Marrone Quando Fugge – un incontro nel bosco fra cuore, musica e fornelli.

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Intervista di James Cook ed Eleonora Montesanti

E’ un giorno di sole, sembra già primavera.
Da Milano ad “Asti est” il viaggio è piacevole, il paesaggio muta, finché non si stabilizza su una rilassante e ampissima campagna.
Arriviamo al fagiolo in quest’atmosfera profumata, piena di animali, oggetti strani e sorrisi: strumenti musicali sparsi, carte e spartiti, tanti colori, un amplificatore al posto del forno, un orologio rotto, un foglio con scritto “Cosa farebbe l’amore?”. Ad accoglierci c’è Marrone Quando Fugge (musicista, ex chef), orgoglioso della sua casa nel bosco, orgoglioso della sua terra, orgoglioso del suo vissuto, orgoglioso della sua pasta e fagioli.
Il tempo si ferma, perché ci sono momenti in cui non è necessario stargli appresso.
Il fagiolo è un luogo atemporale e prezioso, un nido lontano dalla frenesia sociale, un rifugio dove raccontarsi e viversi.
Tra prelibatezze, del buon vino locale, musica e passeggiate nei boschi la giornata vola, condita con tante chiacchiere, di quelle che fanno bene al cuore quanto un respiro di aria fresca a pieni polmoni.
Fiumi in piena che abbiamo cercato di arginare in quest’intervista:

224Raccontaci della tua vita prima del fagiolo…
Prima del fagiolo era una vita fatta di fornelli, pentole, padelle e scleri pazzeschi di chi ha a che fare con una gerarchia schifosamente severa. Una vita fatta solo di cucina al punto di farti crollare tutto quello che ti eri creato, per scoprire effettivamente chi sei davvero.

Quindi, sei uscito da casa molto presto per andare a fare il cuoco…
Sono uscito di casa a diciassette anni e mi sono trasferito a Milano per lavorare in ristoranti molto rinomati. Dopo cinque anni ho raggiunto la Sardegna concretizzando un sogno: quello di avere un ristorante tutto mio. Un’avventura finita non proprio al meglio che forse è stata la spinta, dopo l’incontro con l’amore e la musica, per questo cambio di vita, per ritrovarmi. Un nuovo me che prima non conoscevo e non sapevo dove fosse, perché era sempre cotto dal fuoco.

La cosa che ci incuriosisce è proprio questo cambio di prospettiva. Il tuo disco d’esordio invita alla riscoperta delle piccole gioie quotidiane, quasi un inno alla povertà quando la ricchezza sta altrove. Il denaro quindi ha solo una valenza negativa?
No, assolutamente. Però se guardo indietro vedo tutte le persone che ho conosciuto – me compreso – che, nel momento in cui hanno costruito un contatto troppo stretto con il denaro, lo hanno fatto diventare qualcosa che sicuramente sporca. Di fronte a questo mi sento di dire che mi preferisco mille volte oggi con il portafoglio vuoto.

Un cambio di vita radicale, un po’ insolito alla tua età…
La restrizione della gerarchia, il non sentirsi respirare, arrivare a venticinque anni e dirsi: “Ok. Fino ad ora ho cucinato, però non mi riconosco, non so chi sono, non mi ritrovo.” Mi ero reso conto che l’unica cosa da fare era abbandonare la mia passione principale, che a livello professionale mi dava soddisfazioni gigantesche, ma allo stesso tempo mi provocava una chiusura di vita.

Mi guardavo intorno e vedevo quanta gente aveva un sacco di cose da dire mentre io parlavo solo di cucina, non riuscivo a crearmi una vita mia. Il fatto poi di avere tanti soldi da spendere ma non trovare il tempo per farlo era deprimente. Mi son fatto male un sacco di volte per tanto tempo, non me la sono mai goduta nel modo giusto, forse perché ero troppo giovane.

