Dario Sansone dei Foja: la musica è musica e le energie sono le energie…

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Dei Foja abbiamo già parlato di recente, per raccontarvi il loro concerto al 75beat di Milano. Prima del live abbiamo incontrato Dario Sansone, frontman del gruppo. Ne è scaturita una conversazione su temi interessanti in merito alla band, a Napoli e a molto altro, in un clima estremamente piacevole e rilassato.

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Intervista di James Cook e Nadia Merlo Fiorillo

Cosa significa esattamente il nome Foja? In realtà, la prima domanda andrebbe fatta in dialetto milanese per disorientare il partenopeo immerso nella nebbia.
Che meraviglia (risata)! Il partenopeo è già disorientato nella nebbia, quindi non c’è bisogno di infierire. In realtà noi stiamo nella nebbia molto spesso e più di voi, però è una nebbia mentale, più complicata. Tutta la proverbiale solarità del napoletano nasce probabilmente dal fatto di non sapere quel che succederà domani e per questo crede sia meglio viversi il presente. È quasi buddista come concetto, direi quasi punk e  Napoli è una città punk, come quando dici “no past no future”…tanta pasta in realtà.
Detto ciò, letteralmente Foja sarebbe la foga: usiamo spesso questo termine per dire che gli animali sono “infojati”, concitati. Noi siamo abbastanza veloci, basta pensare al fatto che i pezzi sul disco hanno un certo numero di bpm, mentre nei live il cuore accelera e tendiamo sempre a fare cose un pochino più agitate, più tirate. Però per noi “‘a foja in d’’o mazz“ –  “la foga nel culetto” tipica dei bambini che non riescono a stare fermi –  più che la fretta è l’irrequietezza, l’energia che ti spinge a muoverti sempre e insieme la curiosità, che da un punto di vista artistico è il seme per qualunque cosa tu voglia fare. Se non sei curioso, sei fondamentalmente morto. Voi che a Milano venite a un concerto di una band napoletana siete dei curiosi, volete sapere  “che cazzo è ‘sta roba”, che significa Foja: “‘a foja è chesta” (risata)!  Vi rispondo in napoletano, così vi disoriento.

Napoli e la mescolanza culturale che la caratterizza ovviamente influiscono sulla tua musica. In che misura?
Napoli è una città di mare, è un porto di sbarco e nei secoli è stata dominata da vari popoli, dai quali si è fatta influenzare soprattutto culturalmente. Già la musica classica napoletana deriva dalla musica araba e da quella spagnola, i Foja sono dunque solo il naturale continuum di quello che è accaduto  prima. Prima di noi, molti artisti hanno dato vita a delle commistioni: vedi Carosone, che ha miscelato lo swing col dialetto o Pino Daniele, che ha mischiato il blues con la lingua napoletana, fino agli Almamegretta, che hanno contaminato la melodia napoletana con il dub. In realtà, più che band napoletana, noi ci sentiamo molto “internazionali”, semplicemente perché facciamo musica. Quando viene qualcuno dal Mali e ascolti la sua musica, ascolti la sua musica punto e basta, non ti chiedi “ma quella parola cosa significherà?”. Immediatamente è così, anche se dopo te lo chiedi e ti vai a informare, come avete fatto voi chiedendo a Nadia la traduzione di una canzone. Però sul momento ti prendi l’energia che arriva e va bene così. Ecco, in questo calderone c’è tutto quello che ci piace. Nel nuovo disco, in particolare, c’è la libertà di aver fatto ogni canzone con un vestito diverso, pur mantenendo un sound unitario. Chest’è: ci sentiamo liberi e questa è una cosa bella. Se domani vogliamo fare un disco funk o una canzone funk possiamo farlo, ma l’importante per noi è essere sempre sinceri e credere in quello che si sta facendo. Le due cose vanno a braccetto, perché se non credi non sei sincero e se non credi a quello che stai facendo, non sei tu, non sei te stesso. Mamma mia, sto facenne proprio ‘o filosofo!

