R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
La chitarra a doppio manico del giovane musicista iraniano Mahan Mirarab non è solo un simbolico reliquiario di tradizioni. È anche uno strumento capace di raccogliere parte di tutte quelle nostalgiche vaghezze che appartengono ad un’anima esule. Questo suo ultimo Unspoken, terzo lavoro ma il primo per la tedesca ACT, si avvicina all’ascoltatore con la grazia di chi parli una lingua non usuale, preferendo il sussurro all’enfasi e la profondità alla spettacolarizzazione. Dopo un tirocinio come musicista jazz-rock progressive nella capitale iraniana, vissuto quasi di nascosto perché a rischio di repressione da parte del regime, Mirarab si trasferisce a Vienna, città dove risiede tuttora. Egli porta quindi nella propria musica il segno di un’esistenza sospesa tra geografie differenti. La sua vicenda personale diventa così un rispecchiamento concreto di una condizione umana più universale, quella di chi attraversa frontiere culturali senza comunque rinunciare alle proprie radici. In questo senso, Unspoken non è soltanto una raccolta di composizioni, ma un luogo che solo l’Autore sa interpretare, una regione interiore nella quale ricordi, appartenenze e nuove prospettive convivono in un equilibrio delicatissimo.

Il suo strumento cordofono consente di muoversi con naturalezza tra inflessioni microtonali, fraseggi improvvisativi e suggestioni provenienti da tradizioni diverse, dando vita a un’estrema configurazione plastica del suono. Tutto questo grazie anche alla presenza, nella sua chitarra, di un doppio manico dove, accanto a quello usuale, se ne trova un secondo senza tasti, con la possibilità di esercitare un morbido bending sulle corde, rimandando a quella sensazione acustica tipicamente modale che ricorda le riverberazioni dell’oud. Le melodie sembrano così modellarsi continuamente, assumendo forme cangianti che sfuggono a qualsiasi rigida struttura. Viene facile andare col pensiero a musicisti come il tunisino Anouar Brahem o al libanese Rabih Abou-Khalil, anche se in questo contesto è l’Iran e non i paesi mediterranei a riaffiorare non solo come semplice riferimento geografico, ma anche come profondo legame emotivo ed estetico. Forse è proprio questo insieme di caratteristiche che riesce a far nascere in questa musica una trama variopinta di note intessute di magia, dove elementi colti, influssi popolari e sensibilità contemporanea convivono senza attriti. Accanto a Mirarab, il contributo di Lars Danielsson risulta determinante. Il contrabbasso dell’artista svedese e il violoncello di Kian Soltani non fungono da semplice accompagnamento ma costruiscono una dimensione parallela idonea al completamento formale delle composizioni. Le loro linee melodiche sembrano muoversi in quella lieve foschia dove cielo e terra si uniscono, creando profondità prospettiche e una tensione poetica costante. Anche gli interventi della splendida voce di Golnar Shahyar contribuiscono ad arricchire questo paesaggio sonoro dalle molte sfumature. Pur partendo spesso da una struttura tradizionale, i brani si sviluppano secondo logiche interiori che privilegiano l’intensità emotiva rispetto alla complessità costruttiva. Mirarab evita l’ostentazione tecnica essendo consapevole che ciò che conta è il peso specifico di ogni suo singolo gesto musicale. I silenzi assumono una funzione narrativa fondamentale e finiscono per suggerire ciò che non viene espresso apertamente. L’apparenza dell’insondabile attraversa così l’intero lavoro, conferendo alle composizioni una qualità contemplativa. Mirarab sembra interrogarsi sul rapporto tra materia e spirito, presenza e assenza, parola e indicibile. Non si tratta naturalmente di riferimenti espliciti, ma di una tensione speculativa che tende a trasformare il suono in esperienza meditativa. Nel profondo dei brani che compongono Unspoken si agita, invisibile ed ineffabile, un incessante movimento interiore. Le composizioni avanzano lentamente, come se custodissero una verità che non può essere raggiunta direttamente. Le pagine più intense sono circonfuse da ineffabili malinconie. Non si tratta di sentimentalismo, bensì di una consapevolezza matura della perdita e della distanza. È musica di suoni puri e malati di nostalgia, capace di evocare paesaggi della memoria senza necessariamente trasformarli in cartoline idealizzate. Da questo punto di vista, Mirarab non può essere semplicemente considerato come un eccentrico outsider. La sua arte dialoga con tradizioni molteplici ma lo fa senza artifici identitari o strategie esotizzanti. L’ascolto conduce progressivamente verso un orizzonte di speranze che non cancella il dolore, ma riesce a trasfigurarlo, per cui ogni brano sembra suggerire che la fragilità possa diventare una forma di resistenza e che la delicatezza si mostri con una forza spesso troppo sottovalutata.

