Paolo Saporiti ci racconta il suo primo disco in italiano

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Paolo Saporiti1

Intervista di James Cook e Andrea Furlan

Abbiamo incontrato Paolo Saporiti a Milano, qualche giorno prima della pubblicazione del suo nuovo album omonimo, il primo cantato in italiano. Ne è uscita un’interessante intervista che, partita da alcune anticipazioni sul disco, è finita col diventare un intenso fotogramma dall’interno di uno dei cantautori “atipici” più interessanti dell’attuale scena italiana…

Dopo tanti dischi cantati in inglese ora ne pubblichi uno in italiano. Da dove è nata questa esigenza?
Nasce fondamentalmente dalla pancia. L’inglese è per me la lingua della memoria emotiva storica musicale, l’italiano invece deriva proprio da una necessità che ho sentito fortissima l’anno scorso. Ne ho parlato con Raffaele (Abbate di Orange Home Records) che è rimasto un po’ stranito, perché in quel periodo immaginavamo di portare il precedente lavoro all’estero. Ci ho messo un attimo a fargli capire che l’esigenza era veramente fisica, qualcosa di necessario. Ho ripescato un paio di brani che mi porto dietro da tempo e, partendo da lì, ho costruito il disco. L’italiano mi è servito per avvicinarmi, per essere più comunicativo. Ho voluto poi forzare la mano dal punto di vista degli arrangiamenti, perché in me rimane comunque la volontà di richiedere uno sforzo a chi mi ascolta. Quello di provare, come faccio nel mio percorso musicale, a muoversi un pochino dalla seggiola, ad avvicinarsi a mondi che non si conoscono.
Anche io, per arrivare a collaborare con gli attuali musicisti, ho dovuto ascoltare altra musica rispetto ai miei riferimenti. Mi piace pensare che, con quello che proponiamo, si possano cambiare un pochino le cose.

Alcune delle canzoni che sono sul disco le stai suonando da parecchio tempo in concerto. È cambiata la reazione del pubblico nei tuoi confronti ora che i testi sono molto più comprensibili?
La percezione è stata istantanea, nel senso che effettivamente, fin dal primo live con brani in italiano, ho sempre avvertito un vero cambio di passo, sia per me che per chi era in ascolto. Credo però che il vero cambiamento si percepirà quando i numeri aumenteranno un po’ di più e avremo modo di valutare maggiormente l’effetto di quello che faccio.

In particolare cosa si prova a cantare storie anche private, che ora, in italiano, possono “arrivare” a tutti?
Questo cambia molto per me, perché ho la consapevolezza di raccontare delle cose che ora vengono percepite. In realtà lavorando principalmente a livello di immagini e di sensazioni, la profondità di quello che dicevo prima, era già alta per me. Considero però come più forte l’emozione “interna” che provo, rispetto alla parola, che è quasi l’ultimo tassello della costruzione. Non c’entra la reazione del pubblico per il momento, nel senso che comunque il tempo della canzone è breve.
Tutti in fondo mettiamo in pasto noi stessi. Se non lo facciamo, non funziona, diventa una cosa meccanica. Purtroppo siamo in una fase in cui tanta gente si è abituata ad essere lontana dalla musica perché spesso le persone che la fanno sono distanti da ciò che propongono, questo è un bel problema.

