Barzin @ Cantine Coopuf – Varese – 13 Aprile 2014

Postato il Aggiornato il

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Testo di ElleBi
Immagini sonore di Lino Brunetti

Passaporto canadese, ma il tono decisamente malinconico e un amore profondo per la poesia, sono tratti che lo riconducono alle sue origini iraniane. Barzin è un cantautore che propone un percorso musicale intimista. Le sue canzoni, sviluppandosi lente e struggenti, avvolgono dolcemente in un’atmosfera in cui prendono vita emozioni rarefatte e soffuse. Colpita dall’innegabile impatto emotivo del suo recente album “To live alone in that long summer”, colgo al volo l’occasione di “godermelo” dal vivo a Varese in un concerto organizzato presso le Cantine Coopuf.

Il set strumentale si presenta minimale, come mi aspettavo: chitarra acustica, elettrica e slide, basso, batteria e, nota di “colore”, un vibrafono. Quando sul palco vedo arrivare, con la massima discrezione, un giovane uomo dai tratti semplici ma raffinati, “sportivo con stile” nella sua camicia a quadretti abbinata perfettamente a jeans e gilet, ammetto che non lo riconosco, anzi per un momento penso si tratti del frontman di una band di supporto.

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Il dubbio si dissolve appena partono le prime note, languide e dilatate ad accompagnare una voce che, delicata e confidenziale, accarezza fino quasi ad ipnotizzare il pubblico da subito complice. Quasi disarmante la semplicità con cui Barzin, nonostante l’apparente “barriera” della lingua inglese, riesca ad interagire con noi. Poche ma intense battute bastano per raccontare del lungo e freddo inverno appena trascorso in Canada e di come l’arrivo in Italia, per il clima, il cibo, il vino e il senso di ospitalità, lo abbia fatto sentire letteralmente in paradiso. “Ho bisogno di capire se ogni dettaglio di musica e parole sia al punto giusto in un insieme armonioso”. Mentre mi accorgo che canzone dopo canzone, un crescente senso di “abbandono”, quasi di pace si fa strada dentro me, mi tornano in mente queste parole di Barzin e spontaneo mi spunta sulle labbra un gran sorriso compiaciuto. Buffo come i veri talenti, spesso lo siano quasi inconsapevolmente. A fine concerto, infatti, quando lo avvicino per dirgli quanto mi abbia davvero colpita “al cuore” con la sua esibizione, lui spalanca quegli occhi scuri, sempre venati di malinconia e con un sorriso timido, pressoché stranito, mi ringrazia infinitamente, convinto com’è che il concerto dal vivo non sia esattamente nelle sue corde…

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