R E C E N S I O N E
Recensione di Iris Controluce
A quasi un lustro di distanza dal disco How Is It That I Should Look at the Stars e a una manciata di anni dall’eccellente Ignorance (ne avevamo scritto qui), la band The Weather Station pubblica Humanhood, album uscito il 17 gennaio 2025 per Fat Possum Records.
La copertina ritrae la songwriter del gruppo, accovacciata nel buio, avvolta in coperte che immortalano facsimili rugosi della sua stessa immagine, come se si stesse svolgendo un rituale: riunire insieme le parti disparate del sé, descrivendo il modo in cui una personalità possa nel tempo distorcersi, deformarsi, oscillare anche in maniera importante, per poi riuscire a ricostruirsi nuovamente.

Dal lavoro d’esordio The Line, l’attitudine compositiva, inizialmente affidata alle chitarre folk, si è via via trasformata, prediligendo pianoforti, sintetizzatori, percussioni incisive e strutture più ricercate e complesse. I rimandi a Joni Mitchell, Kate Bush e a Tori Amos rimangono più che palpabili, soprattutto in virtù dell’intenzione vocale, vellutata ed eterea, della straordinaria Tamara Linderman.
Grazie alla collaborazione con Karen Ng (sax, clarinetto, flute) e Joseph Shabason (synth), il disco si impreziosisce di sofisticate divagazioni ambient e arrangiamenti che sfociano talvolta in atmosfere lievi con sentori di jazz dalle aperture armoniche radiose.
Intense ed introspettive, le canzoni di Humanhood, sanno trasportare, fluttuare tra luce ed oscurità, mettendo a nudo sensazioni sottopelle che, nel susseguirsi degli ascolti, riaffiorano con una veemenza sempre più impetuosa e viscerale.
Partendo dal presupposto che, così come affermava Baudelaire, “la sensibilità non andrebbe disprezzata, ma considerata geniale”, riconoscendo alla Linderman un’impressionante profondità d’animo, non possiamo che ammetterne uno smisurato ingegno.
I brani sono tra i più potenti e pop che la band abbia mai proposto, con la voce sempre in primo piano a volteggiare su cambiamenti tonali e fadeout di syntetizzatori che ricamano su scenari dalla texture tenue e a tratti quasi evanescente.
Nonostante utilizzino nella maggior parte dei casi la prima persona, i testi tendono a ramificarsi in interrogativi filosofici e nodi esistenziali più che condivisibili dal sentire comune.
Sullo sfondo dell’IA generativa, della crisi climatica, della crescente digitalizzazione del mondo, la songwriter afferma di aver sentito “l’urgenza di far luce sul vero significato della parola umanità”.
Neon Signs è una canzone che descrive il male di vivere e la pigrizia del non agire. “Niente ha bisogno di te più di una bugia“: il tema della disinformazione si intreccia con il sentimento di persuasione costante, si tratta di tentativi di manipolazione continui, fuori per la strada, nella pubblicità.
In Mirror, ci si domanda se il corpo sia più un traditore o un insegnante. “Non faccio le regole, io li guardo solo srotolarsi, come fumo sempre in aumento, dai fuochi del mondo“, “hai pensato che sapevi cosa amavi, il tuo corpo ti ha ingannato, il tuo corpo ti ha cambiato“.
Window è un brano modern pop con un inciso immediato che si libra leggero quasi fosse una coltre sottile che si dirada nell’aria, delicato quanto un dischiudersi di ali, apportando alle melodie influenze folk britanniche.
La canzone finale dell’album (Sewing), segna il nodo del viaggio emotivo e filosofico. Evocando la metafora del patchwork, quello del cucire viene considerato un atto spirituale in seguito al quale rimettere insieme, anche in maniera imperfetta, differenti parti di sé deturpate dagli eventi: il collisivo e lo psichedelico, il doloroso e il bello.
Vedere il mondo così com’è, per Lindeman, vuol dire mettere da parte la fantasia e affrontare l’oscurità. Al tempo stesso, significa andare incontro a contrasti, situazioni caotiche, imperfezioni e sfumature. La trapunta patchwork diventa una metafora calzante che ci ricorda le cicatrici, ma anche la perseveranza, la forza e la nostra capacità di trasformazione. “Sto camminando da un lato all’altro, sto scattando foto al cielo, di nuovo“.
Giunti all’ottavo album, con Humanhood, i Weather Station hanno dimostrato di sapersi nuovamente reinventare, affermando la propria autenticità e identità artistica. In un susseguirsi di interrogativi filosofici e sperimentazioni sonore, elargiscono spunti di riflessione, descrivendo un disagio interiore in costante mutamento, alla perenne ricerca di una maggior consapevolezza interiore. A partire dal febbraio 2025, la band sarà impegnata in tour mondiale che ci auguriamo possa prevedere anche qualche data in Italia.
Tracklist:
01. Descent (1:00)
02. Neon Signs (5:07)
03. Mirror (4:56)
04. Window (2:41)
05. Passage (0:48)
06. Body Moves (3:27)
07. Ribbon (3:18)
08. Fleuve (1:10)
09. Humanhood (4:11)
10. Irreversible Damage (5:36)
11. Lonely (4:36)
12. Aurora (1:37)
13. Sewing (5:58)
Photo © Sara Melvin






Rispondi