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Sulla copertina del disco c’è una foto di tuo nonno e del tuo bisnonno e all’interno altri scatti di vita quotidiana che risalgono alla prima metà del secolo scorso. Perché ci hai voluto fare entrare nel tuo “album di famiglia”?
Il mio rapporto col passato è intensissimo, forse per un po’ di tempo ne sono addirittura stato vittima. In questo momento vorrei proprio dichiarare che quello è il passato e io oggi sono questo, frutto e figlio di quelle radici, di quella modalità di stare al mondo e vedere le cose. Quindi c’è un’evoluzione che per me è implicita nel fatto di essere figlio, che è anche una speranza, un’ipotesi che chi arriva dopo di me (e da me generato) abbia degli elementi in più e che questo rappresenti una possibilità di crescita. L’acquisizione di chi siamo e di chi è stato prima di noi è fondamentale per arrivare a essere pienamente noi stessi.
La definizione che ho voluto dare della mia famiglia con la scelta fotografica delle radici è stato uno spostamento forte verso la parte paterna, quello che viene rappresentato è tutto il filone di mio padre. Per ora la cosa fondamentale per me era affrontare soprattutto la parte della famiglia che non ho più: mio nonno e mio padre. Sono figure che ogni volta che finisco qualche cosa mi dico: “cazzo, quanto vorrei che fossero qui a vedere, ad ascoltare ciò che sto facendo”. Questa è un po’ una forma di tributo a quello che mi hanno regalato, una sorta di ringraziamento a posteriori.
Per la copertina avevamo pensato addirittura di fare un lavoro grafico che traducesse metà del mio viso montato su quello del bisnonno, così da dimostrare l’incredibile somiglianza tra noi. Alla fine abbiamo preferito non essere ridondanti e lasciare che la gente lo percepisca da sé, se vuole. L’ultimo giorno ho fatto aggiungere anche l’impronta digitale del pollice, che sento come un elemento importante per sottolineare l’idea di dna, di geni.

La continuità con “L’ultimo ricatto” è rappresentata dall’etichetta –  Orange Home Records di Raffaele Abbate – e dalla “importante” presenza di Xabier Iriondo, che cura anche per questo disco la produzione artistica. Per te ormai sono delle certezze queste due persone?
Sì, sono delle conferme. Il rapporto con Xabier e con la musica è cresciuto nettamente, ho percepito per la prima volta che quello che faccio interessa, piace. Non è soltanto una questione personale, si tratta di estetica di gusto, di valore, di emozione profonda che condividiamo. Insieme abbiamo fatto delle scelte abbastanza mirate, come quella di non avvalerci di nomi particolarmente altisonanti.
Ad esempio, Cristiano Calcagnile alla batteria e Luca D’Alberto agli archi, hanno fatto un lavoro incredibile, senza però spostare l’attenzione su di loro. Questa è stata una grande forma di rispetto di Xabier nei miei confronti.
In Raffaele poi ho trovato la possibilità di fare sempre veramente quello che sento. Io sono cresciuto, mi sento più sicuro per ciò che ho acquisito negli anni. La mia voce stessa è cresciuta, l’italiano fa parte di questo apprendistato e questo solidificarsi di me stesso.

Tecnicamente hai lasciato “carta bianca” a Xabier o avevi già in mente questo risultato?
La mia idea era di esasperare quello che avevamo fatto con “L’ultimo ricatto”, regalare qualche emozione in più però, a livello di arrangiamento, continuando ad andare comunque verso il mondo della sperimentazione e credo che ci siamo riusciti. L’incipit me l’ha probabilmente regalato Xabier stesso anni fa, quando ci siamo conosciuti, da lì è stato giocoforza, la mia strada è andata verso questa direzione.

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Ascoltando il disco si ha quasi l’impressione che si sviluppi giocando su una dualità: tenero e forte, chiaro e scuro…
Torniamo alle ragioni della scelta dell’italiano rispetto all’inglese. La nostra lingua mi permette di fare questo gioco di contrapposizione, che prima non arrivava così chiaramente per la difficoltà di comprensione. La mia idea musicale e artistica è di accarezzare e prendere a schiaffi. Per me è vitale che il messaggio dolce nasconda un qualcosa di amaro e viceversa. L’ambiguità e l’ambivalenza, il doppio…
Sono convinto che per amare devi saper odiare, cioè il mondo è fatto di opposti, bisogna comunque riuscire a conquistare, a vivere pienamente per poi poter trovare il centro e un equilibrio nelle cose fondamentali.
Ho sempre pensato che la soluzione ai problemi della società sia il risultato di un lavoro interiore ben fatto da parte di tutti. Coltivo la speranza che persone complete, cioè evolute e risolte, possano veramente andare verso un mondo migliore.