Comunque un cambiamento di vita lo auguro a tutti. Spero possa succedere a un ventenne così come a un ottantenne. L’importante è avere la forza per farlo e avere un sogno da nutrire. Come dice il buon Capossela: “Bisogna fare attenzione a quando desideri, perché rischi che poi magari si avveri.”, nel senso che potresti non avere la forza di reggere la sua realizzazione. Questa è la mia visione, chiunque è libero di desiderare e sognare, se smetti di farlo puoi anche morire domani, anzi sei già morto.

222E questa nuova vita parte dal fagiolo…
Il fagiolo è una casetta nel bosco, un luogo che, visto dall’esterno, è fonte di depurazione, di purificazione. La gente arriva perché sta male e vuole uscire con un’aria diversa. Questa cosa ha i suoi pregi e i suoi difetti, perché poi alla fine io mi ritrovo a fare i conti con fantasmi in giardino lasciati dai visitatori. Però non c’è persona che si preoccupi di come mi senta io qua, tutti immaginano che stia bene, ma, in realtà, potrei star male anch’io. Chiaro, a vederlo dal di fuori può sembrare un quadretto idilliaco, ma ci sono da scontare tutta una serie di conseguenze legate al vivere solo nel bosco. I momenti di crisi sono davvero neri, perché quando guardo fuori dalla finestra vedo solo il mio riflesso nel vetro e se esco per cercare qualcosa è buio pesto e ben che mi vada ricevo un ramo in faccia.

Le tue canzoni sono un manifesto che invita a godere delle cose semplici e ad affrontare la vita con positività. Quanto ti costa mantenere ogni giorno questa tua priorità, questo fagiolo felice?
Costa. Sicuramente oggi non c’è abbastanza gente con cui poter condividere certe sensibilità. Ricevi dei giudizi dall’esterno a volte dati in base ad un’ottica di vita che impone come devi vestirti o dove devi vivere per essere moderno.

Nonostante questo nella mia scelta io sono assolutamente rigoroso e ferreo, tenuto conto di tutte le difficoltà passate nella vita precedente. Se guardo ora le foto di qualche anno fa non mi riconosco nemmeno, quello ero io, ma in un’altra vita. Un po’ per rigetto ho rivomitato tutto addosso in una maniera molto cruda, abbandonando tutto e mandando tutti a cagare. Se ci pensiamo, le cose fondamentali di cui nutrirsi per vivere sono davvero poche: il cibo, il bere e l’amore.

Come hai sentito l’esigenza di mettere in musica questo tuo cambio di vita?
Ho sempre scritto su libricini e diari. E’ divertente andare a sfogliare i quaderni delle mie ricette perché ogni tanto si intervallano con frasi che non c’entrano niente con la cucina. Mettere in musica le mie sensazioni è stata sicuramente una partenza che si è accompagnata allo studio autodidatta e solitario del pianoforte. Sai però che non saprei dire esattamente cosa mi ha spinto a questa scelta? Probabilmente nel mio cervello è scattato qualcosa e ho deciso: adesso quello che vorrei comunicare a tutti quanti inizio a dirlo con la forma più bella che c’è. E’ un percorso che, parlando di musica mia, mi ha preso da due anni. E’ diventato anche un modo per farmi conoscere arrivando al di là della mia casetta nel bosco, ma senza intaccare un bisogno tutt’ora primario di riservatezza.

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Il tuo nome artistico abbastanza curioso da cosa nasce?
Scaturisce da un esame delle parole. Il marrone è il colore che rappresenta le radici, la madre terra e tutto quello che le è annesso.“Quando fugge” è un concetto che mi riguarda fin da bambino. Mi son ritrovato molto indipendente da giovincello, fuggendo sempre dalla “reclusione” dei genitori. Il collegamento sostanziale tra le tre parole è dato dal fatto che ovunque andassi, portavo sempre con me “il marrone”, ovvero il mio essere legato alla terra, sapere sempre chi ero, a chi appartenevano le mie radici e perché ero lì. Questo è Marrone Quando Fugge.

