I N T E R V I S T A
Intervista di Elena Colombo
Oggi incontriamo di nuovo, a qualche anno di distanza (l’avevamo fatto qui), Riccardo D’Avino, autore dell’album Autostop, uscito il 12 gennaio . È uno di quegli album che, indipendentemente dai propri gusti musicali, chiunque può ascoltare, e troverà sicuramente qualcosa che gli piace. È un lavoro ricco di contaminazioni tra vari generi e influenze musicali, dalle ballate al rock e al reggae. Per rendere tutta questa varietà possibile,
oltre a Riccardo D’Avino (voce, chitarre acustiche ed elettriche, programmazione), si aggiungono Il Metz alle tastiere e Simone Arlorio al sax in Check-out. I featuring con Roberta Monterosso (voce in Questo lato di me) e Solodiego (voce in Primo febbraio ) rendono il disco ancor più sfaccettato.
Ciao Riccardo, inizierei dal titolo, che mi ha incuriosita. Dici che si tratta di una metafora che si declina in modo diverso nelle varie canzoni. L’autostop è una condizione di instabilità e insicurezza, ma in fondo, non è anche un atto di fiducia verso il prossimo?
Ciao Elena! Sì, è anche quello. Ho usato il termine “autostop” come metafora di una vita instabile e piena di continui cambiamenti. E ogni volta che nella vita si cambia qualcosa, si cerca di dare fiducia a nuove persone, luoghi, entità astratte. La stessa fiducia che però un domani potrà anche venire meno e farti così ritornare a sporgere il pollice.
Il singolo Fancazzista potrebbe sembrare un inno all’ozio, ma nasconde tanti elementi di denuncia delle ingiustizie sociali del mondo del lavoro odierno. Come ti è venuta l’idea di parlare di questi temi in una canzone?
È sicuramente uno dei brani il cui tema è più attuale che mai. Oggi il mondo del lavoro è profondamente ingiusto. È diffusissima quella narrazione tipicamente americana per cui se lavori duro ce la puoi fare. Peccato che siamo in Italia e qui viene usata in maniera ipocrita da tanti datori di lavoro, che con questa scusa pagano sempre di meno, chiedono sempre di più e trattano sempre peggio. Poi però si sorprendono che non trovano più personale e vanno anche a piangere in TV e sui giornali, che spesso danno loro man forte. In Fancazzista io protesto a nome mio e di tanti altri che hanno vissuto o che continuano a vivere questa situazione.

Anche in Voglia di Gridare accenni alla generazione dei tuoi genitori: “Volevano cambiare il mondo, ma il mondo poi li cambierà, poi siamo nati noi per prendere gli schiaffi della oro eredità”. Chi ha più voglia di gridare? “Loro” o “noi”?
Come dico all’inizio del pezzo, tutti abbiamo voglia di gridare e credo allo stesso modo. Ci sono quelli più giovani come me, che si ritrovano in una società “stuprata” dalle generazioni precedenti. E ci sono i più vecchi, che sognavano un futuro migliore per loro stessi e per noi che siamo i loro figli, ma sono molto delusi dal non essere riusciti a darcelo. In comune abbiamo le preoccupazioni per un mondo su cui sarà sempre più difficile vivere e in cui il presente è caratterizzato da una società sempre più iniqua.
Da grande fan degli anni’80, ho apprezzato moltissimo il ritmo di Checkout. Mi ha colpita tanto il sassofono che entra a gamba tesa a metà della canzone. Il check-out di cui parli è l’uscita dalla vita di una persona?
Ho usato il termine “check-out” più per riferirmi alle relazioni fugaci, che magari durano anche una sola notte e finiscono (o meglio, neanche iniziano) per paura o per disinteresse. In certe relazioni di questo tipo c’è una persona che fugge e l’altra che soffre. E chi fugge è un po’ come se si trovasse già nella fase di check-out di un albergo, pronto a partire per un nuovo viaggio, oppure semplicemente a dire addio.
Lo swing de Il Guru è leggero e invita a ballare anche chi forse non ne èc apace. Del resto, tu stesso canti “chi se ne frega se non sono nessuno e non ho esperienza”. L’idea di questo brano ti è venuta mentre ballavi swing?
No, le sonorità swing di questa canzone sono nate dopo che ne ho scritto il testo e penso che si sposino bene con l’ironia del suo messaggio. Ho scritto Il Guru ispirandomi proprio ai numerosi guru di ogni genere che si vedono in giro oggi. Quei personaggi del web che si pongono come esperti e motivatori, ma spesso poi si scopre che non hanno alcuna competenza in quel che fanno e finiscono per fregarti tempo, soldi e motivazione. Sono loro i Roberto Baffo e le Wanna Marchi del nuovo millennio.

“Non ho nessun nome d’arte, non so reggere una parte” canti in Non ho niente di speciale, dove giochi sul fatto di essere una persona comune. La normalità è la nuova unicità?
Io credo di sì. Anche se essere “normale” non dovrebbe avere senso come definizione, in un mondo di gente che deve essere speciale, distinguersi, vendersi a tutti i costi, tenersi fuori da quei giochi è la cosa che può renderci più unici ed autentici che mai.




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