Lou Reed. La quinta inattuale

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Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

Non è facile parlare di uno che ha iniziato con l’eroina e ha finito con il Taiji Quan.
Sicuramente, però, Lou Reed è l’incarnazione sincera di una certa New York e di un certo milieu musicale e culturale. E di un mondo che ha spinto le sue radici fino a noi, violentandoci nella pratica sadomaso che frusta il presente per ricordargli il padre dimenticato e l’immagine stordita di ciò che non è riuscito a diventare.

Morta molto tempo fa quella musica per organi caldi, Reed per tanto tempo è stato un superstite, annegato nei suoi readings e in un passato con il nero come colore di sfondo. Oppure è stato un reinventore di se stesso. Oppure.
Certo, non è rimasto fermo.
A noi qui interessano i tamburi di Heroin, un pezzo del ’67 che conoscono tutti e non conosce nessuno. Ci interessa un certo mondo della vita, una certa monocromia delle notti e dei giorni in cui la voce di Reed si insinua come un ago nella vena di un tossico.
Le condizioni culturali e sociali mutano ma le retrospettive sono nostalgiche e filologiche solo se vengono concepite come massi slavati appartenenti al tempo che fu.
Diversamente, quando si infuturano l’uomo, il suo sangue infetto, l’abolizione di Dio come correttore di immagini, la voce, il corpo, la chioma di una donna che reggerà l’immaginario collettivo musicale e non finché non se la prenderà la vecchiaia, il monotono di Reed, la didascalia su come e dove comprare la droga e Drella Warhol a far da sacerdote di un’epoca proto-capitalistica, plastificata come una sacco di plastica che si strozza nel vento e sporca e piena di talento incredibile e di post beat e di tutto l’eccetera che si può immaginare. Ecco, tutto questo, è nelle nostre tasche ancora, come testimonianza e verità. Lou Reed è riuscito nell’operazione alchemica di trasformare il passato in presente. C’è posto per la cristologia e la cabbala della droga e del sesso per chi si mette alla scuola di questi spacca vetri. Gli stati esistenziali non muoiono mai. Non ce ne importa niente se The Velvet Underground & Nico è attuale, valido e se era il ’67. L’Apocalisse contemporanea si è cercata un posto dentro lo stridore newyorkese. Noi ne siamo i figli storpi. Qui non conta più l’attualità. Ma solo l’inattuale. Lou Reed è stato la quinta inattuale.

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