Come se tu vivessi un conflitto e cercassi sempre una soluzione, qualcosa succede e tu reagisci. Quasi tutte le canzoni danno questa impressione.
L’approccio è un passo avanti rispetto all’immagine di cui ho già parlato altre volte del “bambino nella stanza con l’apocalisse fuori “… in questo momento l’apocalisse non è soltanto fuori, viene riconosciuta anche come un dramma interiore. Si amalgama assieme alla felicità, creando di volta in volta la possibilità di essere un uomo felice, un uomo triste, comunque sempre dentro la stessa persona. La notevole conquista in questo momento è proprio che la forbice, fra le punte di rabbia e quelle di dolcezza, si è allargata. Di questo sono molto felice, soprattutto per le ripercussioni a livello di esibizioni live. È aumentato il margine di gioco tra me chitarra e voce che vado verso la dolcezza, con brani come “Rotten Flowers” o “Erica” ed il momento successivo, in cui stravolgo tutto con l’arrangiamento del contrabbasso molto incisivo e una batteria a tratti quasi punk. Questa cosa qua io la percepivo prima, adesso ce l’ho stampata proprio in fronte!

La tua voce è diventata ormai uno strumento che spazia su diversi registri, dalle note più basse a quelle più alte a sottolineare gli stati d’animo che attraversi, spesso all’interno di un singolo brano. Quanto è scelta artistica e quanto necessità personale?
In realtà fa sempre parte del voler toccare gli estremi di un mondo che si sviluppa in quei tre minuti dei mie brani. La canzone “chitarra e voce” è potenzialmente tradizionale, con strutture relativamente semplici. Una cosa che posso fare oggi è trovare soluzioni per cui in un tessuto minimale arrivi una sorpresa. Il lavoro si sposta su un altro piano e viene arricchito con l’intervento dei musicisti.
La voce ora è più libera, sulle tonalità basse sono più presente e sto anche cercando di mantenere degli elementi del passato. Vorrei tenere vive e fresche, continuando a presentare dal vivo, alcune canzoni che ho scritto vent’anni fa. Mi piace che una persona capitata lì per la prima volta, si avvicini sia a quello che ho composto tempo fa, che a quello che sono oggi.

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Passando ai singoli brani del disco, “Come hitler” contrappone un titolo ed un testo che si sviluppa tra la dolcezza e l’ironia. Cosa c’entra però il Führer?
Hitler innanzitutto è scritto minuscolo, perché l’immagine e il personaggio dovevano richiamare quel tipo di individuo, ma allo stesso tempo sminuirlo. Il Führer è qualsiasi persona che abbia avuto a che fare con una violenza, un sopruso, una prevaricazione. L’immagine che ho in mente per quella canzone è una fila di bambini e bambine in un collegio e l’educatore che passa con il frustino e punisce o fa qualcosa che condiziona l’esistenza delle persone. Questa è una tematica che mi porto dietro da tanto, in molte situazioni parlo di violenze psicologiche.
Musicalmente, se dobbiamo parlare di genialità, credo stia nella batteria che con questa rullata ti cade addosso facendoti male anche nell’ascolto, tanto da dire: “ma perché è così?”. Poi si raddrizza e ti tira dritta la canzone sul ritornello. Il mio desiderio è proprio quello, dare e togliere, mettere in movimento, chiedere che le persone ascoltino intensamente e restituiscano anche loro molto. Se in un testo così riesci a riconoscere che c’è dell’ironia e che questa è utile per tutti, secondo me è un buon risultato.

