R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
In compagnia della parigina Gabi Hartmann e del suo La Femme Aux Yeux de Sel (Le Long Voyage) – il secondo album dopo l’esordio omonimo del 2023 – ci caliamo all’interno di un’opera ardita e colorata di nostalgia che sembra muoversi ai margini del tempo, decisamente lontano dalle traiettorie musicali a cui siamo più abituati. Parlando tre lingue differenti – francese, inglese e spagnolo – La Donna dagli Occhi di Sale con il suo corteo di danseurs, nonostante gli accenni alle lacrime, si insinua con la leggerezza di un sogno gioioso tra pop, chanson, suggestioni afro-latine e una spolverata di jazz, sostenendo un immaginario cinematografico che srotola i suoi fotogrammi tra le sparse pagine della nostra memoria musicale. L’album si presenta come un meraviglioso mezzo narrativo stratificato, costruito su una tripartizione di capitoli che raccontano la storia di Salinda, una ragazzina che crescendo lascia la sua isola natia prendendo coscienza del Mondo e del lato ambivalente dell’esistenza. Salinda stessa, una sorta di alter ego della Hartmann, funge quindi da asse simbolico come un autentico personaggio letterario in un racconto d’iniziazione.

Ciò che emerge è soprattutto un viaggio nel tempo e nel gioco illusorio della vita, evidenziandone vulnerabilità, sorrisi agri, spensieratezze, dolori e conseguenti lacrime salate. L’Autrice esplora quindi un universo che sembra nascere dalla ferita della crescita, un viaggio sonoro che è insieme fiaba e disillusione, quando s’impara sulla propria pelle che tutto ha un prezzo e quanto la felicità sia un sentimento sfuggente. Hartmann si conferma capace di cucire insieme influenze dichiarate che vanno da Mercedes Sosa a Miriam Makeba, da Serge Gainsbourg a Norah Jones – quest’ultima molto presente – senza mai perdere un personale centro emotivo riconoscibile. Questi riferimenti vengono trattati come reliquie di bellezza, frammenti di un’estetica del passato che Hartmann rielabora in chiave contemporanea. L’ascolto restituisce un orizzonte vago e sfumato di lontananze, in cui le coordinate stilistiche vengono continuamente ridefinite per lenta sedimentazione, come se ogni brano appartenesse a un regno del ricordo fatto di echi, citazioni e rimandi. Ci sono momenti che sembrano evocare ballate nostalgiche, giri di danza al sole dell’estate sospesi tra rimembranza e desiderio, e altri che esplodono in una sensazione di malinconico, sotterraneo stupore, dove strumenti vellutati e sinuosi si rincorrono senza impantanarsi nella palude della maniera. La voce della Hartmann è un fascio di fuggevoli emozioni ondivaghe, suggerendo immagini che pescano ne La Madrague della Bardot, o nei toni velati della Hardy, insomma setacciando un immaginario generico in cui i percorsi s’intrecciano fino a dissolversi, accavallandosi uno sull’altro. Hartmann cerca il calore perfetto degli anni ’60 e ’70 in una mappa emotiva disegnata a mano libera dove gli arrangiamenti, raffinati e controllati, portano l’impronta di collaborazioni importanti, ad esempio con Jesse Harris, l’autore di Don’t Know Why di Norah Jones – ma anche con il cantante-musicista coreano Oan Kim e il produttore e sassofonista Laurent Bardainne – diffondendo un profumo fresco e floreale, tra l’altro attento a non sfociare nel sentimentalismo. Il risultato può ben definirsi taumaturgico, un’esplorazione spiraliforme all’interno del rimosso, una musica capace di cucire le ferite, soprattutto quelle che nessuno vede. Per citare tutti i musicisti che collaborano a quest’album ci sarebbe bisogno almeno di un piccolo elenco telefonico, comunque proverò a riassumere. Oltre al canto e talora alla chitarra dell’Autrice troviamo Oan Kim e Laurent Bardainne al sax, Robby Marshall e Naissam Jalal al flauto, Sylvain Daniel, James Buckley, Jerome Arrighi ed Elaine Beaumont al basso, Arnaud Rolin, Danae Greenfield, Frank LoCastro e Florian Robin al pianoforte e alle tastiere, David Aknin, Arthur Alard e Jeremy Gustin alla batteria, Fabe Beaurel Bambi, Kayode Encarnacao, Mauro Refosco e Bruno Marmey alle percussioni, Abdoulaye Kouyate, Jesse Harris, Will Graefe, Martina Liviero, Ignacio Maria Gomez, Lewis Lazar e Louis Matute alla chitarra, Erik Truffaz alla tromba, Ludwig Nestor, Ariane Bajard Behr, Eda Diaz, Julia Johansen, Christopher Willatt e Carine Oumouchi alle voci corali, Tatiana Glava, Almada Maria Belen, Brenda Zimmermann, Galadrierre Verchére e Jorge Bergero agli archi. Spero di non aver trascurato nessuno.
