diluendo i suoi spiriti in un brano del 1939 siglato da Sam Coslow e Will Grosz e portato al successo dal bluesman Lonnie Johnson nel 1948. Un lento 4/4, ben interpretato senza eccessi sia dal canto che dall’accoppiata chitarra e pianoforte, coadiuvati dal solito rosseggiare di archi in lontananza. Too Late Now è del 1950 ed è stato composto da Burton Lane e Alan J. Lerner. Un pezzo dal sapore agrodolce con un’ombra di roco vibrato nel canto ma gli arnesi del mestiere son tutti tirati a lucido in un contesto in cui la traccia bordeggia sicura tra il sentimento e la nostalgia, come del resto nell’intero album. We’ll Be Togheter Again è del 1945, nato dalla collaborazione autoriale di Carl T. Fisher e Frankie Laine. Le riproposizioni di questo brano, nel tempo, non si contano e Scaggs vi si accoda diligentemente senza sfigurare.

Detour non è soltanto un ritorno al repertorio classico, ma un momento riflessivo sul senso stesso dell’interpretazione. Boz Scaggs si muove tra memoria e passione con spontaneo senso di appartenenza relativa ad un periodo della storia musicale americana probabilmente irripetibile. Ma anche – lo si avverte tra le righe – con un po’ disincanto. Per controbilanciare i nostri anni così veloci ed esteticamente omologati, Detour suggerisce una resistenza sottile rimarcando il valore del tempo, la lentezza come forma espressiva e  la musica come atto di cura dell’anima. 

Tracklist:
01. It’s Raining
02. Angel Eyes
03. Once I Loved
04. The Very Thought Of You
05. I’ll Be Long Gone
06. Detour Ahead
07. I Could Have Told You
08. The Meaning Of The Blues
09. Tomorrow Night
10. Too Late Now
11. We’ll Be Together Again

Photo © Chris Phelps

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