L I V E R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini
I CCCP quaranta anni dopo ripartono da Berlino dove la magia è cominciata. Da quella Berlino anni ’80 sottofondo punk, kraut rock ed elettronica delirante, contesto di un’escandescenza culturale irripetibile e musa ed entità che fila la trama indissolubile di due e poi più destini la cui alchimia, integrità artistica e onestà intellettuale, in un intervallo di ben quattro decenni, non ha minimamente alterato. Una città che non si piega al becero globalismo capitalista di matrice omologatrice che imbratta di marchi e loghi qualsiasi edificio che si affacci su quasi ogni luogo della memoria. La Berlino dalla natura implacabile e dall’energia ibrida e da sempre contaminata e contaminante, ne fugge dal basso. Parola d’ordine il controllo va in tilt e la free zone mentale è innescata.
Da qualche mese i CCCP sono l’oggetto di un amore smisurato ed incondizionato che li ha letteralmente travolti sin dal primo istante in cui è uscita la notizia prima della mostra Felicitazioni! – CCCP Fedeli alla Linea a Reggio Emilia, e poi delle tre date berlinesi e del prossimo tour italiano vista l’apoteosi adorativa scatenatasi.

Il concerto si tiene nello strepitoso edificio della Astra Kulturhaus a pochi passi dall’iconica East Side Gallery, uno degli svariati pezzi di muro rimasti e trasformati in una galleria di opere e graffiti a cielo aperto. Scendendo gli scalini la visione del cortile è di una folla gremita e stracolma di italiani in fila da non si sa quanto per l’ultima delle tre date completamente sold out del concerto evento CCCP in DDDR. La facciata dell’edificio è esaltata da raffinatissimi video proiettati a ruota e ogni angolo abbellito da graffiti e tag. La presa bene è immediata. Varcare la soglia della sala concerti attraverso una rarefatta luce rosso dionisiaco è un tuffo al cuore, per chi, come tanti presenti, ha probabilmente visto e goduto Berlino negli anni ’90 ed inizio 2000. Ciò che stordisce ed esalta è l‘inalterabilità e continuità dell‘atmosfera di quei tempi che si respira e si sente vibrare nell’aria. Ovunque ti giri lo stile è grezzo e minimale, e soprattutto autentico ed originale, tipico di una “klub kultur” che ha fatto epoca ben oltre i confini cittadini. Dall’illuminazione, ai lampadari fino agli arredi, qualunque cosa sia stata messa lì riverbera di storie di una città in rivolta culturale e sociale dove la musica live era e rimane l’ispirazione, la formazione e un viatico di trascendenza e risemantizzazione della società e delle regole del pensiero dominante. La festa è già cominciata e una volta dentro si sentono arrivare sottili e pacati i beat deep house di un deejay apripista vestito da papa. Che sia emiliano è palese mentre la trepidazione sale e ancor di più l’attesa di una conferma quasi certa sul culto generatosi attorno ad una band o progetto artistico che non ha eguali nella storia musicale italiana e che ha creato, seppur con una manciata di anni d’attività, una fase epocale di cambio di paradigma e di passaggio, ovvero quella pre e post CCCP.

