Alabama Monroe – di Felix Van Groeningen (2014)

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Articolo di ElleBi

Quando ho letto che Alabama Monroe ha conteso a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino l’Oscar per il miglior film straniero, ne sono stata subito attratta. Fuorviata dalla traduzione italiana del titolo, che lo presenta “semplicemente” come una storia d’amore, di certo non potevo immaginare quanto sarei rimasta impressionata dalla visione di questo film. A fine proiezione, inaspettatamente per una natura come la mia di solito piuttosto controllata, mi sono ritrovata non solo in lacrime, ma quasi “prigioniera” di emozioni fortissime e contrastanti. Ci sono voluti diversi giorni per riacquistare quella dose di sano distacco che mi permettesse di dare forma scritta ad un’esperienza così toccante.

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Il film, diretto dal regista fiammingo Felix Van Groeningen, nasce dall’adattamento di un’opera teatrale biografica dell’amico Johan Heldenbergh, che è anche il protagonista maschile della pellicola. Didier (così si chiama il suo personaggio) è un uomo pragmatico, razionale, profondamente innamorato dell’America che, per le infinite opportunità offerte, considera la terra ideale per chi crede nella realizzazione dei propri sogni. La sua vita scorre al ritmo del banjo, suonato con immenso amore in un gruppo che propone musica bluegrass, una sorta di ”country in versione più pura”, nel quale confluiscono anche le tradizioni inglesi, irlandesi e scozzesi. Elise (interpretata da Veerle Baetens) è una tatuatrice sensuale e spirituale. Per lei c’è sempre qualcosa nella vita che vale la pena mettere sul proprio corpo, che diventa così una mappa affascinante e poetica del suo percorso esistenziale. L’incontro di queste due anime appassionate, “primitive”, lontane da qualsiasi logica conformista, non può che produrre un’attrazione irresistibile. Inizia così una travolgente storia d’amore, che si completa con la nascita della figlia Maybelle. Il cerchio magico che sembra racchiudere per sempre le loro vite, si spezza irrimediabilmente (da qui il titolo originale “the broken circle breakdown“) quando la bimba viene colpita da una malattia che, in tutta la sua crudeltà, si rivela incurabile. Con lucidità ed estremo realismo, il regista ci mostra scene e dialoghi in cui irrompe, devastante, tutta la forza distruttiva del dolore. Sarebbe quasi “insopportabile” resistere a questo fortissimo impatto emozionale, ma qui, a mio avviso, entra in campo l’abilità registica di Van Groeningen.

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Raccontare la storia con continui salti temporali, se da una parte aumenta il pathos emotivo, dall’altra regala, di volta in volta, momenti in cui il dolore si stempera nella gioia. Il quotidiano, con tutta la sua carica vitale, prevale sul presagio di morte. Rendere la musica parte integrante della storia, crea poi uno stacco struggente, ma molto più naturale fra le diverse fasi del racconto: tanti sono i brani eseguiti nel film, cantati interamente dai due attori. Fra inquadrature di sorrisi complici e innamorati, melodie scandite da violino, contrabbasso e banjo, si fa un pieno anche di emozioni positive che, in pochi minuti, aiutano a riprendere fiato. Nel complesso non posso certo dire che questo sia un film “per tutti”, ma proprio questa “devastante profondità” me lo rendo più caro. Ci vuole di sicuro un notevole equilibrio per reggere alla forza con cui ti entra dentro riproponendo, in primo piano, fragilità che credevi sconfitte. Sono allo stesso tempo convinta che, mettere in discussione il mondo interiore dello spettatore, sia uno dei compiti fondamentali affidati alla creatività artistica. Mi sono riscoperta del tutto vulnerabile di fronte alla fine della vita, ma, contemporaneamente, sono uscita da questa visione con una rafforzata consapevolezza. “Per sempre”, in quanto termine assoluto, è un’espressione di tempo che, a mio avviso, andrebbe decisamente abolita. Tutto il bello che viviamo, compreso le persone che amiamo, ci può sfuggire in qualsiasi momento, indipendentemente dalla nostra volontà. Ragione in più per prenderla a morsi fino in fondo questa esistenza, totalmente concentrati sul presente, per sviluppare la forza necessaria ad “accogliere” senza esserne annientati, gli inevitabili, intensi, momenti di sofferenza che ci potrebbero attendere…

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