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Testo di Fabio Baio Baietti
Immagini sonore di Andrea Furlan

Non si esce vivi da un concerto di Malcolm Holcombe. Nessun singalong, tantomeno claphands o piedi che tengono il tempo. Nemmeno il dolce fluire di tiepide melodie autunnali. E’ un ritrovarsi giù al fiume, per aggrapparsi ai propri sogni, ma non è una festa di gruppo. Piuttosto un camminare al buio verso la riva, la luce fioca di una Luna che di romantico ha ben poco.

Ti spiazza Holcombe. Quando ti guarda con lo sguardo assente. Con un fuck gridato all’improvviso che quasi spaventa. Con la tenerezza e il candore di chi ricorda un Natale in famiglia con una banana e uno spicchio d’arancio come regalo. Frutti mai visti sulla propria tavola. Vuole raccontarsi e raccontare, Holcombe. Delle campane di un paesino bergamasco, finite involontariamente in un suo concerto. Ding, dong, dong… Aneddoto ingenuo, raccontato come in un libro di Stephen King. Antieroe di una vita borderline, tanto da essere talmente credibile nel cantare ”avvicinati a me e ti mostrerò come bere la pioggia”. Inquieto, nelle liriche, nello stile chitarristico, nel porsi ad un pubblico che lo rispetta e ama la sua musica. Solitario, appoggiato al muro del locale. Nel più anomalo dei post-concerti. Ringraziandoti con la sua voce profonda. Lasciandoti in bocca il sapore dolceamaro della malinconia. ”I am no mother, I am no father. Just a little one, not forgotten”. Impossibile dimenticare, Mr Holcombe.

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