S T O R I E
Articolo e fotografie di Rossana Ghigo
La tradizione dei Cantauova della Val Bormida, e in particolare nei paesi di Dego e Rocchetta Cairo, rappresenta una delle espressioni più autentiche della cultura contadina dell’Italia nord-occidentale, un rito antico che continua a vivere attraversando i secoli e adattandosi ai cambiamenti della società. Non è soltanto un canto legato alla Pasqua, ma un momento profondamente radicato nella cultura rurale, nato in un’epoca in cui la vita delle comunità dipendeva strettamente dai cicli della natura e dalla solidarietà tra le persone.
Nelle campagne della Val Bormida, così come in gran parte dell’Italia settentrionale, la fine dell’inverno segnava un passaggio delicato e fondamentale. La primavera rappresentava la rinascita della terra, ma anche una speranza carica di incertezze: da essa dipendevano i raccolti, e quindi il futuro delle famiglie. In questo contesto si svilupparono riti propiziatori legati alla fertilità, e tra questi il canto delle uova assunse un ruolo centrale. L’uovo, simbolo universale di vita e rinnovamento, divenne il cuore di una pratica collettiva che univa richiesta, augurio e benedizione.

I Cantauova erano gruppi di cantori che, nelle settimane precedenti la Pasqua, si muovevano di sera lungo le strade di campagna, passando di cascina in cascina e di borgo in borgo. Bussavano alle porte e, una volta accolti, intonavano canti tramandati oralmente, spesso in dialetto, con melodie ripetitive e facilmente riconoscibili. Le famiglie ascoltavano e offrivano uova, vino o altri prodotti, in uno scambio che rafforzava i legami comunitari e rompeva l’isolamento tipico della vita rurale.
Uno dei testi più noti recita:
«Bona sera a sti signori
che stuma a canté l’öve
se non ce le volete dare
noi ve le veniamo a rubare
e se l’öve non le avete
dateci un po’ di vin bon
che lo beremo in compagnia
alla vostra sanità».
Accanto a questo, esiste un altro canto molto diffuso, che inizia con le parole:
«Giunti che siamo nella vostra casa
padroni nostri non vi dispiaccia
siamo venuti a cantar le uova
se ce le date ve ne rendiam grazia.
E se le uova non le volete dare
un buon bicchiere non ce lo negate,
e se neppure quello ci darete
noi alle galline verremo a cantare».
In questi versi si ritrova tutta la natura del rito: il rispetto verso chi accoglie, la richiesta rituale, l’ironia e quel tono leggero che trasformava la questua in un momento di festa condivisa.

Nelle campagne di un tempo il passaggio dei Cantauova era atteso con partecipazione: le famiglie si preparavano, i bambini osservavano incuriositi, gli anziani riconoscevano i canti e li accompagnavano. Per una sera, la distanza tra le case si annullava e la comunità tornava a sentirsi unita. A Dego la tradizione ha mantenuto una continuità particolarmente forte, con gruppi organizzati che percorrono il territorio per molte sere consecutive, fermandosi solo nei giorni più solenni della Settimana Santa. A Rocchetta Cairo il rito conserva lo stesso spirito, con una partecipazione intensa e un forte legame con la solidarietà: le offerte raccolte oggi non sono più soltanto uova, ma contributi destinati alla comunità, segno di come la tradizione abbia saputo evolversi senza perdere la propria identità. Oggi, accanto agli adulti e agli anziani, partecipano numerosi anche i bambini, che seguono i cantori, imparano i testi e prendono parte attiva alle serate: è proprio grazie a loro che questa usanza continua a essere trasmessa e a rinnovarsi, garantendo un futuro a un patrimonio che altrimenti rischierebbe di scomparire.

Accanto a questo coinvolgimento delle nuove generazioni, è significativo anche il fatto che alcuni partecipanti abbiano scelto di mantenere elementi dell’abbigliamento tradizionale, come i vecchi tabarri, pesanti mantelli un tempo usati nelle campagne per proteggersi dal freddo e dall’umidità. La presenza di questi indumenti contribuisce a creare un’atmosfera ancora più suggestiva, quasi fuori dal tempo, e testimonia il desiderio diffuso di perpetuare il rituale nella maniera più fedele possibile al passato. Non si tratta di una semplice rievocazione scenografica, ma di una scelta consapevole, che nasce dalla fascinazione per un mondo antico e dalla volontà di conservarne gesti, suoni e immagini.
Questa usanza non è però limitata alla Val Bormida. Nel basso Piemonte, in particolare nelle Langhe e nell’Astigiano, esistono tradizioni molto simili, conosciute spesso come Canté j’euv. Anche qui gruppi di cantori giravano per le cascine nelle settimane prima di Pasqua, intonando canti analoghi e ricevendo uova in dono. Le varianti locali dei testi e delle melodie testimoniano la ricchezza di una tradizione diffusa su un territorio ampio ma culturalmente omogeneo, dove il mondo contadino condivideva valori, ritmi e simboli. Nelle Langhe, tra colline e vigneti, il rito assumeva spesso un carattere ancora più itinerante, con lunghi percorsi tra cascine isolate, mentre nell’astigiano era profondamente legato alla dimensione familiare e alla convivialità. In queste stesse zone sopravvivono anche altre tradizioni popolari che raccontano il mondo contadino di un tempo. Le veglie serali nelle stalle durante l’inverno, quando ci si riuniva per raccontare storie e lavorare insieme, le feste patronali con processioni e momenti conviviali, i falò di fine inverno accesi come rito di passaggio verso la primavera, o ancora le antiche fiere agricole, rappresentavano occasioni fondamentali di incontro e condivisione. Tutte queste pratiche avevano un valore che andava oltre il semplice evento: servivano a rafforzare il senso di comunità e a trasmettere conoscenze, tradizioni e identità.

In questo quadro si inserisce anche il fascino del vecchio borgo di Ferrania, dove sono state scattate le fotografie di una serata dei Cantauova. Il nucleo antico del paese, con le sue case in pietra, i portali consumati dal tempo e le strette viuzze che si snodano tra archi e piccoli cortili, offre uno scenario particolarmente suggestivo. Quando cala la sera e le luci diventano soffuse, il borgo sembra trasformarsi: le voci dei cantori si diffondono tra i muri, rimbalzano sulle pietre e creano un’eco naturale che amplifica il canto, mentre dalle case le persone si affacciano, ascoltano, partecipano. In quel momento Ferrania diventa parte integrante del rito, un luogo in cui il passato non è solo ricordato, ma vissuto.
Oggi, ciò che rende ancora più significativa questa tradizione è il fatto che non si limita a sopravvivere come pratica popolare, ma è diventata anche oggetto di studio. Alcuni giovani della valle hanno scelto di dedicare la propria tesi di laurea proprio alla storia e alle tradizioni dei Cantauova, raccogliendo testimonianze orali, trascrivendo i testi dei canti e analizzandone il significato antropologico. Questo interesse dimostra come il canto delle uova non sia percepito soltanto come folklore, ma come un patrimonio culturale vivo, capace di raccontare un intero modo di vivere e di pensare.
In questo intreccio tra memoria e presente, tra ricerca e partecipazione, i Cantauova continuano a risuonare ogni primavera tra le colline della Val Bormida e del basso Piemonte. Le voci che attraversano la notte portano con sé l’eco di un mondo contadino fatto di fatica e condivisione, ma anche la prova che certe tradizioni, quando sono radicate nella comunità, non scompaiono: si trasformano, si rinnovano e continuano a dare senso al presente.





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