First Idea è il primo brano dell’album, quello da cui probabilmente è iniziato il progetto di tutto questo lavoro. Mirarab, in perfetta solitudine, fa cantare letteralmente la sua chitarra bifida, riuscendo a rendere la similitudine con l’oud. Le corde vengono pizzicate con parsimonia, focalizzando l’attenzione sull’orecchiabilità dell’unica melodia ripetuta con poche ma suggestive varianti. Segue la title track Unspoken, eseguita quasi ancora in solitaria, dove lo stesso Mirarab s’impegna in un’efficace linea di corde basse come controcanto, mentre la forma espressiva porta con sé un inequivocabile, evocativo profumo medio-orientale. Credo che in questo brano vi siano a tratti delle sovraincisioni di chitarra dal minuto 01’25” fino a circa un quarto dalla conclusione del brano. A Way to Mourn vede la fattiva collaborazione di Danielsson in una traccia che presenta qualche casuale affinità melodica con il tema morriconiano di Love Theme da Nuovo Cinema Paradiso. L’anima sentimentale del tema è legato al ricordo della nonna, deceduta durante il periodo della registrazione dell’album. L’intenzione musicale si allontana un po’ dai climi medio-orientali per intraprendere una strada più jazzata, dove la chitarra dell’Autore, ben supportata dal solido Daniellsson, segue risoluzioni cromatiche caratterizzate da fremiti contemporanei. Hawari Funk prosegue a furor di pentatoniche cordofone e supporti vocali dello stesso Mirarab in una sorta di giocoso scambio ritmico tra strumenti e sonore espressioni labiali. Choopan 42 si avvale del supporto del violoncellista austriaco d’origini persiane Kian Soltani che agisce sia pizzicando le corde che misurandosi con l’archetto. L’andamento melodico sembra riprendere una linea più tradizionale, rigorosamente modale. Soltani e Mirarab si scambiano i ruoli solisti, anche proseguendo per brevi tratti all’unisono. In Banoo, l’Autore ripropone l’approccio strumentale nella maniera più tradizionale possibile, inserendo sincopi ritmiche all’interno del tema stesso. Con Lars in Isfahan ritorna il contrabbasso di Danielsson come co-protagonista, a cui il brano è dedicato. Un distillato melodico circolare, contrappuntato dalle robuste note del contrabbasso, spesso all’unisono con la chitarra, tende a ripetersi fino a sfociare in un assolo pacatamente ben condotto dallo stesso Autore. Sparkling Dark Gaze è una composizione della cantante e pianista iraniano-canadese Golnar Shahyar, ora residente a Vienna come Mirarab. La voce di quest’artista, potente e di elegante purezza, risulta essere l’asse portante attorno a cui la chitarra costruisce il proprio misurato accompagnamento, ben attenta a mantenere l’attenzione del brano focalizzata sul canto. Weissensee, il nome di un lago in Carinzia, ritrova il violoncello di Soltani che trascina l’armonia in fase tonale attraverso un tema melodico dal sapore mitteleuropeo. Mirarab tenta, per mezzo del suo assolo, di creare un ponte con l’assetto modale tradizionale, dove egli si sente probabilmente più a proprio agio. Però questo incontro tra forme armoniche differenti riesce ad essere egualmente seducente e a trasportare il clima in un territorio più insolito ma di elevato valore melodico. Pıçıldaşın Ləpələr è un brano del compositore dell’Azerbaijan Andrey Babaev. Qui Mirarab lo rende magnificamente col suono della sua chitarra, alterando il ritmo e rendendolo leggermente più lento, sottolineandone così i raffinati passaggi melodici. Si comprende, proprio nel cuore della traccia, come suono e silenzio vengano a compenetrarsi l’un l’altro a formare l’interezza di questa musica. Jiina è un pezzo struggente ma anche carico di una forma di rabbia repressa, ben rilevabile dallo sfregamento dell’archetto sul violoncello e dall’assolo nervoso di Mirarab sulle sue corde. In effetti il brano è dedicato alla memoria di Jiina Mahsa Amini morta probabilmente per le torture nel 2022, seguite al suo arresto per opera della polizia religiosa iraniana. In a Silent Way è una composizione di Joe Zawinul del 1969 che diede tra l’altro il titolo all’omonimo album di Miles Davis pubblicato nello stesso anno. Il brano conclude l’intero lavoro ed è proposto, a chiosa di tutto, in completa solitudine dalla chitarra di Mirarab.
Unspoken sembra sottrarsi alla facile categoria dell’ibridazione culturale e a quella altrettanto rischiosa della testimonianza autobiografica. Pur nascendo da una vicenda personale segnata dalla distanza e dal trasferimento, l’album evita di trasformare tali elementi in una narrativa programmatica, limitandosi sul confine di un indubbio sentimento nostalgico. Mirarab lascia che le diverse tradizioni sedimentino naturalmente all’interno di un linguaggio musicale, ormai da tempo assimilato anche in Occidente. La sintesi tra differenti eredità culturali non viene presentata come un obiettivo da raggiungere, ma come una condizione esistenziale data, un fatto accreditato della attuale sensibilità musicale contemporanea. In questo senso, Unspoken sembra appartenere a quella famiglia di opere che riescono a essere profondamente radicate ma al tempo stesso non tetragonamente localizzabili. La sua musica abita quindi quello spazio intermedio in cui memoria e presente, tradizione e reinvenzione cessano di essere termini contrapposti per fondersi in un insieme come appunto in questo album, dove il misurato spirito nordico incontra quello più tragicamente tribolato del popolo iraniano.
Tracklist:
01. First Idea (3:46)
02. Unspoken (3:54)
03. A Way to Mourn (4:07)
04. Hawari Funk (3:08)
05. Choopan 42 (3:53)
06. Banoo (2:39)
07. Lars in Isfahan (4:20)
08. Sparkling Dark Gaze (3:36)
09. Weissensee (3:13)
10. Pıçıldaşın, Ləpələr (4:20)
11. Jina (4:53)
12. In a Silent Way (1:51)
Foto © Victoria Nazarova





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