I Massive Attack e la diaspora dell’immagine – Auditorium Parco della Musica – Roma, 8 Luglio 2014

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massive attack roma

Articolo di Mauro Savino.

Il recente concerto dell’ 8 luglio dei Massive Attack a Roma è stato meno un concerto sonoro che un concerto di immagini. Abbiamo assistito a una lettura della contemporaneità attraverso una girandola di flash e scritte elettroniche che campeggiavano sulla ‘scenografia’ del palco. Molte di queste scritte erano in italiano, forse per omaggiare l’ex bel paese. La maggior parte erano frammenti di titoli di giornale di vario argomento. Tra le scritte in italiano, una citava l’utilizzo delle telecamere anti-spaccio al Pigneto o l’acquisto del giocatore Ashley da parte della Roma. Altre riguardavano la seconda guerra nel Golfo e le dichiarazioni dell’allora Presidente Bush a proposito delle armi chimiche possedute da Saddam Hussein, oppure certe prese di posizione di Israele. Molti anche i simboli di marchi pubblicitari, insieme e stelle di David e quant’altro. Il tutto apparentemente senza una logica. Invece la logica c’era eccome.

I Massive Attack hanno dato degl’italiani agli italiani, così, tanto per ribadire che noi siamo i pagliacci del villaggio globale, specie dopo l’era Berlusconi, che ci ha trasformato nella marionetta del mondo. La simulazione della lode all’italianità è un’esca alla quale abbocca solo il pubblico incolto e facilone di cui si dirà appresso. Cosa c’entra questo con Bush e le menzogne che, è vero, ha raccontato al mondo? Semplice: l’Italia è stata per vent’anni (in parte lo è ancora) l’Italia del neo-liberismo alla buona, del filo-americanismo d’accatto che ha solo tentato di imbellettare l’unica sola verità, ovvero l’essere noi quali ci dipinse Alberto Sordi nel celebre film. Perciò a noi americani all’italiana si può al massimo concedere di aver preso Ashley. La stella di David ripropostaci in versione gigante voleva ricordarci il sodalizio Israele-USA. I marchi pubblicitari rientravano nella stessa strategia: siamo figli di una globalizzazione massificante e omologante che genererà un giorno un nuovo Gregor Samsa trasformatosi in un Big Mac. Naturalmente, il tutto attraverso un bombardamento che voleva essere sinonimo dell’aggressione mediatica e culturale che subiamo da questo mondo americanizzato. Una pletora di immagini che voleva essere il simulacro della vita autentica che non ci fanno vivere. Una sorta di platonismo estetizzante.

Ora, qui il discorso sarebbe lungo. Mi limiterò a poche modeste considerazioni. Uno: i Massive Attack ci hanno dato degli imbecilli. Andrebbe loro ricordato che, se mai hanno messo piede in qualche Università, giusto qualche pagina dei libri su cui hanno studiato l’ha scritta un/una italiano/a. Due: si può anche essere anti-americani, ma gli slogan è meglio lasciarli alle tifoserie da stadio. Certo sensazionalismo, anche un po’ datato, non convince più nessuno. Tre: se la musica debba fare politica è tema aperto. Ci si limita qui a dire che certa denuncia parossistica (vedi Motus, gruppo teatrale urtante e milionario che grida in palcoscenico per mostrare dissenso) è un po’ vecchiotta ed esteticamente triviale. Conferma ciò che condanna. Cialtroneria estetica. Sull’estetica delle immagini: se la si fa allora deve essere un discorso ‘neutro’, non politicamente orientato, che è un’altra cosa. Si chiama, quest’ultimo: cianfrusaglia politologica, comizio degenere, urlo senza voce. Poi c’è il pubblico. La massa degli spettatori si è agitata a più non posso sui pezzi più ritmati. Si era in discoteca con quelli sul palco a far da vocalists d’eccezione. Qualcuno, neanche a dirlo, urlava “Forza Roma!” a prescindere da Ashley. Qualcun altro si dimenava urlando a casaccio. Qualcuno batteva forte le mani, ma parecchio. Poi il battimani s’è fatto generale e il rap ‘cortese’ del gruppo è stato accompagnato dai giovanotti de ‘sta Roma bella. Da un punto di vista culturale e intellettuale una caciara. Uno schifo. I Massive Attack, di fronte a un pubblico del genere, non potevano che avere ragione. Ce li siamo meritati. Come la maggior parte degli italiani si è meritata l’incultura di questi decenni, che ha reso le migliori menti e le migliori energie di questo paese carne morta.

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