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Big Monitors – Knots And Notes (Auand Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Potremmo definire Knots and Notes un esperimento, ma in fondo tutti i lavori musicali ed artistici, in senso lato, sono degli esperimenti, il cui esito positivo o negativo sarà disvelato, non solo e non tanto per il successo che il disco o il concerto avrà presso il pubblico, quanto per il tempo in cui sarà ricordato. Giancarlo Tossani, pianista, compositore e, se possiamo dirlo, sperimentatore sociologico-musicale con Auand Records, etichetta discografica che dell’esplorazione alla ricerca di nuovi talenti ha fatto la sua stessa ragione d’essere, hanno provato a riunire cinque musicisti di generazioni diverse attorno ad un nome importante del jazz, ovvero quello del grande contrabbassista free William Parker. Così Gabriele Mitelli (tromba, filicorno contralto, synth), Tobia “Bobby” Bondesan (sax alto), Michele Bondesan (contrabbasso), Andrea Grillini (batteria), Amanda Noelia Roberts (alla voce in due pezzi), si sono cimentati in questo “esperimento di laboratorio”.

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Ananasnna – Veloci come in 500 (Auand, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Questa è la storia di una volontaria e insolita sfida verso se stessi. Possono cinque musicisti che formano un ensemble alquanto asimmetrico – un basso, due sax e due batterie – trovarsi a suonare insieme per la prima volta componendo ed incidendo un disco con sole 48 ore a disposizione? Nonostante ci si chieda quale sia stata le necessità di una prova come questa, quel che ne risulta è comunque una singolare miscela di umori e ispirazioni dove il basso elettrico di Stefano Risso compie un mezzo miracolo. Legare insieme armonicamente due sassofoni e allo stesso tempo contenere la naturale esuberanza ritmica di due batterie non deve essere stato un compito facile. Ma conoscendo la fama eclettica di Risso, un “uomo dal multiforme ingegno“ per dirla come Omero, nulla può sembrare impossibile. Provenendo da influenze e collaborazioni in ambiti diversi, dalla musica al teatro, suonando con artisti di fatto appartenenti a dimensioni jazz, rock e della musica leggera, Stefano Risso ha evidentemente acquisito un’esperienza tale che si sente in grado di affrontare anche situazioni anomale come questa.

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Manlio Maresca – Noisy Games (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un ospite scomodo in questa musica. Un poltergeist imprevedibile che corre tra gli strumenti gettando un deciso, caotico scompiglio tra una ritmica fondamentalmente di matrice noise-rock e l’essenziale accoppiata di tromba e sax che invece ci rimanda dalle parti di certo jazz d’ispirazione free. Questo ospite tutt’altro che silenzioso è la chitarra di Manlio Maresca che più che un lavoro di cucitura tra le parti si organizza in una dinamica opposta, cioè gioca a slegare tutto quello che si può slegare, accentuando a volte quasi con maligna voluttà le distanze tra le economie e le direttive tra gli strumenti. Le note biografiche di Maresca ci raccontano di strette collaborazioni con Steve Albini, l’uomo che ha tratteggiato il profilo sonico di gruppi seminali americani come Pixies e Nirvana, e Steve Piccolo, bassista dei Lounge Lizards. Guarda caso due alfieri di due modalità espressive diverse che si sono sempre cercate, cadendo spesso l’una nell’orbita dell’altra.

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Matteo Bortone – No Land’s (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

È uscito di recente per l’etichetta Auand Records l’ultimo lavoro di Matteo Bortone, in sestetto, un gruppo originario, un “combo” trasformato poi, su sollecitazione di Enrico Bettinello, per la partecipazione ad alcuni festival, tra i quali NovaraJazz. Matteo Bortone è un bassista, compositore, jazzista e qualcos’altro. Ecco, il disco è confezionato proprio con un pizzico di jazz e molto di “qualcos’altro” ed in questo sta la sua originalità. Se devo essere sincero fino in fondo, e su queste pagine lo sono sempre stato, io continuo a preferire il jazz al “qualcos’altro”, perché ho sempre considerato il jazz un “qualcos’altro” di suo, senza bisogno eccessivo di sconfinamenti e, non tanto per le difficoltà classificatorie, ma solo perché il “qualcos’altro” mi sembra sempre un tributo da pagare per farsi accettare, anche al di fuori dell’ambito jazz, uno strizzare l’occhio alla musica “da consumare”, per parafrasare una nota teoria di Riccardo Bertoncelli.

