Non voglio che Clara @ Biko. Milano, 6 febbraio 2014

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Articolo di Eleonora Montesanti

“Cosa bisogna aspettarsi da un concerto dei Non voglio che Clara?”. Me lo chiedo molte volte nei giorni precedenti all’evento, poiché nonostante sia una loro grande sostenitrice da parecchi anni è la prima volta che, finalmente, riesco ad incrociarli dal vivo. La risposta che mi do è un po’ annebbiata, ma comprende emozioni a priori e grandi aspettative, scaturite anche grazie all’ascolto dell’ultimo lavoro della band bellunese, L’amore fin che dura (uscito lo scorso 21 gennaio). Un disco sorprendente, fatto di storie disincantate costruite su scie armoniche a metà tra cupezza elettronica e pop retrò; un disco che ho amato fin da subito e che sono profondamente curiosa di godermi nella dimensione live.

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Il concerto inizia con la pienezza vocale di Fabio De Min che, nei primi versi di L’escamotage, focalizza su di sé l’attenzione di tutto il pubblico. Pochi secondi dopo il processo ipnotico si consolida grazie alle linee melodiche di questo pezzo, elettroniche e oscure, create insieme al resto della band, composta da Igor De Paoli alla batteria, Marcello Batelli alla chitarra e Martino Cuman (entrato nel gruppo dopo l’album Dei cani) al basso. Da subito si nota la professionalità di questi musicisti: la cura maniacale nella produzione dei suoni li fa apparire puliti, elaborati e soprattutto ben amalgamati tra loro, nel senso che, insieme alla voce, si crea un vortice di perfezione corale dove niente prevarica niente e tutti gli strumenti sono importanti allo stesso modo. Un’altra cosa di cui mi accorgo è la totale assenza di staticità: nessuno rimane al proprio posto e fedele allo stesso strumento per più di due brani di seguito, sul palco c’è molto movimento, tutti suonano magistralmente una moltitudine di strumenti – chitarra elettrica o acustica, tastiera, synth, lap-steel, batteria e basso – sempre in maniera naturale e meticolosa, per rendere ogni dettaglio sensato e imprescindibile. Accanto alla precisione, però, bisogna sottolineare che non mancano mai la visceralità e un forte impatto emotivo. Questo equilibrio è strabiliante perché rende il live molto potente e dinamico, in grado di invadere tutto il corpo di chi ascolta e creare una dimensione atemporale e densa, quasi come se il locale in questi attimi non avesse bisogno di nient’altro per sostenere le sue pareti.

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La prima parte del concerto è composta soprattutto da canzoni appartenenti al nuovo disco, eccezion fatta per La stagione buona (in Dei Cani), la quale, comunque, si cuce perfettamente nel continuum in crescendo che non lascia spazio a pause per applausi o distrazioni e che esplode poi su Le mogli, il singolo di lancio di L’amore fin che dura, che scioglie la tensione emotiva e unisce tutti a cantare il ritornello a piena voce.

Si procede con la freschezza di La sera, seguita subito da un trittico intimistico, composto da I condominiIl complotto e La mareggiata del ’66, il tutto condito con poche parole e nessuna volontà di spettacolarizzazione, poiché la musica si basta, è sufficiente a regalare immagini e ad amalgamare arte ed emozioni in totale naturalità. Tutto il resto risulterebbe forzato e superfluo.

Lo zio e  Le ore (della settimana) sono all’apice della potenza e del coinvolgimento; rispetto alle versioni registrate, in generale, le progressioni musicali sono più sviluppate, il minimalismo tipico viene sostituito da una ritmicità ponderata ed esplosiva. Subito dopo questa forte scossa rimangono sul palco solo Fabio De Min e la sua chitarra acustica per eseguire una versione intima e scarna di L’estate, una delle canzoni più malinconiche di Dei cani. Il contrasto tra il boato fragoroso e la quasi nudità vocale è mozzafiato; esso è allo stesso tempo spiazzante e necessario al fine di liberare il cuore dalla confusione dei sentimenti.

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Il resto della band torna poi in scena per eseguire gli ultimi pezzi, quattro brani emblematici che racchiudono in sé la storia decennale dei Non voglio che Clara: Gli acrobatiLe paure e L’inconsolabile rendono perfettamente quell’atmosfera evocativa a tratti sofferente, ma mai rassegnata, la quale – insieme ai testi d’autore dal profondo respiro letterario – caratterizza l’unicità di questo gruppo, uno dei più preparati e coerenti del panorama italiano attuale.

Non c’è nessuna promessa di bis, e il concerto si chiude con La caccia, uno sguardo smarrito di fronte alla troppa libertà, un tentativo di rifugiarsi nella distanza, un cortometraggio lineare che chiude il cerchio a meraviglia.

Un’ora e mezza molto densa e ricca di sensazioni contrastanti; un susseguirsi di istantanee agrodolci e suoni ipnotici; un concerto sorprendente, superiore ad ogni aspettativa.

Grazie a Starfooker per le foto.

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