Dimane  torna ‘o sole ?
Eh…qui a Milano non lo so (risata generale). Il meteo dice? Mah!?

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Comunque è un disco che contiene un chiaro messaggio di speranza. Lasciando in secondo piano le considerazioni sulle sorti della città, quali speranze nutrite per la musica indipendente napoletana?
Paradossalmente non mi pongo il problema per la musica indipendente napoletana, me lo pongo più per la musica indipendente in generale, per le produzioni nuove, che siano di Napoli o non. A quella napoletana posso chiedere di non essere così pedissequa nel legarsi alla tradizione o nel dipendere troppo da cose già sentite, ma di provare a rinnovarsi, anche se a dirlo siamo proprio noi Foja. Da parte nostra, però, c’è almeno il tentativo di dar vita ad altro, siano essi delle mescolanze nuove o dei nuovi giochi musicali, non troppo ripetitivi. Della tradizione bisogna conservare degli elementi, così come bisogna salvaguardare le proprie radici, ma poi la testa deve volare, viaggiare, stare in mezzo alle nuvole. Alla musica indipendente, comunque, mi viene da chiedere di essere meno indie, meno legata a un termine che ormai abbiamo capito essere un termine spesso fasullo e demodé. Indie significa indipendente ed è una parola che non ha senso per quei progetti che hanno dietro un’etichetta indipendente, ma poi sono distribuiti dalle major. Chi vuole essere veramente indie dovrebbe, a questo punto, fare una musica stranissima, ma così corre il rischio di non arrivare al pubblico o al popolo. Per noi essere indipendenti significa continuare a fare musica come la facevano quelli che la suonavano in strada ma provando a lanciare dei concetti comunque universali, avendo nell’onestà il progetto principale della propria musica.

Come nascono le tue canzoni ? C’è un filo conduttore che le lega? E mi riferisco in particolare a Dimane torna ‘o sole.
Io sono molto “slegato” quando scrivo. Le canzoni del nuovo disco provengono da un processo molto lungo, ma in realtà molto breve, perché sono state scritte in due anni e parte di esse proprio nei due anni di tour del primo disco. Scrivo molto e infatti all’inizio c’erano 24 canzoni in lista per questo album. Poi, pian piano, alcune si sono perse per strada, mentre altre sono state recuperate, aggiustate e montate. Mi sono accorto che “Dimane torna ‘o sole” aveva un unico filo conduttore, che poi è quello del tempo. Ogni canzone parla di tempo: tempo meteorologico o il suo trascorrere cronologico, ma pure il tempo come malinconia e della malinconia, anche se è una cosa di cui mi sono accorto solo a disco compiuto, quando ormai la scaletta era finita. Anche il titolo è stato deciso alla fine, perché il disco si doveva chiamare in un altro modo. Addirittura ho cambiato il titolo di una canzone pur di avere la frase di quella canzone nel titolo del disco. “Notte”, in realtà, si sarebbe dovuta intitolare “Dimane torna ‘o sole”, perché questa frase è contenuta nel suo testo, ma non mi piaceva, la trovavo troppo lunga per un titolo. Così ho cambiato titolo al pezzo e ho mantenuto la frase come fil rouge dell’intero album e come gioco mi è piaciuto, perché “Dimane torna ‘o sole” contiene tra l’alto tutti e due i significati che volevo avesse: la speranza che è un’attesa e il sole che è una cosa meteorologicamente positiva, perché ti fa rilasciare la serotonina, no? È avvenuto tutto casualmente, dunque. Poi ci sono tante cose che s’inanellano da sole. Per esempio, ho lasciato grande libertà ad Alessandro Rak, che ha realizzato la copertina del disco come meglio credeva e il risultato è stato sensatissimo, perché nell’immagine della cover ha incluso tutti quelli che hanno collaborato alla realizzazione dell’album. Ci ha disegnati su una balconata – che è quella dello studio nel quale abbiamo registrato il disco e che si affaccia su Piazza del Gesù –  compresi Claudio Gnut, che è stato co-produttore artistico, il nostro fonico che si intravede dietro, il trombettista Fabio Renzullo, Francesco Di Bella, con cui ho duettato in Donna Maria e Gigi, un nuovo elemento che stasera sentirete e che oltre ad essere un gran musicista, un mandolinista per la precisione, è soprattutto una grande persona. Insomma c’è tutto il senso del progetto collettivo a cui abbiamo dato vita, un disco che per noi è prima di tutto una condivisione con le persone che ci stanno vicine e intendono la musica e l’arte come la intendono i Foja.