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She’s Analog – What I Bring, What I Leave (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Nello scorso mese di settembre è arrivato sul mercato un oggettino sonoro di tutto riguardo confezionato da Stefano Calderano (chitarra, effetti), Luca Sguera (rhodes, prophet) e Giovanni Iacovella (batteria, live electronics). Il gruppo si chiama She’s Analog e il lavoro What I Bring, What I Live, prodotto da quella piccola ma inesauribile miniera di novità che è la Auand Records. Dopo aver rimosso il cellophane, quello della bella ed inquietante copertina che riproduce un’opera di Manuela Naddeo, comincerei a parlare dell’oggettino prendendo spunto da uno dei pezzi più minimali e, a mio modo di vedere, più originali del disco, Revolution.

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Samuele Strufaldi, Tommaso Rosati – Profondo (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Il tema del viaggio è certamente uno dei più utilizzati dalla musica di tutte le epoche, di tutte le latitudini e di tutti i generi. Spesso però il problema non è tanto il tema o la destinazione, ma il modo di trattarlo. Quello del compositore e pianista Samuele Strufaldi con Tommaso Rosati all’elettronica, è un viaggio nell’abisso. Devo ammettere che, per chi come me si impigrisce anche solo ad andare alla spiaggia, un viaggio negli abissi sarebbe non solo scarsamente desiderabile, ma del tutto inimmaginabile. Ma è per questo che ci sono gli artisti. E così sprofondato nel mio divano Frau, mi preparo all’immersione.

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PazzfortheJazz: Intervista ai fondatori del progetto musicale

I N T E R V I S T A


Articolo curato da James Cook

Vivendo praticamente immerso nella musica, succede spesso che mi appassioni a progetti ed idee sentendo il desiderio di approfondirle. Sempre più, negli ultimi anni, mi lascio ispirare dall’universo che ruota intorno al jazz, alla world music, alle mille influenze e contaminazioni che si interconnettono tra di loro in riferimento a questi mondi sonori. Tra i numerosi canali disponibili per trovare stimoli sempre nuovi, da qualche tempo mi capita di esplorare mixcloud. Proprio qui ho incontrato un progetto che mi ha colpito: Pazzforthejazz.
Ho scoperto che dietro a questo curioso moniker si celano due giovani catanzaresi: Sharon Esse e Matteo Caglioti (MTCGT). Mi sono messo in contattato con Sharon per rivolgerle alcune domande alla vigilia di una interessante pubblicazione: il nuovo mix dedicato alla produzione recente della Auand Records, una delle etichette indipendenti di riferimento per il jazz italiano da circa vent’anni, guidata da Marco Valente.
Nel mix troverete brani tratti dai recenti lavori di Forefront, Gaetano Partipilo, Michelangelo Scandroglio, Paolo Bacchetta, Satoyama e Stefano Coppari.

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Stefano Coppari – Scar Let (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

A Stefano Coppari e alla sua band, oltre che giocare abilmente con gli strumenti, piace giocare anche con le parole. E questa è sicuramente una dote, poiché i grandi giocolieri di parole, da Raymond Queneau a Georges Perec, sono sempre stati alunni un po’ discoli ed indisciplinati e avrebbero avuto bisogno di un maestro severo, per esempio Ludwig Wittgenstein, ma sono sempre stati anche molto divertenti. Il titolo dell’ultima fatica di questo bravo chitarrista, lascia poco (o tanto), spazio ai dubbi: Scar Let. Dopo l’enigmatico e inquietante titolo si prosegue con Alt Her Hego, Heartbeat. Allora “lasciamoci cicatrizzare” da questo disco, meno inquietante nei suoni, di quanto non sia nelle title-track. 

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Hobby Horse – Goodnight Moon (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Avevo ascoltato gli Hobby Horse a NovaraJazz, qualche anno fa e i tre musicisti in varie formazioni, e sinceramente mi aspettavo da questo loro ultimo lavoro qualcosa di completamente diverso. Ma questa non è affatto una sorpresa negativa. Goodnight Moon contiene brani che loro stessi definiscono “ninne-nanne inquietanti”, forse perché composte durante l’ormai famigerato “lockdown”, forse solo per la voglia di frugare, attraverso suoni non consueti, nel profondo dell’animo umano. Suoni sporchi, timbri profondi, ritmi lenti, verrebbe da dire “cime abissali” per citare Alexandr Zinov’ev.

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