Il tuo esordio è avvenuto più o meno a 30 anni. Hai fatto altre cose in musica prima di quest’esperienza?
Un amore perso mi ha lasciato la musica in mano senza che me ne accorgessi. La prima canzone che ho suonato alla chitarra e che ho cantato l’ho dedicata a questa mia amata. Era un pezzo di Vinicio Capossela, “Pena de l’alma”. Mi sono fatto insegnare gli accordi ed ho continuato a riproporla per sei mesi, anzi fino a quando è nata la Banda Spessotto. Abbiamo iniziato in duo, suonando tre canzoni e leggendo un estratto dal libro “Non si muore tutte le mattine” di Capossela. Nell’arco di tre mesi siamo arrivati ad un collettivo di sedici persone, compresi alcuni musicisti che collaboravano con il famoso cantautore. Poi ho conosciuto Andrea Anania, la persona che mi ha preso a schiaffoni, facendomi notare che stavo riproducendo “arte morta”, anche perché la mia voce era all’epoca praticamente identica a quella di Vinicio. Con Andrea ho iniziato a scrivere i primi pezzi in due e a capire che cosa poteva essere scrivere musica per sé.

Musicalmente interessante è stato conoscere Iano Nicolò, un artistoide pazzesco con il quale condivido il progetto MetalphoniEs, dedicato alla costruzione di strumenti ricavati da materiale di recupero, con i quali creare musica in libertà. Una improvvisazione, in cui io suono la sega armonica e il metallofono, che mi porta all’incontro con sonorità in cui arrivo a sentire che è proprio l’universo a suonare, per me.

Faccio parte con passione anche del Coro polifonico musica dulce, dove cantiamo brani che spaziano dal 1100 al 1900. Un bel miscuglione in cui passiamo dal madrigale al sacro al profano, bellissima esperienza in cui riscopro la voce abbinata al fisico. Hanno anche partecipato al disco nel brano “Meno di te”.

Poi hai incontrato Zibba…
Zibba è una persona che mi ha seguito con un occhio di riguardo molto sincero e preciso. Ha saputo cogliere il momento, perché fosse stato per me sarei ancora con i miei scritti al fagiolo a cantarli al bosco. Zibba mi ha dato una forza pazzesca,  ha creduto nella mia musica e ha fatto sì che ci fosse un disco.

Mi auguro di continuare ad averlo così vicino senza perdere un minimo di quello che è il nostro rapporto, non parlo di musica, parlo di vita, di persona. La sua Asti est parla del fagiolo ed è stata composta qua, durante due settimane in cui abbiamo scritto un sacco di cose, fra cui alcuni pezzi contenuti nel disco “Il suono dei passi sulla neve”.

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Musicalmente il disco è molto vario. Si va da suggestioni jazz a sonorità balcaniche e parti recitate, come mai questa scelta così eterogenea?
Perché ogni scrittura porta la sua particolare emotività, alla quale è assurdo legare un unico canone espressivo. Un pezzo che parla d’amore o di natura, suonato con musica elettronica, per me può cozzare a priori. Nel brano “Il pre-fagiolismo” parliamo di concetti non proprio di tutti i giorni e automaticamente, grazie anche all’apporto di Sauro (Ferraris), gli abbiamo abbinato un suono spazioso che ti dà larghezze che non sono quelle in cui siamo abituati a vivere. Quindi spazi giganti negli arrangiamenti perché nel nostro album parliamo di cose sì pesanti, ma allo stesso tempo vogliamo condividere con leggerezza, come ci insegna madre terra. In più vorrei dire una cosa anche su Stefano Cecchi, il fonico del disco, il bassista di Zibba che ha un merito di responsabilità giganti. Il disco dopo le registrazioni è stato rielaborato con le nostre teste ed orecchie, lui è un mago del suono, ha delle capacità incredibili ed ha reso il disco quello che è, non snaturando nulla.

