R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

C’è un momento, nella storia dei gruppi che lavorano sulla lunga durata, in cui il linguaggio che li ha definiti sembra d’improvviso cambiare direzione, diventando qualcos’altro: più nitido, più libero, più pericoloso. Con Sama’a, gli Ahmed di Pat Thomas arrivano esattamente lì. Lo fanno in studio per la prima volta, dopo anni di incisioni live che avevano fatto pensare il loro suono come inseparabile dall’esperienza della trance da palco – sudore, ripetizione, spirale, corpo collettivo. Invece, questa registrazione alla Fish Factory di Londra consegna l’effetto opposto: una lucidità visionaria. Quadri sonori scolpiti nel dettaglio, senza perdere nulla della vertigine a cui il gruppo ci ha abituati.

L’idea, già in sé, è un azzardo. Sama’a rilegge e scardina la celebre suite di Jazz Sahara di Ahmed Abdul-Malik, capolavoro del 1958 che aprì un continente interiore: Nord Africa dentro il jazz modale, oud e violino arabo dentro l’hard bop, tradizione afroamericana che riconosce le proprie radici islamiche. È un gesto di continuità e di sfida insieme. Rifare quel materiale oggi, con un quartetto di improvvisatori radicali, significa accettare che ogni eredità continui a vivere solo se reinventata. Malik aveva escluso il pianoforte, Thomas lo rimette al centro del motore, trasformando il tabù in detonatore.

Il titolo non allude soltanto all’ascolto meditativo sufi, ma racconta un’attitudine. Thomas non cerca un semplice omaggio, cerca un contatto con una sorgente spirituale e storica che pulsa sotto il jazz come un fiume carsico. E l’album risponde con quattro movimenti lunghi, intensi, che ribaltano proporzioni e aspettative: la musica improvvisata che flirta con il club, lo swing che s’incarna nel drum’n’bass, la ripetizione che vibra come techno rituale, il sax che pensa Evan Parker ma agisce come se venisse dal deserto.

Ya Annas (Oh, People) apre con un sax sospeso fra lamento e chiamata. Seymour Wright frammenta il suono, lo scheggia, lo fa respirare dentro microtoni e droni, mentre il basso ad arco di Joel Grip crea una struttura elastica, quasi una cattedrale di risonanze. Quando Thomas entra, il pezzo cambia pelle: il pianoforte pulsa come una danza, poi come un assedio. Cluster, martellamenti, fenditure armoniche conducono il brano verso una furia invocata dal ritmo. Ma tutto avviene con sorprendente elasticità, non è una corsa cieca, ma un paesaggio che si infittisce e si apre, fino a dissolversi in un dialogo sospeso dove ogni nota sembra interrogare il silenzio.

Isma’a (Listen) è un’altra storia: basso e batteria soli per tre minuti, e si capisce subito che Ahmed è un progetto ritmico prima ancora che melodico. Gerbal picchia, danza, stratifica, un batterista swing che ha studiato la storia e la poliritmia fino a sventrarla. Quando entra il pianoforte di Thomas, la musica diventa un organismo a quattro teste, feroce e lucidissimo. Il sax urlato, balbettato, ringhioso di Wright non cerca il virtuosismo solista, ma insegue un contagio emotivo, una vibrazione nel corpo dell’ascoltatore. Il finale, con basso e batteria che divorano lo spazio, è pura euforia.

El Haris (Anxious) torna alla materia astratta, ma senza vaghezze compiaciute. Il suono è fatto di scricchiolii, colpi preparati, note che sembrano cadere a pezzi. Thomas e Wright dialogano come due artigiani intenti a distillare nuova timbrica dall’interno dello strumento. Il brano è inquieto, sospeso, di una bellezza tagliente. Grip e Gerbal entrano quasi di soppiatto, trasformando il pulviscolo sonoro in un pattern ritmico che ribalta la prospettiva.

Farah ’Alaiyna (Joy Upon Us) chiude il cerchio, ma lontanissimo dal punto di partenza. Il pezzo nasce come una danza popolare, diventa swing folgorante, e si contorce in più direzioni senza perdere consistenza. Wright, qui, è meraviglioso: spezza la melodia per poi ricucirla, la fa fiorire, la lascia sospesa in note lunghe e vibranti.

Il risultato complessivo è impressionante, la musica è febbrile e rigorosa, viscerale e intellettuale, accessibile e radicale. Sama’a non è un revival, non è un esercizio di stile, non è un tributo nostalgico. È un atto di immaginazione collettiva: prendere Malik sul serio significa spingere il jazz oltre le categorie note. Significa restituire al ritmo la sua funzione originaria di energia capace di muovere i corpi e trasformare gli stati di coscienza, inglobando dub, avant swing, elettronica, tradizioni arabe, scuola di improvvisazione inglese, senza mai diventare feticcio o collage. Non c’è mai nostalgia, non c’è atmosfera museale. C’è un presente estremamente vivo, che pulsa e respira insieme a chi lo ascolta.

Ahmed, oggi, è uno dei gruppi più importanti dell’avanguardia jazz globale. Sama’a ne è la prova definitiva: un disco luminoso, feroce, attraversato da un’idea profonda del jazz come territorio espanso, come geografia spirituale, come corpo in movimento. E se, come si vocifera, il loro tributo a Monk arriverà davvero nel 2026, ci sarà da aspettarlo come si aspettano gli eventi significativi: sapendo che la storia di questa band potrebbe cambiare, di nuovo.

أحمد[Ahmed]:
Pat Thomas – piano
Seymour Wright – alto saxophone
Joel Grip – double bass
Antonin Gerbal – drums

Tracklist:
01. Ya Annas [Oh, People] (18:50)
02. Isma’a [Listen] (14:24)
03. El Haris [Anxious] (16:01)
04. Farah ‘Alaiyna [Joy Upon Us] (18:46)

Cover photo ‘Arteries, New York, 1964’ courtesy of the Estate of Evelyn Hofer.
Photo 1 © Lisa Grip

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