C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Non so se si possa definire un filone del cinema contemporaneo oppure si tratti solo di una coincidenza ma, da un po’ di tempo, escono nelle sale film con tematiche molto simili tra loro e ad accomunarli è spesso l’ambientazione orientale. La tematica del bel film Un inverno in Corea, del regista franco-coreano Koya Kamura, è la stessa, ma speculare, di Ritrovarsi a Tokyo di Guillaume Senez, uscito nelle sale qualche mese fa. In quel film, il protagonista è un uomo francese che, viveva anch’esso in oriente, a Tokyo per la precisione, ed è alla ricerca di un incontro con una figlia mai conosciuta, contro il volere della ex moglie. Qui, invece un disegnatore francese capita come ospite in una sorta di B&B, dove lavora una ragazza la cui madre incinta di lei, non ha mai conosciuto il padre francese. Le similitudini tra i due film sono evidenti anche se probabilmente casuali.

Quello che certamente non è casuale è l’interesse del mondo del cinema europeo per l’oriente. Non possiamo certo dimenticare lo straordinario A perfect Day di Wim Wenders (che non per nulla aveva Ozu nel suo Olimpo personale, oltre che un amore profondo per il Giappone). Ma torniamo, dopo la necessaria  digressione, a Sokcho, città portuale della Corea del Sud dove è ambientata la storia scarna, ma profonda di Soo, che come si diceva, di padre ignoto francese, si sente immediatamente attratta da Yan Kerrand, un introverso illustratore francese giunto nella città in cerca di ispirazione o forse anche di sé stesso. La ragazza che, forse non casualmente, in coincidenza dell’arrivo dell’uomo, pone fine alla sua relazione con un giovane attore e fotomodello, sembra anch’essa alla ricerca di una precisa identità o meglio alla ricerca di qualcosa che non si sa cosa sia, ma certamente a molto a che fare col senso di abbandono provato dalla madre poco prima della sua nascita.

Il film vive di silenzi, di solitudini, di paesaggi invernali e di cucina di pesce. Sì avete letto bene, la cucina tradizionale coreana (la mamma di Soo ha un banco del pesce al mercato), riveste un ruolo non secondario nella logica del film. Il pesce è la tradizione, il nutrimento ma anche un medium sociale: è al mercato del pesce che Soo guida Yan per una cena di pesce, è anche nella cucina della piccola pensione che la ragazza lavora ed è sempre nella cucina della madre che si svolgono i dialoghi cruciali del film. Infine è con un boeuf bourguignon che Soo cerca, se non proprio di sedurre, quantomeno di avvicinare a sé il tenebroso Yan Kerrand. Il francese misterioso però, dopo qualche tempo trascorso a Sokcho, decide di tornare in Francia e così, in un finale apparentemente poco risolto si chiude il film, delicato, intimo, riflessivo e che possiamo tranquillamente annoverare tra i film della stagione che è meglio vedere che perdere.

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