L I V E – R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini
Mercoledi 1 Luglio all’Anfiteteatro Ernesto de Pascale delle Cascine di Firenze, ho assistito inaspettatamente ad un piccolo miracolo musicale. Appena giunti in loco per il concerto di Marco Castello & band, dopo pochi brani dall’inizio, si è scatenato un temporale estivo, scaricando in un tempo ristretto un’enorme quantità di acqua in grado di inondare interamente il palco e fare spegnere l’amplificazione, coprire gli strumenti e far sparire l’intera band composta da 4 fiati, tastiera, percussioni, basso, batteria e chitarra elettrica. La folla che ho visto accorrere nonostante le minacciose nubi nere sopra il parco, è composta da tante belle facce e giovani visi, accesi e trepidanti, i cui corpi al mio arrivo, hanno già stipato lo spazio sotto il palco e gran parte degli spalti. Luogo che non si rivelerà migliore architettura per l’evento a venire e con il quale il protagonista di questa serata, essendo siracusano di origine, vanta un affinità solenne ed ancestrale, in quanto la sua città accoglie il teatro greco più grande della Grecia Occidentale. Vi suonerà, come si legge, orgogliosamente per la prima volta il prossimo 27 Luglio.

Alle 9 spaccate sotto un cielo plumbeo, la band con Castello al centro, già rilegati sotto brutti gazebo e con gli strumenti coperti di stuoie, cominciano lo show. Lo scroscio violento di chili d’acqua non scompone di un centimetro il pubblico impavido, mentre io mi sono lanciata goffamente dentro una siepe cercando invano di ripararmi. Ricominciano lentamente, ovattati dall’aria densa ed umida i suoni dei fiati e della sezione ritmica per giocare con la sigla del novecentesco, blah blah blah, Maurizio Costanzo show, con cui Castello dà il primo sfoggio della sua calda voce che modula con abilità ammaliante. Il pubblico è già in adorazione, mentre il palco inondato d’acqua è ora spento ed irreversibilmente svuotato dei musicisti. Tranne che lui. Che con la tromba ci aveva accolto. Che con sagace ironia maledice, per usare un eufemismo, le divinità del cielo e rimane statuario con la chitarra acustica e il microfono, certo di non rimanere folgorato, gli confermano da bordo palco, rassicurando tutti e scusandosi del disagio e di non poterci con rammarico far ascoltare gli arrangiamenti e la cazzimma della sua band.
Attacca Luminarie, un singolo uscito nel 2021, penetrando l’aria bagnata e incantando lo spazio. Penserò da lì a poco che questo disagio naturale abbia creato una magia inaspettata che trascende nella voce che si fa più potente e risuona roteando nello spazio fin sopra gli spalti. La chitarra si fa più imponente per colmare l’improvvisa assenza di una folta orchestrazione. Incalza così una serie di canzoni che la sua mente veloce sceglie in risonanza con l’atmosfera intima che si è creata. Facendole emergere dalla memoria con grazia e animica restituzione. Mentre gli alberi da rossi diventano blu, alle sue spalle il palco sembra rimontarsi e ripopolarsi mentre la folla adorante canta strofe di Palla, canzone del suo album d’esordio Contenta tu del 2021, in cui Castello vi fa scivolare una celebre strofa “Siamo noi, siamo in tanti /Ci nascondiamo di notte /Per paura degli automobilisti, dei linotipisti /Siamo i gatti neri, siamo pessimisti
Siamo i cattivi pensieri /E non abbiamo da mangiare.” che tutto l’anfiteatro intona dolcemente.