Una cosa che anche ci ha colpito è quando, in “Caro presidente”, fai riferimento a Dio. Una sorta di confessione.
Ho avuto bisogno e non vedevo altre possibilità. Ero deluso e come uomo di 40 anni ho dovuto capire che la delusione è figlia di un’altra epoca. Credere, avere fede, che non deve essere per forza in Dio, prescinde dai risultati e dalle risposte. In quel momento facevo riferimento a mia nonna, una delle poche persone della mia famiglia che crede. Lei mi ha insegnato a farlo quando ero bambino. Mio padre soffriva di schizofrenia e io so di aver pregato perché guarisse, cosa che non è mai avvenuta, per cui probabilmente ho bestemmiato parecchio. Tanto da cantare in alcuni casi che avevo perso la fede. È una questione che potrà capitare di rivangare in termini di rabbia, però la sento acquisita, è un qualche cosa di mio e col quale posso giocare un po’ di più.
Se dovessi sognare di lasciare qualcosa è questo: l’ipotesi di un uomo che comunque si è domandato che senso ha essere qui e ha cercato delle strade per arrivare a trovarlo. Anche riconoscere di aver avuto bisogno in un momento di chiedere aiuto a qualcosa di superiore, ammettendo che mi sono anche incazzato perché quella risposta non è arrivata (tanto da mandarlo affanculo), per me è un segno di onestà che va regalato.

Nel brano “Io non ho pietà” c’è un verso che ci ha fatto molto riflettere: “perché non muori e non prendi me?”.
Nel termine morire vedo l’idea di risolversi, abbandonare una parte di sé che fino a quel momento non permette all’altro di avvicinarsi. La mia idea era dire alla donna che in quel momento stavo amando: perché non muori e non prendi me, perché non chiudi quel cerchio e apri un dialogo nuovo con me? Anche io come tanti sono stato tradito da qualcosa, ho sperimentato l’abbandono a mio modo, una sensazione di sofferenza molto forte. Perché non ce la reinventiamo insieme dopo che siamo morti tutti e due? Credo moltissimo nel movimento di contrazione e di rilascio delle cose. Prima si ha bisogno di chiudere e poi c’é un’apertura. Perché non muori e non scegli me è questo. Nello specifico avevo proprio presente una persona che doveva mettere da parte un aspetto passato della sua vita, per arrivare a incontrarmi veramente.

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Erica è un pezzo che hai scritto oltre vent’anni fa. È arrivato finalmente il momento di farlo conoscere a tutti?
Direi proprio di sì, è un brano che ho cantato tanto, poi l’avevo dimenticato perché forse mi ero un po’ stancato di come lo eseguivo. L’ho riscoperto circa due anni fa, con una voce nuova ed una tonalità più bassa rispetto a quella che usavo da giovane. Secondo me, pur avendola scritta a 18 anni, ha degli elementi validi anche per l’uomo che sono oggi. L’avevo composta con l’idea di partecipare a Sanremo, ogni tanto scherzo su ‘sta cosa, ma era proprio così. Un brano che, ancora oggi, penso possa essere un punto d’incontro tra il pop e il mondo autorale, tra Sanremo e il Tenco.

In “Ho bisogno di te” c’è una coraggiosa “dichiarazione di guerra” nei confronti di un “piccolo uomo” che immagino sia parte del sistema discografico delle cosiddette major…
È una  persona, può rappresentare la major, può essere il pubblico. Quello che volevo descrivere è la difficoltà di riconoscere a sé stessi quanto possa essere ambiguo ogni tanto il nostro rapporto con l’altro. Come la sua presenza sia avversaria ma comunque stimolante. Anche se odi qualcuno perché magari ti ha ferito, puoi avere bisogno di lui, ammetterlo può essere molto difficile. Io ragiono molto in termini di sincerità, trasparenza e pulizia nelle cose, però riconoscere che in alcuni casi sei un figlio di puttana anche tu e che hai dei pensieri forti, aggressivi, è un punto d’arrivo. Avere la capacità di accettare le proprie parti più losche, più fastidiose, più schifose, lo vedo come qualche cosa di molto utile per l’essere umano. Quindi “ho bisogno di te“ fondamentalmente è anche “ho bisogno di me“, di quel me che magari è stato ferito da un rapporto con la major, da un rapporto con un collega che si è permesso un giudizio o un punto di vista forte…
Credo che la canzone sia solo un pretesto per dire qualcosa, soprattutto per me. Nelle sue immagini c’è una domanda che non ha una risposta. Le domande sono tante, le immagini sono tante, le risposte poche e, in tanti casi, le deve dare chi ascolta.

