R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
L’ascolto comincia da uno scarto percettivo. Non tanto ciò che si sente, ma il modo in cui lo si sente: una linea che sembra stabile e invece slitta, un ritmo che pare regolare e intanto si deforma. Focus Out di Jon Irabagon si colloca esattamente in questo spazio, dove l’orecchio è chiamato a rimettere in discussione le proprie abitudini. L’idea generativa, in apparenza laterale, nasce dall’incontro con le illusioni ottiche dello psicologo della percezione Akiyoshi Kitaoka: figure statiche che sembrano muoversi, vibrare, cambiare posizione sotto lo sguardo. Irabagon traduce questa vertigine visiva in linguaggio sonoro senza mai cadere nella descrizione illustrativa, facendo dell’illusione una vera grammatica compositiva.

Ne deriva una musica che lavora sul margine percettivo: ciò che appare saldo si incrina, ciò che sembra irregolare trova una propria coerenza interna. Non è una complessità ostentata, piuttosto una tensione continua tra equilibrio e slittamento.
Il quartetto attivo dal 2019, con Matt Mitchell, Chris Lightcap e Dan Weiss, costituisce il nucleo di questo album. L’intesa raggiunta consente a Irabagon di spingere la scrittura verso territori più esposti, contando su una risposta collettiva immediata e flessibile. Fin dall’apertura di Morning Star, le linee si inseguono e si deformano come riflessi su una superficie instabile. Il Fender Rhodes di Mitchell introduce una qualità timbrica ambigua, sospesa tra calore e durezza metallica, mentre la batteria di Weiss lavora per sottrazione, suggerendo traiettorie più che scandire accenti.
La title track porta questo principio a un livello ulteriore: la metrica si espande quasi impercettibilmente, aggiungendo un battito a ogni ciclo. Il cambiamento si avverte prima di essere compreso, proprio come accade davanti a un’illusione ben costruita. L’ingresso di Kokayi, improvvisatore vocale con radici nel rap e nella spoken word, in brani come Paper Planes e Indigo Stains introduce un diverso grado di instabilità. La voce non si sovrappone, ma si inserisce come un altro strumento a fiato, agendo dall’interno del tessuto ritmico. Nel primo brano affiora una leggerezza quasi festosa, attraversata da una sottile irregolarità; nel secondo la parola si frammenta, si ritrae per poi tornare a incidere il tempo con accenti che sfiorano l’imitazione del sax contralto. È uno dei punti più convincenti del disco: l’ospite non appare come un ornamento, ma come un elemento strutturale.
In Evening Star l’organico si allarga, evocando la lezione di Ascension di John Coltrane senza mai trasformarla in citazione. Due tenori, tromba e chitarra entrano in un campo già densissimo, generando una turbolenza collettiva che resta sorprendentemente leggibile. Il quartetto di base continua a funzionare come impalcatura, mantenendo equilibrio e direzione. Qui emerge con chiarezza la qualità architettonica della scrittura di Irabagon: la capacità di tenere insieme accumulo e chiarezza, energia e controllo, senza che uno annulli l’altro.

Dopo questa tensione, Prayer (for Reomi) introduce una sospensione che non coincide con una semplice tregua. Il duetto di Irabagon con Mitchell, dedicato alla figlia, lavora su una cantabilità trattenuta, continuamente attraversata da movimenti armonici che impediscono ogni abbandono lirico. È un momento rivelatore, perché espone il lato più intimo del progetto senza uscire dalla sua logica.
Focus Out non offre accessi immediati. Richiede attenzione, disponibilità, una certa disciplina dell’ascolto. In cambio restituisce una forma di chiarezza progressiva, come se la struttura del disco si rivelasse poco alla volta, senza mai esaurirsi. In filigrana si avverte una tensione biografica, la paternità, la necessità di conciliare tempi e responsabilità diverse, che trova nella musica una traduzione non narrativa ma strutturale: un equilibrio sempre mobile, mai definitivamente acquisito.
Irabagon conferma di appartenere a quella ristretta cerchia di musicisti in cui composizione e improvvisazione tendono a coincidere fino a diventare indistinguibili. Qui questo processo raggiunge una particolare nitidezza: non si tratta di suonare idee complesse, ma di organizzarle in una visione coerente. Ascoltare Focus Out equivale a osservare una figura che sembra muoversi senza muoversi. All’inizio disorienta, poi lentamente si chiarisce. E quando accade, ci si accorge che il movimento era presente fin dall’inizio, inscritto nella materia stessa del suono.
Tracklist:
01. Morning Star
02. Focus Out
03. Paper Planes
04. Evening Star
05. Indigo Stains
06. Prayer (for Reomi)
07. Center Post
Jon Irabagon | sax alto
Matt Mitchell | piano, Fender Rhodes
Chris Lighicad | basso elettrico
Dan Weiss | batteria
with
KOKAYI | voce (3,5)
Dave Ballou | tromba (3,4)
Miles Okazaki | chitarra (3,4)
Donny McCaslin | sax tenore (4)
Mark Shim | sax tenore (4)
Cover image: RNA Fragments 2 © Akiyoshi Kitaoka




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