È stata una scelta quella di cantare in napoletano? Non hai timore che questo possa limitare la diffusione della vostra musica?
Guarda, adesso ci sentiamo fortissimi. Con il tempo abbiamo acquisito una maggiore consapevolezza di quello che siamo e del modo in cui ci esprimiamo, ma abbiamo sempre saputo che la nostra musica andava creata e suonata con onestà. Mi capita di rivedere le vecchie interviste di Troisi e ogni volta penso che non diceva una parola in italiano. Però tutta l’Italia lo capiva. Se ne stava a parlare per 3 ore con Pippo Baudo e mi dicevo: “ma guarda questo che parla solo napoletano…non con la nostra tipica inflessione, ma in dialetto!”. Questo per dire che non crediamo assolutamente sia un limite perché, come ti dicevo prima, la musica è musica, la senti dentro, così come il messaggio è il messaggio e le energie sono le energie. Ci sono dipinti che non hanno codici, piacciono e basta, ti emozionano, te li senti addosso. In fin dei conti, ascoltiamo tanta di quella musica inglese senza capirne i testi…magari poi le frasi son delle puttanate, delle delusioni, che ne sai?! (risatina), ma ti piace lo stesso.

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Ho visto un  bellissimo film d’animazione, “L’arte della felicità”. Volevo chiederti qualcosa in proposito, visto che hai fatto l’aiuto-regista e anche lo storyboard, giusto?
Oh, che bello il film! E sì certo, disegno. Faccio questi due lavori, uno più retribuito dell’altro (risata)…è ironica la cosa, perché magari se lavoravo in banca e suonavo sarebbe stato tutto più facile. Io nasco come disegnatore di fumetti e ho lavorato per tanti anni, ho pubblicato per una casa editrice che si chiama “Star Comics” e per un fumetto che si chiama “Lazarus Ledd”, disegnandone 6-7. Pubblico da quando ho 21 anni, ma disegno da quando ero piccolo. Poi ho lavorato a tanti videoclip e illustrazioni, finché dal video di “‘O sciore e ‘o viento”, per il quale ho collaborato con Alessandro Rak, ho cominciato a lavorare anche nell’animazione. Io e Alessandro ci conoscevamo già da tanto tempo, siamo stati coinquilini per un periodo e abbiamo avuto uno studio assieme. Insomma, sì, faccio pure ‘o disegnatore, ho questo difetto. Soprattutto mi piace il fatto di non far troppo confluire le due cose. Per esempio, per la copertina mi affido a qualcuno che penso sia talentuoso e sappia interpretare le immagini dei Foja, mentre io ho dato le mie parole ai Foja. Lui sa dare un’immagine a quella cosa. Forse non sarei capace di fare una nostra copertina.