“In un mondo migliore” è decisamente diversa dalle altre, sia per la dolcezza del testo che per l’approccio più “disteso” nella tonalità di voce. È arrivata quindi anche un po’ di serenità nella tua vita?
(Risata) Lì volevo proprio che ci fosse un bambino che cantava. Ho cercato proprio una voce piccola, sottile, che chiede ancora supporto al padre e di poter sognare un mondo migliore. È una canzone nata quando c’era Monti come speranza di cambiamento. L’idea era quella di una società che sta andando allo sfascio, ma che conserva un’ipotesi positiva, una possibilità. Io credo che nel manifestare un punto di vista negativo ci sia comunque anche il positivo perché è espressione. Se fossi convinto veramente che quello che faccio è negativo non lo farei. Anche nelle canzoni più depresse e cattive penso che ci sia la luce dietro, perché altrimenti non sarebbe musica, cioè una delle cose più belle del mondo. È assurdo pensare che Kurt Cobain, anche perché poi è morto e cantava di distruzione, sia stato negativo. Ha cambiato la vita alle persone e la musica, per quello che ha potuto. Nick Drake è una “mattonata” dal punto di vista emotivo, ma a me ha cambiato la vita. Per tanto tempo è stato troppo “forte”, perché probabilmente ero dentro ad una situazione similare a quella e non riuscivo ad uscirne completamente e ascoltarlo con libertà. Quindi è tutto relativo, anche chi ascolta deve metterci tanto.

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Negli ultimi mesi ha preso forma la tua nuova dimensione live. Sei partito da solo e pian piano si sono aggiunti altri musicisti. Ci racconti qualcosa di questa esperienza?
La prima esperienza è stata un trio e adesso sono tornato a questa formula, perché crea delle dinamiche umanissime, con una notevole possibilità di controllo.
In tre la cosa è molto ben gestibile, sia dal punto di vista dei rapporti che degli spazi. Ora collaboro con Roberto Zanisi e Luca Pissavini: il primo suona cümbüs, bouzouki, bowglama, strumenti etnici utilizzati in modo virtuoso e stravagante; il secondo è un contrabbassista che proviene dal mondo dell’improvvisazione ma per me, fondamentalmente, ha un’indole punk. La traduzione è qualche cosa di veramente ampio, che restituisce spazio alle mie canzoni che sono di pochi minuti.
L’aggiunta a questa situazione è il duo con Cristiano Calcagnile alla batteria, un progetto nel quale voglio investire tanto perché è un musicista incredibile. Il vantaggio enorme della mia vita fino ad oggi è che i musicisti con i quali ho avuto a che fare sono tutti persone di una qualità sopraffina. Io cerco di lasciare che ognuno di loro si sbizzarrisca, si imbizzarrisca anche (risata) in quello che fa, perché i due poli della mia musica permettono loro di dare tanto, possono essere romantici, così come dei “martelli”. In più, io non conosco la musica, quindi si devono mettere molto in gioco, perché non do le parti, è un lavoro che si basa sulla creazione comune e questo a me diverte moltissimo.

 

 

Ringraziamenti:

a Davide Saporiti per le foto  
Raffaele Abbate per la disponibilità
Ellebi per il grande aiuto.

 

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