R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Furlan
Eric Bibb: sfida tradizione e modernità in un affascinante affresco sonoro
Eric Bibb, colto e raffinato blues troubadour nato a New York e residente a Helsinki, è cresciuto in una famiglia di musicisti e attivisti. Il padre Leon, cantante di musical attivo nella scena folk dei primi anni ’60, fu una figura chiave nel movimento per i diritti civili e marciò insieme a Martin Luther King; lo zio era nientedimeno che John Lewis, il pianista e compositore fondatore del Modern Jazz Quartet; il padrino l’attore e attivista Paul Robeson, mentre tra gli amici di famiglia spiccavano i nomi di Pete Seeger e Odetta. Si narra inoltre che l’undicenne Eric poté addirittura beneficiare dei consigli di un certo Bob Dylan riguardo la tecnica chitarristica. Cittadino del mondo per vocazione, da giovanissimo si trasferisce in Europa dove l’influenza della world music rafforza il suo interesse per la tradizione folk e blues afroamericana. Generalmente etichettato come bluesman, Bibb sfida i generi convenzionali, pur rimanendo ben radicato nelle sue radici musicali. Il suo stile unico e personale compendia uno squisito intreccio di contaminazioni che lo rendono moderno e accattivante. Cinquant’anni di carriera, più di quaranta album all’attivo e tre candidature ai Grammy Awards lo definiscono una delle voci più rilevanti dell’odierno panorama della roots music. Piace ricordare, tra le sue opere più recenti, l’eccellente In The Real World (2024), registrato nei Real World Studios di Peter Gabriel, l’altrettanto valido Ridin’ (2023), che gli è valsa la candidatura al Grammy come Best Traditional Blues Album, e Dear America (2021), candidato ai Blues Music Awards, album brillanti che veicolano il suo messaggio di pace e speranza con grazia e gentilezza.

One Mississippi è «un appello alla pace e all’unità in un mondo fortemente diviso», una raccolta di canzoni che trae spunto da avvenimenti non ancora risolti e superati della storia passata ma non così lontana degli Stati Uniti e dal clima di tensione che serpeggia ovunque in questi anni turbolenti. La title track, cover del brano scritto dall’amica di scuola Janis Ian (attiva nella scena folk dalla metà degli anni 60) insieme a Fred Koller, introduce i temi e le atmosfere del disco: «cantare un Mississippi è un lungo periodo, andato in un batter d’occhio, due Mississippi sono una vita, gli anni passano Mississippi». Un dipinto ambientato nel cuore del Dixie che racconta storie brutali e romantiche, di un povero ragazzo con le catene ai piedi, del dolciastro profumo di magnolia, delle acque fangose del fiume, di una piccola croce sul fianco della collina e di un cartello che dice “Gesù ti salverà”. Crossroads Marilyn Monroe è il doloroso racconto dell’assassinio per motivi razziali di Emmett Till, un ragazzino ingiustamente accusato di molestie sessuali, argomento già affrontato in Emmett’s Ghost (tratto da Dear America). È ben noto che anche Bob Dylan si occupò di questa tragica vicenda. Alla fine del linciaggio il corpo del povero Emmett verrà gettato nel fiume Tallahatchie, lo stesso nel quale si suicidò, gettandosi da un ponte, il protagonista della famosa Ode To Billie Joe di Bobby Gentry. Storie del sud che feriscono il cuore. Go Down Ol’ Hannah rielabora un tradional la cui versione più famosa è quella di Lead Belly. Ol’ Hannah è il nomignolo dato al sole cocente del Texas dai detenuti del penitenziario di Sugar Land, vicino a Houston. «Cala vecchio Hannah e non alzarti più. E se ti alzi domattina, dai fuoco al mondo». Il retaggio degli afroamericani è un penoso e crudele cammino, irto di ostacoli, lutti e battaglie. Lo sa bene Eric Bibb che, prendendo atto di tutto ciò, vuole lasciare un messaggio di speranza e riscatto. La magnifica ballata New Window prospetta un mondo nuovo, unito dalla forza dell’amore, libero da odio e divisioni. If You’re Free e Waiting On The Sun continuano nell’esortazione a non smettere di cercare un cambiamento quanto mai necessario.
One Mississippi è una gradevolissima miscela di blues classico e Americana, soul contemporaneo e piacevole groove (This One Don’t, uscita come singolo), coloriture gospel (Go Down Ol’ Hannaha) e ritmi serrati (Didn’t I Keep Runnin’). Sprigiona buone vibrazioni e invita a lasciarsi andare perché come disse Alice Walker: «tempi duri richiedono brani furiosi». Un affascinante affresco sonoro che si avvale di un’eccellente registrazione effettuata negli studi della Repute Records a Uppsala in Svezia, prodotto e arrangiato dal multistrumentista britannico Glen Scott (patron dell’etichetta). L’estrema cura dei particolari e qualche piccolo azzardo proiettano la visione di Bibb verso il futuro dimostrando che è possibile innovare spingendo il blues oltre quei confini difesi a spada tratta dai puristi. Un lavoro perfettamente riuscito anche grazie agli ottimi musicisti convolti quali Robbie McIntosh (Paul McCartney, Pretenders, John Mayer, Norah Jones) a chitarra elettrica, dobro, resonator e slide, Paul Jones (Manfred Mann, The Blues Band) all’armonica, Esbjörn Hazelius al violino, Sven Lindvall alla tuba e le voci di Sara Bergkvist Scott e Shaneeka Simon ai cori.
Il pensiero musicale di Eric Bibb si sviluppa in One Mississippi con classe, eleganza e raffinatezza, dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, che il blues è materia viva e pulsante, soprattutto quando ad interpretarlo è un autore di questo calibro.
Tracklist:
- One Mississippi
- Muddy Waters
- This One Don’t
- Didn’t I Keep Runnin’
- Go Down Ol’ Hannah
- It’s A Good Life
- No Clothes On
- Crossroads Marilyn Monroe
- New Window
- If You’re Free
- Change
- Waiting On The Sun
- Show Your Love
- We Got To Find A Way
Photo by Jan Malmström






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