Ed è proprio con Selinda, la Fille Aux Yeux de Sel, che si apre l’album a ritmo di rumba e da cui ricaviamo le informazioni-guida per questo concept, a precedere l’apertura del primo capitolo della narrazione. Il rumore della risacca marina ci porta tra i tropici e le percussioni coi suoni melliflui del sax di Oan Kim e l’accompagnamento vivace ma non tracimante di Roulin al pianoforte. Chissà se l’Autrice non sia stata influenzata, in questo brano, da un’altra rumba famosa, quella Des Iles di Jeanne Moreau del 1975. Un incipit migliore di questo non sarebbe stato possibile, nemmeno in nessun universo parallelo. Segue l’annuncio vocale della Hartmann che ci segnala il primo capitolo, A la Recherche du Secret Des Yeux, entrando nel letto fluviale de primo vero brano Love High, una ballata folk che sembra presa a prestito da una trama di Natalie Merchant. Il sassofonista Bardainne immette scintille jazzate mentre un coro discreto, unito alle note persistenti dell’organo, costruisce una trama tornita che regge elegantemente la melodia.

Sikolaiko è un’irresistibile calypso, cantato con la grazia di una ninfa adolescente, tra percussioni latine, la chitarra iconica di Kouyate, i flauti e il sax di Marshall. Notevole il coro ben sagomato che offre profondità all’orecchiabile linea melodica. Con Into My World la Hartmann si pone in una zona intermedia tra Norah Jones ed Eddie Brickell per mezzo di un brano soul-pop che s’appoggia, oltre che sul coro puntuale, anche sugli accordi caldi dell’organo di Robin. Ne risulta un brano estremamente piacevole, costruito con quella gioia di vivere comme il faut in un album come questo. Arriva Ton Mond Secret e con questo brano l’Autrice recupera le credenziali della classica canzone francese ma nonostante l’intensità interpretativa la qualità complessiva, fino ad ora molto alta, subisce una piccola deflessione. Una particolare forma di pop-blues come India Song risalta sia per il flauto che per l’intreccio delicato tra chitarra e pianoforte, con canti di uccelli in sottofondo. Da questo punto in poi inizia il capitolo secondo con L’oeil en Larmes, annunciato come sempre in questi casi dalla voce della Hartmann e dai rumori ligneo-acquosi di una barca in navigazione che fanno da quinta ad un breve inserimento di archi. Fool’s Paradise è un’accorata ballata dai toni amari dove ancora una volta i violini ed i cori sono la differenza. Però il colloquio in sordina tra le due chitarre, l’elettrica e l’acustica, contribuisce a costituirne la solida ossatura. Con Take a Swing at the Moon si resta in un’atmosfera sognante d’esotismi che evoca viaggi marinareschi, danze di baiadere, racconti un po’ misteriosi – questo per opera del theremin manovrato da Oan Kim – estratti da feulleiton d’altri tempi. Lo stesso brano viene presentato una seconda volta in una versione molto più asciutta giocata solamente tra la voce della Hartmann e la chitarra acustica di Harris. Fall Down suona un po’ come un’oscura ballad alla Nick Cave, arricchita però dagli interventi della tromba di Truffaz insieme al sax ed all’onnipresente coro. In Les Larmes d’un Temp Passè compare a dar man forte il gruppo franco-etiope Arat Kilo in una ballata molto evocativa e resa oltremodo interessante dalla presenza dei fiati, oltre che naturalmente dal coro. Fa capolino, però, alla lunga anche il rischio di una certa stucchevolezza. Arriva comunque La Pomena, uno dei pezzi forti dell’album, firmato dai compositori argentini