Come è stata l’esperienza di questo film?
Meravigliosa, perché è stata anche un’esperienza molto viva. Con Alessandro c’è stato un continuo scambio. È stata viva e dura, perché per fare questo film d’animazione di 75 minuti, a Napoli, con uno staff di 7-8 persone abbiamo avuto poco tempo, pochi mezzi, pochi soldi. Dall’altro lato, però, ci abbiamo messo tanto amore, tanta forza di volontà e sicurezza nel perseguire l’obiettivo, tutte cose che poi sono state ripagate.
Abbiamo avuto anche qualche soddisfazione: il film è arrivato alla Mostra del cinema di Venezia, ha vinto un premio a Londra, è andato in India, andrà a San Diego ed è ancora nelle sale da sei settimane. Questo per noi è stato un vero miracolo. Siamo andati a Venezia in lacrime davanti a 1200 persone che ci hanno applaudito, si sono emozionate, ci hanno guardato. Insomma è stato bello e poi, forse, la scrittura delle canzoni, che Alessandro ha vissuto in prima persona, è confluita nel film e il film è confluito nel disco. Ci sono delle alchimie difficili da spiegare, da chiarificare a chi è esterno a tutto questo. Quello che possiamo dire è che abbiamo messo nel film, nel disco e in quello che proviamo a fare tutta la nostra vita, i nostri giorni, i nostri pensieri e le cose in cui crediamo fortemente. Tra l’altro è l’energia più grande che puoi ricevere per continuare a fare cose perché, se ti fermi solo al lato economico di questa faccenda un po’ si sporcano i sogni e si distruggono, visto che c’è veramente ben poco da sperare economicamente per gli artisti in questo momento preciso, o almeno parlo di noi. Però ci riteniamo i più fortunati perché in questa crisi ci sguazziamo, ne traiamo energie e proviamo addirittura a dire: “è solo un problema di soldi, non è un problema di essenza. Pensiamo all’essenza delle cose, allo stare bene, a vivere ogni giorno anche assorbendo i dolori e ricostruendoli”. Ci sentiamo fortunati perché magari abbiamo lo stesso grado di rischio di chi lavora oggi in banca, perché domani può crollare tutto il sistema e magari hai sacrificato la vita in nome di che? Non ti sei andato a piglia’ una birra con un amico una sera perché eri stanco e sei stato al lavoro dalle 6 di mattina, perdendoti qualcosina che è una miccia che ti farebbe illuminare il mondo.
 

Anche il nuovo video è firmato da Alessandro  Rak, anche lì disegni tu ?
Sì, ho lavorato anch’io in questo mese. È ovvio che il character design del video di “Donna Maria” è totalmente di Alessandro, però ho collaborato a qualche animazione e insieme abbiamo fatto lo storyboard. Ho lavorato alla post-produzione, inserendo anche un po’ dello staff de “L’arte della felicità” ma lo stile è completamente diverso, sia dal film, che dal videoclip di “‘O sciore e ‘o viento” dei Foja: quest’ultimo video è più in stile con l’artwork attuale, più luminoso.

In realtà, la prima volta che ho sentito parlare dei Foja è stato quando è nata l’idea di Tarall&Wine, che mi è piaciuta tantissimo. Volevo chiederti di raccontarmi un po’ come avete vissuto questa esperienza.
È nata così come è stata poi vissuta da chi ha recepito la cosa, con spontaneità. Quello che fa onore a me e a Claudio è che probabilmente a Napoli non c’è mai stato un progetto di due cantautori diversi che si sono messi là e hanno fatto un disco e un tour insieme. Non riesco a ricordare…forse mi viene da pensare a Lucio Dalla e De Gregori che hanno girato l’Italia con “Banana Republic” ma altri esempi del genere non mi pare se ne siano visti. Tutto è nato nella cucina di casa mia e considera che io e Claudio ci frequentiamo solo da due anni. Non ci conosciamo a fondo, ma è come se ci conoscessimo da tempo per il modo comune con cui affrontiamo la vita, la musica e l’arte in generale. Il progetto Tarall&Wine  è innanzitutto una valvola di sfogo rispetto ai nostri progetti personali e ci dà l’opportunità di svestirci per entrare in due personaggi che ci piacciono, che ci fanno impazzire perché in fondo sono parte di noi, anzi siamo noi stessi ad essere quei due personaggi. Per ora non sappiamo se ci sarà un nuovo episodio, visto che seguiamo sempre le onde delle nostre sensazioni e di quello che ci viene fuori, ma di sicuro avremo l’obbligo di farlo perché è stato troppo divertente! Quello che ci fa maggiormente piacere è aver lasciato a qualcuno “L’importante è ca staje buono” e aver vissuto insieme a chi ci ha mandato la loro testimonianza di “emigrante” tutte quelle belle emozioni. Ogni volta che ci arrivavano i video fatti col cellulare avevamo i brividi, insieme alla consapevolezza di aver creato e ricevuto qualcosa di molto più grande di quello che noi realmente stavamo dando a tutti…ne sono arrivati tantissimi, con facce e con occhi luminosi, pieni di una gioia indescrivibile. A volte è difficile recepire le energie che dai, perché si moltiplicano e i commenti che ricevi per una tua canzone a te sembrano sempre più grandi di ciò che hai fatto per chi ti ascolta.

