R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Nel mondo insonne della musica contemporanea, Satoko Fujii continua a creare come se il tempo fosse ancora una materia malleabile, da plasmare con pazienza e furia. Burning Wick è il secondo capitolo della rinascita del suo storico quartetto, un ritorno che non guarda mai indietro: se nel 2024 Dog Days of Summer aveva riaperto la porta dopo diciotto anni di silenzio, questo nuovo album spezza definitivamente il sigillo del passato e rilancia l’ensemble verso un territorio più vasto, più rischioso, più intimo e insieme più feroce.

La formazione è quella ormai leggendaria: Fujii al piano, Natsuki Tamura alla tromba, Hayakawa Takeharu al basso elettrico, Tatsuya Yoshida alla batteria. Una costellazione di personalità che, nel panorama musicale giapponese, assume quasi il peso di un supergruppo segreto, l’avanguardia lirica della pianista e del suo partner d’arte, il trombettista Tamura, unita all’urto rock estremo di due musicisti abituati a vivere sull’orlo del caos. Ma Burning Wick non è soltanto l’incontro tra mondi, è la dimostrazione di quanto un’idea musicale possa crescere nel silenzio, e tornare più lucida, più affilata, più consapevole.

Sin dal principio, si percepisce un mutamento. Il quartetto conserva quella qualità “non si fanno prigionieri” che aveva caratterizzato i primi capitoli, eppure, qui, la furia non è mai un detrito: è una tensione scalpellata, organizzata, resa linguaggio. Ciò che in passato travolgeva come una corrente elettrica, ora appare come un impeto controllato, una forza di gravità che spinge la narrazione musicale verso profondità inattese. La musica è meno sfacciata, ma più intensa. Meno muro, più abisso.

I brani si muovono come creature mutanti. In Solar Orbit Yoshida canalizza il disordine in un ritmo che sembra crollare e ricomporsi di continuo: frammenti di caos che prendono forma, come se un meteorite decidesse di tornare pianeta. In Rain In the Wee Small Hours, il basso distorto di Takeharu apre un varco: un groove quasi “normale”, che Fujii subito incrina, insinuando fratture nel cuore della regolarità, ricordandoci che le convenzioni non sono un rifugio, ma una messa alla prova.
Walking Through the Border Town è il punto di massima ambizione drammaturgica, una pagina di cinema sonoro che si apre con un canto disincarnato – voce o vento? – e prosegue in un avanzare scomposto, quasi una processione di figure spettrali che attraversano un confine invisibile. Qui il quartetto trova la sua forma ideale, una marcia che è anche danza, un brivido che si trasforma in meditazione, un’esplosione che implode nell’istante stesso in cui si compie.
Altri brani –Neverending Summer, Mountain Gnome– sfiorano il metal, o meglio lo reinventano dall’interno: non «potenza» come genere, ma come fisiologia del suono. Quando poi arriva Three Days Later, Tamura riappare alla tromba nella sua dimensione più lirica, con un suono che sembra portare dentro di sé la possibilità della quiete. È un attimo soltanto, ma lascia il segno: la bellezza qui non è un ornamento, è una fenditura nella tempesta.
E infine Burning Wick: titolo, manifesto, bilancio provvisorio. Un pezzo che colpisce, ricarica e colpisce di nuovo. Un fuoco che non divampa, ma arde lento, come la brace di una miccia che non smette di consumarsi.

La forza di questo album sta nella sua duplice natura: è un disco che si ascolta con il corpo, e allo stesso tempo con una disponibilità mentale quasi meditativa. Fujii non rinuncia al suo istinto scultoreo, a quel suo modo peculiare di far emergere il suono come materia viva, dalle forme imprevedibili, ma qui lo affida a una fiducia radicale nei suoi compagni di viaggio. L’energia collettiva non cancella l’individualità, la amplifica.
Per questo, il disco segna un passo avanti netto, forse il più coraggioso nella storia del quartetto. È musica che non teme la contraddizione, che sa essere brutale e delicata, enigmatica e diretta, cerebrale e sanguigna. È un atto di fede nel potere della forma in trasformazione: non più soltanto “avanguardia”, ma un linguaggio che si fa riflesso del nostro tempo agitato, delle sue tensioni, delle sue scosse sotterranee.
Ascoltarlo significa accettare il rischio di lasciarsi attraversare. Non capire tutto, ma sentire molto. È la condizione a cui Fujii ci ha abituati, quella resa assoluta in cui ogni nota è una domanda e ogni pausa una possibilità. E quando la miccia brucia fino all’estremo, ci accorgiamo che la vera esplosione non è nel suono, ma in ciò che ci ha trasformato mentre ascoltavamo. Con Burning Wick, Satoko Fujii e il suo quartetto ci ricordano che la musica esiste per cambiare qualcosa – fuori e dentro di noi.

Satoko Fujii Quartet:
Natsuki Tamura – trumpet
Satoko Fujii – piano, voice
Hayakawa Takeharu – bass, voice
Tatsuya Yoshida – drums, voice

Tracklist:
01. Solar Orbit (12:55)
02. Rain in the Wee Small Hours (09:03)
03. Walking through the Border Town (12:01)
04. Neverending Summer (09:25)
05. Mountain Gnome (07:55)
06. Three Days Later (10:02)
07. Burning Wick (10:00)

Photo © Kazue Yokoi

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