R O C K M E M O R I E S
Articolo di Sabrina Tolve
«Ma lui credeva nelle ferite e si sfiorava,
si toccava nel cuore con la mano nervosa
Guardando le nuvole correre via impazienti da lì
Da quel tetto sospeso sugli uomini… »
Ci sono persone che non incontri mai di persona, eppure finiscono per diventare parte della tua vita. Per me, Francesco Guccini è stato una di queste.
L’ho scoperto all’età di diciassette anni, la prima volta che ho ascoltato La Locomotiva. A quell’età ero inquieta e impaziente, cercavo risposte definitive e credevo che le rivoluzioni avessero ancora il potere di cambiare il mondo (spoiler: ci credo ancora). In quella canzone ho trovato la storia e ho trovato un linguaggio e un’educazione. Da allora, Guccini è diventato un punto di riferimento. Non solo politicamente, ma anche poeticamente. Mi ha insegnato che l’impegno senza bellezza diventa uno slogan, e che la poesia senza coscienza rischia di essere nient’altro che un esercizio di stile.

L’ho persino inserito nei miei esami di maturità, insieme a Pasolini. Mi è sembrato inevitabile metterli fianco a fianco – erano (e sono ancora) due modi di vivere e raccontare la lotta, due prospettive sul ’68. Pasolini, con la sua lucidità dolorosa e profetica, Guccini, con quella malinconia capace di trasformare la sconfitta in memoria e la memoria in dignità. Mi sembrava che nonostante dicessero cose diverse, in qualche modo dialogassero tra loro.
Francesco Guccini era molto più di un cantautore. Era uno dei grandi pensatori italiani, capace di rivolgersi a ogni tipo di persona – studenti, operai, insegnanti e chi ha grandi sogni – senza per questo semplificare eccessivamente le cose. Francesco Guccini non ha mai cercato scappatoie né ha cercato di farsi apprezzare rapidamente. Preferiva stimolare la riflessione piuttosto che fornire risposte facili.
Le sue canzoni parlano di tutto ciò che ci rende umani: la politica, l’amore, i ricordi, le delusioni, gli amici, l’invecchiamento, la vita in città, le serate al bar, la lettura, la montagna e la morte. Forse è per questo che ciò che diceva suona ancora vero oggi, anche se tutto intorno a noi sta cambiando.
Quando decise di smettere di esibirsi, lo fece in modo coerente con il modo in cui aveva vissuto la sua vita da musicista: non cercò di diventare una leggenda né di farsi acclamare un’ultima volta a tutti i costi. Ha continuato a scrivere, a raccontare storie e ad amare il luogo in cui viveva.
Sono passati ventitré anni dal mio esame di stato. Nel frattempo, le idee, le priorità e le persone sono cambiate eppure il mio amore per Guccini è rimasto lo stesso. Era una di quelle presenze silenziose a cui sai di poter ricorrere ogni volta che hai bisogno di mettere ordine nei tuoi pensieri. Ogni stagione della mia vita ha avuto la sua canzone. Ecco perché la sua morte mi spezza il cuore.
Da Guccini ho imparato che si può essere colti senza essere elitari, che le piccole cose sono le chiavi del mondo, che la nostalgia è un sentimento codardo se ci fa dimenticare che la vita va avanti, e che non è nei pensieri, ma altrove.
Per me se n’è andata una delle voci che più mi ha guidata crescendo – un uomo che mi ha insegnato a mettere in discussione le cose, a guardare la storia con gli occhi degli emarginati, a dire la bellezza dei posti dimenticati, a non vergognarmi della nostalgia e a diffidare delle certezze.
Farewell Francesco, sarai per sempre il folle e il saggio, l’uomo che ha speso ugualmente paura e coraggio – la paura e il coraggio di vivere, la paura e il coraggio di dire che hai sempre tentato. Hai sempre tentato.






Rispondi