È nota la sua criptica ironia ma mi colpisce di più la sua capacità di intrattenimento spontanea e carismatica, la naturalezza di modi e presenza nello spazio. Decisamente seducente il suo accento e il suo modo di incitare la folla con slang siciliano. Sulle note di Polifemo, traccia del suo secondo album Pezzi della sera uscito nel 2023 (ne avevamo scritto qui), osservo un anfiteatro acceso di pochissimi telefoni, quasi nessuno, ed intravedo i musicisti che fugaci provano a tornare. Ma poco dopo sono nuovamente spariti. Osservo questa loro ripetuta irresistibile tensione poi purtroppo disattesa. Rimarranno tutti a guardare ed ascoltare piuttosto ammirati il viscerale one-man show che, con grande disinvoltura e passione, Castello eseguirà per quasi due ore. Comunque pieno d’amore e dello stesso che il suo pubblico nutre per lui e per non averlo abbandonato. E ad ogni pezzo che suona vi carica ancor più anima musicale, Magna Grecia ed atmosfere e sonorità anni ’70, in cui ci riconosciamo e che fanno egualmente battere il cuore alla generazione nata negli anni Novanta, la stessa di Castello, quanto alla nostra che a quindici anni cresceva sia con il blues che con il rap partenopeo. Sonorità caratterizzate da un timbro finto falsetto che non può non ricordare il solo ed eterno Battisti. Chiudendo gli occhi, la mia memoria musicale e sonora potrebbe farlo arrivare dal nostro grande passato. E questo gli rende merito. Ed è lo specchio di come fa vibrare il cuore di una generazione che vedo intorno a me morire per la musicalità con cui fa suonare il suo strumento, cantare i bei testi che scrive e modulare la voce calda con vocalizzi degni dei grandi del passato, con anche un pizzico di colto non sense. Sento una vena blues mediterranea che accarezza da lontano la Napoli di Pino Daniele. E si può e si deve senza dubbio parlare di un Rinascimento musicale siciliano o di una new sicilian wave, in quanto l’isola negli ultimi anni sta producendo nuovi artisti di tutto rispetto dai più seminali Marti sui Tubi, a La rappresentante di Lista, Colapesce, Levante, Di Martino, Anna Castiglia, Giulia Mei fino a stelle come Matteo Mancuso, senza nominare Cafiso e Buzzurro nel jazz.
Suona poi Porci sempre dall’album Pezzi della Sera, altra traccia dalla matrice ironica ed intima che, nel gioco di rimandi epici e classici tipici dell’autore, ammicca anche ai “proci” omerici, i pretendenti di Penelope che banchettavano senza freni nell’Odissea. E prosegue con Marchesa, Porsi ed Editto del Sottoscoglio, pezzo tratto dall’ultimo album Quaglia Sovversiva uscito nel 2025 dal piglio politico e dedicato alla sua Sicilia che immagina liberata dalla base americana di Sigonella, dove esprime pienamente la sua abilità come chitarrista. Esegue poi due pezzi in dialetto siracusano Beddu e Avò, quest’ultimo un antica ninna nanna popolare siciliana, interpretata in passato anche da Rosa Balistreri, che accomuna i suoi tre dischi per la ricerca del rituale e del sacro, che Marco Castello definisce una “maniera umana di elevarsi”. In Copricolori e Dracme riesce con grande naturalezza a restituirne abilmente con la sola chitarra e la modulazione della voce la ritmica coinvolgente di due dei pezzi più groove del suo repertorio. Il pubblico è rimasto carico ed altamente esaltato per tutta la durata del concerto, in un crescendo. Intravedo pogare sulle rime di Empireo Risolti. Segue Pipì, i cui arrangiamenti del disco, particolarmente affascinanti, sembra sentirli, visto il reverbero che il pubblico fa risuonare per tutta l’arena.

Penso che si avvicini ad un cantautore dell’altro secolo cresciuto con la testa tra i libri, la poesia e la mitologia anche perché nella maggior parte dei sui testi vi è un solo interlocutore: una donna, il suo ideale in tutte le declinazioni immaginate e sognate. Credo che riesca a sublimarci, a farci desiderare di essere una di quelle incarnazioni o a farci rivivere di esserlo state almeno una volta e desiderare di essere una di loro.
E nella vita tua comando io
Perché sei costretta a me
Come una madre con il figlio
E in cambio della fede
Che si riporrebbe a un dio
Sacrifichi un pezzetto del tuo meglio
Ed ho l’irrefrenabile pulsione
Se la vedo camminare
Di tuffarmi con la faccia
Fra le cosce spalancate
Io muoio dalla voglia
Di incastrarmi con un nodo
E non liberarmi più….



Immagini sonore Ⓒ Andrea Mazzei





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