C I N E M A


Articolo di Daniela Pontello

Corpi che si piegano, si spezzano, si isolano. Corpi che nessuno vuole incontrare con lo sguardo. Sono forme che custodiscono il dolore e lo mantengono vivo, come una brace che non si spegne. I corpi deformi, i corpi soli, i corpi disturbanti ci costringono a fare i conti con ciò che rimuoviamo: i nostri tabù, ciò che espelliamo per costruire la nostra identità, ciò che nasce dal corpo e che preferiamo non guardare. È un nudo che non seduce, che mostra la fragilità, lo scarto, l’imperfezione che ci turba. Davanti a questi corpi lo specchio si incrina e rivela un lato oscuro, estraneo, una verità che preme per emergere. “Io non sono stato visto, e per essere visto dipingo”: un gesto che diventa sopravvivenza. Il percorso è già tracciato, la giovinezza è alle spalle, e ciò che ci attende ha il colore denso del nero futuro.

In questo orizzonte si colloca un momento decisivo del film: il 1910, l’anno in cui lo stile di Schiele si definisce in tutta la sua radicalità. È l’anno in cui la Cometa di Halley attraversa il cielo, una scia luminosa che collega latitudini lontane e ridisegna il senso stesso del tempo. Sotto quel cielo possiamo immaginare Egon che cammina per le strade di Praga accanto a Franz Kafka, figura che ritorna nel docufilm come un’eco necessaria. Non sappiamo se i due si siano mai incontrati, ma le loro traiettorie — allora come oggi — si sfiorano e si rispecchiano: il tempo onirico, il disagio che non smette di provocare, la percezione di un mondo che si deforma. I corpi contorti di Schiele disturbano come disturbano le metamorfosi kafkiane: entrambi aprono varchi nel reale, entrambi mostrano ciò che non vogliamo vedere.

In quella Vienna era proprio il tempo a cambiare forma: non più lineare, non più rassicurante, ma condensato, affettivo, “fatale”, come le ore stellari di cui parlava Stefan Zweig, in cui nascita e morte si intrecciano senza possibilità di separazione. Tutti respiravano il presagio di una fine imminente. E nel 1918, quando Schiele muore insieme a Gustav Klimt e a molti protagonisti della Vienna d’oro, crolla anche l’Impero austro-ungarico mentre nasce la Cecoslovacchia. Un mondo si chiude, un altro si apre, ma entrambi portano il segno di quella frattura.

La storia di Schiele si interrompe qui, mentre quella di Kafka continua. Ma soprattutto è il nostro mondo che, da quel punto, prende avvio: l’eterno ritorno, l’ossessione per la morte, l’autoanalisi compulsiva, il sentirsi inadeguati e allo stesso tempo esposti, quasi sfacciatamente vivi. Tutto questo rende Schiele un artista così contemporaneo da risultare ancora oggi urticante. Le sue figure ci obbligano a confrontarci con ciò che continuiamo a rimuovere: i tabù di allora e quelli di adesso, che non sono poi così diversi.

E poi c’è Krumau, città che alterna curve morbide e linee taglienti: il fiume Moldava che avvolge il centro come un abbraccio che stringe, e le case medievali che si innalzano con spigoli duri, le strade che si attorcigliano come pensieri non risolti. È un luogo che sembra incarnare una maternità ambivalente, simile a quella che attraversa l’opera di Schiele: un richiamo all’origine, al desiderio inconscio di tornare al punto da cui tutto si è generato, alla matrice da cui dipende l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Il rapporto di Egon con la madre Marie era segnato da freddezza e conflitto, una ferita che ritorna nei suoi corpi scarnificati. Anche la relazione con Edith Harms, sposata nel 1915 dopo l’abbandono di Wally, fu attraversata da solitudine e distanza. L’unico legame davvero profondo, quasi viscerale, rimase quello con la sorella Gerti, figura centrale e ancora oggi in parte da decifrare, mentre nuovi dati biografici emergono e ridisegnano la sua presenza nella vita dell’artista.

In questo contesto torna nelle sale italiane “Nexo Studios – La Grande Arte al Cinema”. Il 20, 21 e 22 aprile arriva TABÙ. EGON SCHIELE, prodotto da 3D Produzioni e Nexo Studios, diretto da Michele Mally, autore del soggetto e della sceneggiatura insieme ad Arianna Marelli.

A guidare gli spettatori sulle tracce dell’artista è Erika Carletto, attrice esordiente capace, con il suo canto, di evocare le atmosfere di Vienna e Praga tra Otto e Novecento. Città che, attraverso materiali d’archivio, tornano a pulsare come centri delle rivoluzioni e delle contraddizioni che ancora definiscono la nostra contemporaneità.

La colonna sonora, intensa e profondamente emotiva, porta la firma della violinista Laura Masotto e sarà disponibile in digitale per Nexo Digital.

L’elenco completo delle sale è consultabile su nexostudios.it

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