L’eccitazione nell’aria è febbrile e quaranta anni di attesa hanno una forza preponderante di risveglio di quei sensi appartenuti ad un tempo e spazio dove il desiderio di unirsi e condividere era per la sola ricerca dell’estasi collettiva e urgenza di celebrazione ed elogio della vita. Improvvisamente un boato di isterismo inonda la sala quando i quattro appaiono sul palco sulle note introduttive dell’inno della DDR. La duplice lettura in tedesco di Zamboni e Ferretti del manifesto dei CCCP in DDDR e della Profezia della Sibilla di Annarella aprono la serata gloriosamente, mentre le note di Depressione Caspica deflagrano e battezzano l‘inizio del processo di condensazione dell’etere liquido. Guardare la folla composta da diverse generazioni, tra sconvolti pogatori ventenni, seri intelletualoidi ultra cinquantenni ex punkettoni e trentenni e quarantenni innamoratisi solo attraverso l’ascolto di anni o l’eredità generazionale, te la dice lunga sul potere trasversalmente ipnotico della band, che mette d’accordo gli estremi, quelli di mezzo e soprattutto nessuno che abbia bisogno di stare sotto nessuna qualsivoglia etichetta. La voce di Ferretti, dopo un dovuto e breve adattamento, raggiunge picchi di intensità sacri, mentre il suono, supportato da due percussionisti, una seconda chitarra, un basso e un violino ben aggiunto, fa fatica a raggiungere una sua organicità: forse per un mancato aggiustamento acustico o per la peculiarità sonora del luogo. La scaletta è pensata in sequenza perfetta per esaltare un crescendo delineato da Emilia paranoica in versione estesa di quasi dieci minuti, per poi indurre ad una trance di massa con Punk Islam alternate dall’intervento poetico di un Fatur aulico e seminale. Posseduto da Carmelo Bene, “soltanto i falò volteggiano nella stanza…“, è sommerso dall’amore della folla.

Annarella durante tutto la serata gioca, come solo lei sa fare, con gli abiti, i copricapo ed il corpo, con la stessa distinta grazia e conturbante sensualità innate di un tempo, scatenando ancora apprezzamenti a profusione e dichiarazioni di amore tra il pubblico maschile di ogni età. Radio Kabul porta al momento di picco e i cori sovrastano a tratti la voce di Ferretti per tutti i brani più amati. In principio era il verbo di Giovanni Lindo Ferretti senza ne inizio né fine e il suono di Zamboni che sempre regge con presenza da pilastro l’architettura tutta. Ferretti rimane un immenso maestro di concetti e di parole, che nessuna recente posizione politica simpatizzante o amico giornalista invitato sul palco e aggredito da un boato di fischi può scalfire. Aspetto da mistico anche con indosso una felpa da rapper e voce ancora di caratura ed intensità profetica. “Il punk come il tempo non si arresta ma si trasforma – ammonisce – a noi piacciono le differenze anche quelle che vi stanno sui coglioni!“. La folla è oramai carica da scoppiare da Curami fino all’apice di un finale euforico ed estatico al Roipnol, con Radio Kabul. Quel che segue non può essere che un inevitabile dolce decrescere contraddistinto dalla delicatezza idiosincratica che anche li definisce. Passando per Bang Bang/ Spara Jurij, Allarme e Kebab Träume (D.A.F.) e dopo i ringraziamenti individuali di Annarella, il finale è una emozionante e quasi commovente Amandoti cantata coralmente. Ciò che scorre nelle vene a tutti i presenti ed artisti indistintamente, è a mio sentire una contagiosa e profonda gratitudine reciproca. CCCP in quanto comunione e riconoscimento in qualcosa di “altro” che ci appartiene e di cui facciamo parte in un reciproco donarsi nella dimensione paritaria di divino e terreno.
Lode ai CCCP dal cui Nirvana né noi né loro siamo mai realmente usciti.

Sul palco Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici, Danilo Fatur, accompagnati da Ezio Bonicelli violino, Simone Filippi chitarra, Luca Rossi basso, Simone Beneventi e Gabriele Genta percussioni. Con Andrea Scanzi. Regia di Fabio Cherstich e CCCP – Fedeli alla linea.
Scaletta:
Filmato Piergiorgio Casotti – musica inno DDR
Lettura “CCCP in DDDR” Massimo Zamboni
Lettura “CCCP in DDDR” Giovanni Lindo Ferrettti
Lettura “Profezia della Sibilla” Annarella
Depressione caspica
Morire
Oh! Battagliero
Stati di agitazione
Libera me Domine
Proiezione video Tomorrow
Tu menti
Curami
Monologo Andrea Scanzi (filmato Fellegara)
Emilia Paranoica
Poesia Fatur
Punk Islam
Radio Kabul
Bang Bang/Spara Jurij
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“Ecco i miei gioielli” Annarella
Allarme
Kebab Träume (D.A.F.)
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Ringraziamenti – Amandoti
Photo credit: Daniela Ferretti e Michele Piazza









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