C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Se devo pensare ad un film i cui protagonisti sono un gruppo di pazzi in libera uscita non posso non ricordare il leggendario Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976) diretto da Milos Forman, nell’altrettanta leggendaria interpretazione di Jack Nicholson. È quindi con un certo imbarazzo mentale che oggi, guardando The last vicking di Anders Thomas Jensen, mi è venuto in mente questo paragone dove, tuttavia, le similitudini sono solo apparenti. Come nel film di Forman, anche in The last vicking (titolo originale di gran lunga preferibile alla traduzione italiana) i folli hanno una loro saggezza, altra rispetto alla cosiddetta normalità, tuttavia è subito chiaro che il film di Jensen è quasi una fiaba nera che non ha nulla a che vedere con l’impegno sociale (e anche politico) del film di Milos Forman. Se fossi a caccia di definizioni di comodo potrei dire che The last vicking ha un costrutto visivo e contenutistico che fonde in sé una materia che sta appunto tra Qualcuno volò sul nido del cuculo e Pulp Fiction, mostrando anche qualche spunto alla Tim Burton.

Dopo aver rapinato una banca, essere stato catturato e aver successivamente scontato la pena di quindici anni di carcere Anker, appena uscito di prigione, cerca di recuperare il bottino, affidato al fratello Manfred e da questi nascosto nei pressi della vecchia casa di campagna di famiglia, persa in una cupa foresta nordica. Manfred però soffre di un forte disturbo psichico che da bambino lo induceva ad indossare i panni di un vichingo, ma che poi da adulto lo ha portato ad identificarsi con John Lennon. Quindi Anker e Manfred/John partono per un viaggio on the road in cerca dei soldi scomparsi e, al contempo, provando a riparare il loro rapporto difficile e caratterizzato da silenzi e distanze. Quale occasione migliore per consentire ad uno psichiatra pazzoide (che poi si rivelerà non essere un vero psichiatra) e altri due folli di tentare, sulla base di psicopatologie piuttosto disturbanti, di rimettere insieme il quartetto di Liverpool? Alla strampalata vicenda si devono aggiungere l’ex complice di Anker, che gli vuole sottrarre parte del bottino nascosto, ed una coppia eccentricamente sbalestrata, che nel frattempo è andata ad abitare nella misteriosa e spettrale casa di famiglia, ed il gioco è fatto, anzi “strafatto”.

Sì, perché, se a tratti la vicenda regala qualche sequenza divertente e bizzarra, il blood splash cinematografico fatto di dita tagliate, crani fracassati, nasi e occhi tumefatti, finisce con indirizzare il film su dei binari, che non si comprende bene dove portino o almeno vorrebbero portare. Anker ritroverà i suoi bramati soldi e ritroverà anche un rapporto col fratello Manfred/John, il bambino vichingo che fu terribilmente segnato dal rapporto con un padre-padrone opprimente e violento. Almeno questo mi vien da pensare mentre scrivo, ma senza rileggere, altrimenti scriverei qualcos’altro. E questo potrebbe essere per me un buon segno, prova della mia elasticità mentale, ma non per il film che sembra proprio essere, quel che si definisce, né carne, né pesce…




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