Ci sono alcuni artisti che ti hanno influenzato musicalmente?
La botta musicale più forte è stata quando, attraverso radio Lifegate, ho ascoltato uno djembé pulitissimo suonato da Leon Mobley, percussionista di Ben Harper. Il suo “Burn one down” è stata la prima passione, mi ha smosso qualcosa dentro. La seconda è stata Capossela. Io prima non ascoltavo musica italiana, in Vinicio ho trovato un modo di dialogare in italiano un po’ diverso da quello che proponeva la musica canonica di sempre. Album come “Canzoni a manovella” o “Il ballo di San Vito” hanno spostato in avanti il target della canzone d’autore italiana. Probabilmente andando a cantare con la Banda Spessotto certi suoi brani che spaziano da una tarantella a una ballad a una serenata o un valzer mi sono reso conto che, per esempio, quando hai da dire una cosa che sta sul valzer perché non fare un valzer…?

Ancora per nominarne qualcuno… Carlo Actis Dato, e andiamo a toccare il free jazz di un certo spessore, anche Mulatu Astatke, per poi passare a Damien Rice, Synead O’ Connor, lo Zibba stesso che in qualche modo mi ha aiutato a semplificare. Ad esempio il brano “Miseria stabile” all’inizio durava tredici minuti. Grazie a lui ho capito che se vuoi essere ascoltato devi rimanere entro certi canoni, concetto che non mi apparteneva poiché io sono proprio uscito come un germoglio della terra. Metti il fagiolo da semina, esce il germoglio e quello lì sono io.

La canzone “Modestino lu Spaccone” è un cortometraggio che racconta le vicende di tuo nonno, quanto la sua figura ha influito su di te?
Tantissimo. Il problema è che Modestino, padre di mio padre, conduceva una vita davvero di basso profilo, una vita in cui l’ignoranza, la violenza e l’alcol erano tre componenti importanti. Mi ritrovavo con un nonno “ingombrante” e crescendo mi sono reso conto che in certe situazioni non sapeva nemmeno lui bene che cosa fare. Se veramente avessi scritto tutte le sue avventure sarebbe uscito un album solo per Modestino. L’episodio narrato nel brano è accaduto veramente! La cosa che mi fa piacere è che comunque la mia famiglia ha sempre cercato di sdrammatizzare, di farmi vivere il tutto con un occhio divertito, cercando di preservare la sua immagine.

Comunque la sua personalità ha influenzato la mia crescita, ho acquisito certe sue sfacciataggini, così come il fatto di non avere rancori o paure.

All’inizio ai miei occhi mi sembrava un eroe, poi maturando mi sono reso conto che certi atteggiamenti derivavano dal non saper discutere, dal non riuscire a confrontarsi attraverso la parola. Sono cose che ti rimangono…

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Cosa pensi di Sanremo?
Se hai le possibilità di farlo, ben venga. Alla fine, in Italia, sono tante le proposte indipendenti che valgono e vengono snobbate e abbiamo Sanremo che viene talmente considerata tanto da stravolgere tutti i fronti mediatici. Penso che partecipare a Sanremo sia molto difficile, che ci siano troppi soldi di mezzo e appunto, tornando ad una delle prime domande che mi hai fatto, dove ci sono di mezzo tanti soldi mi dà l’idea di una cosa veramente molto finta. Però lo farei eh, perché da tanta visibilità.

Cosa c’è nel futuro di Massimo Lepre e di Marrone Quando Fugge?
Massimo Lepre e Marrone quando fugge sono la stessa cosa. Vivendo il presente, generalmente non tendo a guardare più in là di dopodomani. Posso augurarmi una famiglia serena, di continuare ad avere stimoli per poter scrivere, di proseguire in quello che è il mio progetto di vita.

E poi che quello che faccio piaccia, che le persone trovino il modo di stare un po’ più tranquille, ed io con loro. Alla fine io non è che sto male, quello che è la mia vita adesso lo state vedendo voi…

[Grazie a Ellebi per il grande aiuto]

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