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Ho visto che in Dimane torna ‘o sole, a parte Gnut, ci sono anche Mattia Boschi e Ilaria Graziano.
Certo, ma anche Gino Fastidio, Libera Velo, Francesco Di Bella dei 24 Grana. Sono tutti amici, amici che volevamo fotografare con noi in questo disco e verso i quali c’è una stima fortissima, speriamo reciproca (risata). Mattia non c’è stasera perché è a Berlino, ma ci ha mandato un messaggio bellissimo. Sono tutte cose “vere”, anche le collaborazioni sono state cose utili e sincere perché ci siamo “infettati” a vicenda. Loro sono entrati in un disco magari diverso dai propri, noi abbiamo preso delle cose differenti dalle nostre e le abbiamo mischiate nei brani. In fondo, questo è il bello della musica, dell’arte e che ti dà la possibilità di dire “tu sei così, io sono colì, che facciamo? Facciamo l’amore?”. (risata)

Com’è il vostro rapporto con il live, soprattutto come ci si sente ad esibirsi al nord ?
Il nostro rapporto è molto libero, a noi piace suonare perché non è un patibolo. Poi, va bene o va male noi ce la mettiamo tutta sempre e comunque, pur con tutte le difficoltà del caso, che possono essere di natura tecnico-acustica o personale (leggi: stanchezza). Nord, sud non fa differenza, basta che conquisti anche una sola persona ed è sempre una vittoria.

La sensazione è che hai comunque forti legami con la tradizione, col passato. Esiste poi un punto d’incontro con la modernità come quella rappresentata ad esempio dai social network?
Probabilmente avere dei megafoni per dire delle cose in cui credi non è così sbagliato. I social a volte sono fraintendibili o possono avere un che di patologico, però non si possono combattere le cose stando fuori dalle cose stesse. A volte si possono combattere standoci dentro, avendo però  l’intelligenza di saperne uscire al momento giusto, di minimizzare nel momento opportuno quello che vi accade. Sicuramente se non ci fosse stato Facebook tu non saresti stato qui a parlare con me, anche se, del resto, sarebbe più bello e staremmo meglio se stessimo a parlare con in mano un bicchiere di vino. Quindi non bisogna mai perdere la vita vera, perché questa è una malattia terribile. Devo ammettere, comunque, che a noi ha portato tanta fortuna, visto che il nostro primo videoclip ha fatto 560.000 visualizzazioni dal nulla! Probabilmente senza Facebook i Foja sarebbero rimasti nei locali a sbattersi, o forse no, chi lo sa? Chesta è ‘a vita…sicuramente con questi mezzi le informazioni girano di più. Però poi succede che la gente viene ai live e ti senti dire che dal vivo tutto è ancora più bello ed emozionante. Meglio essere vivi che essere su Facebook? Non so…per arrivare a un live bisogna prima che ti conoscano, oppure che ti trovino per caso.
Voglio dire che anche il caso è da non trascurare, come “il caso sui maccheroni” (risata finale liberatoria).

Foto di Andrea Furlan

 

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