Manuel J. Castilla e Gustavo Leguizamon. Reso in quest’ambito dalla sublime chitarra classica di Ignacio Maria Gomez e dagli interventi misurati degli archi diretti da Maycon Ananias, questo brano è una zamba, cioè una danza lenta a ritmo di valzer. La versione più iconica di Mercedes Sosa è ovviamente diversa, cantata a voce piena, mentre nella forma della Hartmann il canto s’increspa quel tanto che basta per accentuarne la sensualità. Melancolie prevede, in fase compositiva, lo zampino del pianista jazz Baptiste Trotignon. Ma il brano è, in ossequio al titolo, una ballata strisciante di rimpianti, introversa e delicatissima, con una chiara e lineare direzione melodica. Si arriva così al breve annuncio dell’ultimo capitolo, il terzo, Soigner par l’Océan. Quest’ultima parte si apre con Le Lever du Soleil che vede la partecipazione della flautista siriana Naissam Jalal, dove si mescolano alla musica frammenti di grida di cortei politici. Troppa roba in carico che risolve in un risultato inferiore alle aspettative. Natureza è il secondo brano cantato in spagnolo e composto da Roberto Moreno e Fernando Lorenalis. Nonostante il bellissimo coro accennato nei secondi iniziali il brano non riesce a decollare, questo nonostante l’impegno messo nell’arrangiamento, tra cordofoni e rumori di fondo. Lakutshon ‘Llanga (trad.=Quando il sole tramonta) porta la doppia firma di Miriam Makeba e del musicista sudafricano Mackay Davashe, ed è cantata in lingua Xhosa, a riprova dell’appassionato giro del mondo in musica della Hartmann. Per realizzare Drink the Ocean è stato chiesto l’aiuto della band parigina Oracle Sister che ha contribuito a rendere il brano ancor più aggraziato di quanto già non sia. La versione live dello stesso pezzo che segue immediatamente dopo, è forse più essenziale ed altrettanto deliziosa. Fin, ovviamente, chiude tutti i giochi, con una voce infantile che ripete le coordinate del titolo dell’album.
La Hartmann articola un paesaggio sonoro in cui la presunta linearità narrativa, addirittura la suddivisione in capitoli come in un romanzo, viene costantemente disattesa. Ogni brano agisce piuttosto come un punto di transizione tra coordinate temporali e stilistiche instabili. All’interno di questa struttura si realizza ad ogni modo un codice assoluto di piacevolezza, tale per cui l’album scorre con elevata densità emotiva, vibrante di un’indiscutibile bellezza. E forse nemmeno importa che il percorso di Salinda non giunga a una vera e propria risoluzione. L’alter ego dell’Autrice acquisisce comunque la consapevolezza di abitare un mondo che, anche se non si lascia possedere mai fino in fondo, può essere attraversato, a volte, con grazia e spirito d’avventura.
Tracklist:
01. Salinda, la fille aux yeux de sel [3:38]
02. À la recherche du secret des yeux [0:27]
03. Love High [4:21]
04. Sikolaiko [3:10]
05. Into My World [2:53]
06. Ton monde secret [3:57]
07. India Song [3:27]
08. Chaptire 2 – L’oeil en larmes [1:04]
09. Fool’s Paradise [3:52]
10. Take a Swing at the Moon [3:40]
11. Take a Swing at the Moon (Demo Version) [3:19]
12. Fall Down [4:11]
13. Les larmes d’un temps passé [5:18]
14. La Pomena [4:02]
15. Melancolie [4:26]
16. Chapitre 3 – Soigner par l’océan [0:15]
17. Le lever du soleil [5:56]
18. Natureza [3:52]
19. Lakutshon’ Ilanga [2:12]
20. Drink the Ocean [3:53]
21. Drink the Ocean (Live Version) [5:08]
22. Fin [0:39]
Foto 1 © Elsa Parra




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